Roma. Mettere insieme le generazioni. Guardare indietro, agli ultimi ottant’anni di storia del Paese, per celebrare i maestri di una disciplina ma anche per far conoscere chi maestro ancora non è ma potrà diventarlo; ridisegnare, infine, una fisionomia collettiva che ci proietti nel futuro. Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026, la mostra (a cura di Pippo Ciorra e Elena Tinacci) inaugurata ieri al Maxxi di Roma con la visita a porte chiuse del presidente Mattarella e del ministro della Cultura Giuli, nasce con scopi molteplici. Nelle parole della presidente di Fondazione Maxxi, Maria Emanuela Bruni, «rendere omaggio a una straordinaria stagione di creatività e di impegno civile, valorizzando il contributo di architetti e urbanisti nel dare forma concreta ai principi della Repubblica: apertura, partecipazione, progresso e tutela del bene comune». Poi, mostrare, aggiunge la direttrice del dipartimento di Architettura del museo Lorenza Baroncelli, in che modo «l’architettura ha c…
Roma. Mettere insieme le generazioni. Guardare indietro, agli ultimi ottant’anni di storia del Paese, per celebrare i maestri di una disciplina ma anche per far conoscere chi maestro ancora non è ma potrà diventarlo; ridisegnare, infine, una fisionomia collettiva che ci proietti nel futuro. Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026, la mostra (a cura di Pippo Ciorra e Elena Tinacci) inaugurata ieri al Maxxi di Roma con la visita a porte chiuse del presidente Mattarella e del ministro della Cultura Giuli, nasce con scopi molteplici. Nelle parole della presidente di Fondazione Maxxi, Maria Emanuela Bruni, «rendere omaggio a una straordinaria stagione di creatività e di impegno civile, valorizzando il contributo di architetti e urbanisti nel dare forma concreta ai principi della Repubblica: apertura, partecipazione, progresso e tutela del bene comune». Poi, mostrare, aggiunge la direttrice del dipartimento di Architettura del museo Lorenza Baroncelli, in che modo «l’architettura ha contribuito all’Italia democratica.
Il campus di Urbino ideato da De Carlo
Perché costruire uno spazio non è solo creare una quinta per la vita quotidiana, ma formare un’idea di collettività». Si viene accolti, nelle sale al pianterrenno dell’edificio disegnato da Zaha Hadid, dalle riflessioni di otto grandi nomi: Stefano Boeri, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Massimiliano Fuksas, Renzo Piano, Franco Purini, Elisabetta Terragni, Paola Viganò, Cino Zucchi, che si raccontano in video attraverso otto totem interattivi.
La sezione della mostra Fotogrammi dalla storia, articolata per temi, si apre con due realizzazioni postbelliche che senza ambiguità chiudono la sanguinosa stagione del regime e poi della Seconda guerra mondiale. Si tratta del leggero, poetico Monumento ai Caduti dello studio BBPR per il Cimitero monumentale di Milano, reinterpretato in mostra dall’installazione di Matilde Cassani e del sacrario delle Fosse Ardeatine a Roma, firmato da Mario Fiorentino e Giuseppe Perugini con Nello Aprile, Cino Calcaprina e Aldo Cardelli.
Poi, appunto, l’Italia della ricostruzione: la casa per tutti (il quartiere Harar di Milano, quello Incis a Decima di Roma); il museo come scuola (Carlo Scarpa per Castelvecchio a Verona, Albini e Helg per il tesoro della cattedrale di San Lorenzo a Genova); scuole e infrastrutture (a chiusura, il piazzale Cadorna di Milano ridisegnato da Gae Aulenti). Segue la sezione Cronache del presente, pensata come elogio di quella prima “generazione Erasmus”, nata tra la fine dei Sessanta e gli Ottanta, che attraversa paesi ed esperienze e acquista uno sguardo internazionale. Ciascuno degli otto studi selezionati (Demogo, Treviso; MoDus Architects, Bressanone; Giulia De Appolonia, Brescia; Francesca Torzo, Genova; Studio Labics, Roma; Barozzi Veiga, Barcellona, Spagna; Elastico Farm, Torino; Kuehn Malvezzi, Berlino) è raccontato dalle foto di Allegra Martin e da un grande tavolo con maquette, materiali, rimandi a un modus operandi diverso per tutti ma accomunato da attenzione all’ecologia, al riciclo dei materiali, all’aspetto comunitario e sociale.
Il quartiere Incis di Decima (Roma) firmato da Luigi Moretti
E se tutta la sezione storica iniziale della mostra nasce prendendo le mosse dall’ampio patrimonio archivistico dedicato all’architettura del Maxxi, è al lavoro dell’istituzione che si torna nella parte finale del progetto: Vitalità dell’architettura si chiude infatti rievocando le edizioni del concorso che la Fondazione, fin dal 2011, dedica ogni due anni ai giovani progettisti invitandoli a ideare un’installazione estiva per gli spazi esterni del Maxxi, molto vissuti non solo dai visitatori, ma da studenti, famiglie, popolazione del quartiere. La competizione, che si chiama Nxt, quest’anno ha premiato il progetto Rubato del collettivo Hpo.
Non citato tra i decani, perché di nazionalità svizzera, ma presente all’anteprima, il grande architetto italo elvetico Mario Botta ci tiene a commentare il percorso espositivo e il fil rouge che unisce passato e presente: «Questa mostra ha il pregio di rilanciare la cultura architettonica italiana; non solo con le vette, con le eccezioni ma proprio facendo il ritratto di questi giovani che sanno oggi misurarsi con la costruzione, con la cultura, con la memoria facendole risorgere. Un fiore nuovo, direi, e a tutti gli effetti un fiore europeo».
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