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Cosa insegna davvero la festa del 2 giugno

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Riportata in auge dalla presidenza Ciampi, ci ricorda che il Paese è figlio dell’antifascismo costituzionale. La cifra è l’inclusionee non una torsione controun passato che non passa
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Cosa rimane del 2 giugno 1946 ottant’anni dopo? Cosa si è perduto di quel passaggio cruciale? Sembra così distante quel giorno, più dei decenni che ci separano dalla scelta tra Monarchia e Repubblica e dall’elezione dell’Assemblea costituente. Un tempo che rischia di perdersi nella confusione che sovrappone messaggi e informazioni in un presente invasivo e condizionante.

Dietro un’apparente distrazione o noncuranza si muove un confronto latente, una dialettica che ha per principale obiettivo la contesa sul passato, la sua interpretazione in chiave attualizzata. Diversi temi sono ben presenti nelle celebrazioni di questi giorni: l’introduzione del suffragio universale, la partecipazione di massa, la genealogia della Repubblica e il lavoro di tanti e tante confluito nella…

Cosa rimane del 2 giugno 1946 ottant’anni dopo? Cosa si è perduto di quel passaggio cruciale? Sembra così distante quel giorno, più dei decenni che ci separano dalla scelta tra Monarchia e Repubblica e dall’elezione dell’Assemblea costituente. Un tempo che rischia di perdersi nella confusione che sovrappone messaggi e informazioni in un presente invasivo e condizionante.

Dietro un’apparente distrazione o noncuranza si muove un confronto latente, una dialettica che ha per principale obiettivo la contesa sul passato, la sua interpretazione in chiave attualizzata. Diversi temi sono ben presenti nelle celebrazioni di questi giorni: l’introduzione del suffragio universale, la partecipazione di massa, la genealogia della Repubblica e il lavoro di tanti e tante confluito nella scrittura della carta. Un insieme di atti e processi storici che definiscono il perimetro di un nuovo inizio.

La festa del 2 giugno si lega da subito in modo indissolubile all’antifascismo, o per meglio dire alla complessa stratificazione del binomio fascismo-antifascismo nell’itinerario della Repubblica dei partiti e della guerra fredda. Il primo termine spinge a guardare indietro dentro le caratteristiche del regime in pieno ventennio, mentre il secondo apre uno spazio inedito rivolto al futuro, alle possibilità di costruire il cammino della democrazia delle masse. Una chiave inclusiva per sorreggere e orientare il cammino del dopoguerra. Ma tale svolta non corrisponde a una cancellazione preventiva della fase precedente: tante cose restano in superficie, altre carsicamente sopravvivono nel profondo della società, altre ancora si trasformano pur attraversando un’ipotetica linea di confine.

Il lascito più impegnativo del 2 giugno porta la cifra costitutiva del coinvolgimento, della costruzione collettiva, e rappresenta una spinta per il futuro, non una torsione contro un passato che non passa. Un patrimonio comune capace di motivare progetti e obiettivi attraverso la progressiva costruzione di un perimetro condiviso capace di unire culture, tradizioni, bandiere e storie lontane. Si può stare insieme tra diversi senza cancellare differenze e orientamenti plurali. Diventa così una spinta preziosa, l’antifascismo della Repubblica per qualcosa da costruire e condividere, più che essere un motore che si muove contro potenziali oppositori, nostalgici, custodi di una stagione sfociata nella guerra civile del 1943-45.

Una scommessa sul futuro, una prova che mette in risalto i rischi di chi cerca un riparo rassicurante nelle identità certe, ideologiche, separate e antagoniste. La festa nell’immediato dopoguerra può diventare uno spazio comune di possibilità riconosciute e riconoscibili. Tanto nel presente, a partire da quello che si poteva immaginare dopo la sconfitta del nazifascismo nel 1945, quanto nel futuro tratteggiato appena dall’architettura istituzionale del 1948. Un patrimonio di speranze per guardare con ottimismo verso un destino comune di conquiste a portata di mano per generazioni che avevano conosciuto e percorso gli orrori e le violenze delle guerre mondiali e del ventennio.

Il segno dell’antifascismo costituzionale va al di là dei proclami e delle stesse dichiarazioni di allora. Il suo carattere propositivo e inclusivo prende il sopravvento sul peso delle lacerazioni e delle memorie divise: come riconoscimento e sigillo di una stagione sorregge le sorti del richiamo al 2 giugno anche quando la festa viene ridimensionata, cancellata dal calendario civile per essere poi ritrovata e valorizzata a partire dal 2000 agli albori del settennato di Carlo Azeglio Ciampi. L’antifascismo qualifica l’impianto della carta del 1948 e ne è una componente essenziale, non cancellabile, né sostituibile con formule annacquate o di comodo. L’eredità più preziosa si snoda lungo la grande partecipazione popolare che si riversa sulle scelte del 1946 garantendo legittimità e consenso al nuovo inizio. Più si allargano gli orizzonti della cittadinanza, più si aprono e si frequentano gli spazi per sentirsi consapevolmente parte di una storia comune e più risultano forti e condivisibili gli indirizzi di fondo delle scelte fondanti. Quando viene meno tale tensione l’intero sistema mostra debolezze, fragilità e battute d’arresto.

Un’interpretazione che giunge fino al nostro presente quando il bersaglio di tante polemiche, spesso strumentali è proprio il valore dell’antifascismo, la sua capacità di resistere alle sfide del tempo senza essere schiacciato sul biennio della guerra civile, sulle violenze contrapposte o sulle scelte dell’immediato dopoguerra: lievito per il sistema politico che nella sua lunga evoluzione ha segnato generazioni di italiani, motivato scelte e indirizzi, tenuto insieme legami e riferimenti tra passato e presente.

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