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Andrea Carandini: “Ragazzi, il segreto è saper amare le cose inutili”

(agf)

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Come la bellezza, “un bacio”, “un abbraccio”. A 89 anni il grande archeologo pubblica un saggio memoir. E a noi spiega perché ha ancora voglia di mettersi in gioco dialogando con i giovani: “Strappiamoli all’infelicità”
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«Il corpo va coltivato, come la memoria, come le parole. O il latino». Di scatto, lascia il candido divano, e in piedi con cauta perizia carica il busto in avanti, lungo le gambe tese le dita scivolano come inesorabili zampe di ragno. E a testa in giù Andrea Carandini, archeologo di fama, protagonista della cultura italiana, tocca il parquet con i palmi delle mani a 89 anni. Fibra d’orgoglio. «Faccio yoga. A freddo viene così così, di mattino meglio. Tutto quello che è vivo, è fragile. Va allenato». Oltre i finestroni, l’afa romana sta evaporando sopra il verde che separa la sua storica dimora dalle scuderie del Quirinale. I giardini di Palazzo Colonna sembrano usciti da una stampa.

E l’anima, professor Carandini? Come si allena?

«Vede molte anime in giro? Ho avuto le…

«Il corpo va coltivato, come la memoria, come le parole. O il latino». Di scatto, lascia il candido divano, e in piedi con cauta perizia carica il busto in avanti, lungo le gambe tese le dita scivolano come inesorabili zampe di ragno. E a testa in giù Andrea Carandini, archeologo di fama, protagonista della cultura italiana, tocca il parquet con i palmi delle mani a 89 anni. Fibra d’orgoglio. «Faccio yoga. A freddo viene così così, di mattino meglio. Tutto quello che è vivo, è fragile. Va allenato». Oltre i finestroni, l’afa romana sta evaporando sopra il verde che separa la sua storica dimora dalle scuderie del Quirinale. I giardini di Palazzo Colonna sembrano usciti da una stampa.

E l’anima, professor Carandini? Come si allena?

«Vede molte anime in giro? Ho avuto le mie carenze e cadute come tutti. Credo che l’anima si coltivi in un sol modo: frenando l’odio, sempre, il più possibile. Ma puoi farlo con gli orizzonti ideali e umani che hai costruito o riconosciuto. Grazie ai maestri che hai incontrato, ai legami tesi con loro, vivi o morti. Alle madri e ai padri “di rinforzo”. Intendo: quelli che tu ti scegli poi, nel corso della vita».

Ha avuto genitori speciali, Nicolò, l’aristocratico liberale, Elena insigne diarista e figlia di Luigi Albertini, direttore del Corriere, cacciato dai fascisti. Non bastava?

«Madre ipertrofica, affascinante, da ragazzo sfogliavamo insieme i libri sull’archeologia. Un padre che amavo e fu poco presente: prima fuggiva dai fascisti, poi divenne a Londra primo ambasciatore della neonata Repubblica. Non posso dire di non averne sofferto. Per questo, ciascuno nel suo percorso si lega a un secondo, o terzo genitore. Sono stato un privilegiato, certo. Ma poi forse ho meritato».

Ha appena scritto per Laterza “Alla mia età”, diario-pamphlet che sembra nostalgico, ma ha invece fiotti di vis polemica, passione politica, ironia.

«Infatti Alla mia età non allude solo ai pensieri del mio vissuto. Significa anche: rivolto a oggi, l’età presente. Uno che ha voglia di mettersi a gambe incrociate a terra, come faccio quando studio, per parlare a chi farà la sua strada».

(agf)

E cosa dà un archeologo nato nel 1937 ai ragazzi di domani?

«L’inutile, forse. Una carezza è utile? No. Un bacio è utile? No. Tanti aspetti della vita sono essenziali all’umanità e non utili. La tecnica – contro la quale non ho nulla, ho introdotto l’informatica nella mia archeologia – sta sotterrando mondi interi, esteriori e interiori. Infatti, a dispetto della maggiore agiatezza, è aumentata a dismisura l’infelicità di tanti giovani».

La colpa è della tecnologia?

«No, del dominio assoluto che le abbiamo concesso. Un cellulare non ti abbraccia, non ti emoziona. Quel calore oggi non lo dà la cerchia degli affetti, non il gruppo sociale, tantomeno la corporazione del lavoro...»

Per questo lei ritiene che stiamo entrando in un Alto Medioevo?

«Quando le famiglie sono così destrutturate, la scuola è smantellata, e il super-io è distrutto, sì. A meno che non ci sia una forte reazione. Dei segnali che lasciano sperare, io li vedo».

Me ne dica uno.

«L’esito del referendum, la partecipazione dei giovani. Se si ribellassero anche all’incapacità dei padri di fare i padri; a una scuola che promuove tutti e non insegna niente, forse ne usciremmo. Anche da una società che riesce a passivizzare le persone».

Lei però non è andato a votare.

«Perché condividevo solo la separazione tra pm e giudici, non apprezzavo argomentazioni e toni del governo. Che avrebbe dovuto dire: “Vogliamo divise le carriere, ma rispettiamo i giudici e il pilastro della loro autonomia, anche se le toghe sbagliano, come sbagliamo noi politici”. Punto. Invece hanno pressato, strappato. Rivelando che quelle norme avrebbero giovato chi andava al governo. E lì si sono dati una bella zappa sui piedi».

Lei scrive anche di “ceti di governo fatti di astuti follower”, assetati di “potere, il più possibile”. È questa destra, o è questa stagione del mondo?

«Devo dire francamente che non mi sento più da una parte o dall’altra, con nettezza. L’azione della destra da noi è comunque inficiata dalle sue stesse origini, viene da una storia che la mia famiglia ha sempre avversato. Tuttavia mi chiedo: se uno vuole uscire fuori da una fogna, cosa fai? Gli pesti le dita sul bordo della fogna, o gli dai una mano? Io preferisco che escano e assumano una forma di conservatorismo decente».

Vale anche per il ministro Giuli?

«Sull’archeologia, mi pare, Giuli sta facendo bene, ha una sua sensibilità. Alla Sapienza, credo, ha studiato Storia delle religioni con la scuola di Brelich, che poi fu uno dei miei riferimenti, dopo il mio maestro, Ranuccio Bianchi Bandinelli. Ecco, Giuli: mi chiede un consiglio, glielo do. Cerco di non mandare nessuno a sbattere».

E sulla Biennale chi aveva ragione: Giuli o Buttafuoco?

«Eh no, non si invita la Russia. È come se Churchill avesse permesso una mostra sui nazisti. Dice: ma Londra era sotto le bombe. Perché l’Ucraina non è sotto il fuoco? E non è parte della nostra Europa?».

Ma la crociata per l’egemonia culturale non è fallimentare?

«Perché questa classe al governo è incerta, contraddittoria. La premier, che qualcosa pure ha fatto, parla sempre ai suoi. Non sanno muoversi: guardano troppo agli amici, al gruppo. Andrebbero incoraggiati ad abbandonare un certo retroterra. Ma attenzione, anche la sinistra va incoraggiata a uscire dagli schemi».

Si riferisce a slogan ripetitivi?

«A certe formulette stanche. Un esempio: la patria, la nazione non sono tabù da aborrire, lo è il nazionalismo. Il rapporto con Dio: è la porta sull’umano, non solo con la religione. La sinistra, che era più colta e porta quindi l’enorme responsabilità di aver demolito la scuola, ha dei rictus. Un esempio? Rispetto molto la signora Gruber come giornalista. Ma a volte si cede al gusto del comizietto. Se inviti chi non la pensa come te, non gli dai un dito nell’occhio».

E di Meloni cosa pensa?

«L’ho apprezzata per il sostegno incondizionato all’Ucraina. Ma sbaglia sull’Europa, quando difende il diritto di veto, ormai enorme ostacolo. Sbaglia su Trump. A cui doveva dire: “Noi siamo di destra, e il presidente americano pure, ok, siamo contenti, ma non uguali. Lui ha la fissa dell’impero, a noi sta a cuore la democrazia”».

Invece è stato lui a “bocciarla”.

«E la premier, così sveglia, ha fatto tardi a staccarsene. Come troppo tardi ha fatto dimettereDelmastro, Santanchè. A proposito di cose fatte tardissimo: la premier ora potrebbe dire la verità a Netanyahu. Voleva un bilancio? Non sufficit, direbbero i latini».

Il libro

Alla mia età di Andrea Carandini, Laterza, pagg. 104, euro 15

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