Carlo Levi, nei manuali scolastici e nella vulgata, è l’autore di un solo libro, seppur meraviglioso (Cristo si è fermato a Eboli), e rischia una polverosa monumentalizzazione. Eppure in L’Orologio (1950), il più bel romanzo politico del Novecento – da mettere accanto al memoriale di Silone, Uscita di sicurezza – ci parla direttamente, come un nostro contemporaneo.
Non è possibile separare, nell’Orologio di Levi, il messaggio politico – di assoluta radicalità, quasi il manifesto di una sinistra libertaria – dalla forma letteraria, e cioè un personalissimo ibrido composto di vari generi e registri (memoir, saggio, micronarrazioni, reportage…). Perché non è possibile questa separazione? Perché, come leggiamo in quella che è la scena centrale del libro, dentro il traforo a Roma (una caver…
Carlo Levi, nei manuali scolastici e nella vulgata, è l’autore di un solo libro, seppur meraviglioso (Cristo si è fermato a Eboli), e rischia una polverosa monumentalizzazione. Eppure in L’Orologio (1950), il più bel romanzo politico del Novecento – da mettere accanto al memoriale di Silone, Uscita di sicurezza – ci parla direttamente, come un nostro contemporaneo.
Non è possibile separare, nell’Orologio di Levi, il messaggio politico – di assoluta radicalità, quasi il manifesto di una sinistra libertaria – dalla forma letteraria, e cioè un personalissimo ibrido composto di vari generi e registri (memoir, saggio, micronarrazioni, reportage…). Perché non è possibile questa separazione? Perché, come leggiamo in quella che è la scena centrale del libro, dentro il traforo a Roma (una caverna mitologica, platonica) vi è una parte di umanità – i cosiddetti Contadini – che non ha la lingua per esprimersi. Perciò Levi si propone come testimone di questa parte di umanità, ma non sa ancora bene quale lingua potrà usare. Di qui il carattere sperimentale del libro: l’Orologio è un grande tentativo di straniamento e sperimentazione letteraria, non meno audace del Pasticciaccio di Gadda, anche se naturalmente lavora più sulla struttura che sul lessico. Il tradimento della Resistenza, grande occasione perduta per il nostro paese, è un tema di tale complessità che deve essere rappresentato in una forma nuova e spiazzante, attraverso un continuo sconfinamento di generi. Perciò il libro venne frainteso, screditato, accusato di estetismo e decadentismo.
L’Orologio, cronaca dei tre giorni della caduta del governo di Ferruccio Parri nel novembre 1945, ha una struttura composita, fatta di varie sezioni (dal memoir visionario iniziale, al reportage sulla Garbatella, al viaggio avventuroso verso Napoli che sembra Ombre rosse di John Ford, a sua volta ispirato a Maupassant), sulle quali non posso ora soffermarmi. Ma torno sulla scena della caverna. Nel traforo, mentre fuori pioviggina, il narratore dialoga con due suoi amici e sodali, Andrea (ovvero Leo Valiani, che ha idee molto vicine alle sue) e Carmine (Manlio Rossi-Doria), entrambi claudicanti per varie ragioni, il che rende tutta la scena ancora più omerica. Quasi tutti i personaggi sono figure decisive del Partito d’Azione, del cui giornale, Italia libera, Levi si trovò a fare da direttore. Qui Andrea enuclea la teoria della bipartizione tra Luigini e Contadini. Si tratta di un dualismo non assoluto, e non va inteso propriamente come divisione in due dell’umanità (tipo “uomini e no”). Piuttosto: è una divisione che attraversa ciascuno di noi, scisso tra una parte luigina e una parte contadina. Del resto lo stesso Levi aveva detto negli anni Trenta che il vero problema è sconfiggere il fascismo dentro di noi (forse Giorgio Gaber se ne dovette ricordare quando disse «Mi fa paura non Berlusconi in sé ma Berlusconi in me»!). I Contadini sono tutti quelli che «fanno le cose, che le creano, le amano, che se ne contentano…», non solo i contadini ma artigiani, medici pittori, le donne e infine gli intellettuali, anche se non tutti gli intellettuali. I Luigini invece sono quelli che «dipendono e comandano… servono e imperano», tra cui industriali e commercianti «che si reggono sui miliardi dello Stato» e perfino «gli operai che stanno con loro»(la mentalità assistenzialistica, lo Stato caritatevole e corrotto). Andrea aggiunge che la forma stessa dei partiti è luigina, cioè burocratica e autoriferita.
Anche se tra i Contadini Levi mette Machiavelli (perché ne ha capito la natura di scrittore tragico) per lui la politica non è tanto tecnica per conquistare e gestire il potere, quanto moralità, creazione di un contropotere, e soprattutto esperienza in sé educativa, strumento di un «rinnovamento di civiltà». È l’idea della politica come autonomia e autogoverno (i Cln di fabbrica, di scuola, di rione…), molto più a sinistra dei programmi del Pci, come gli riconobbe onestamente il comunista Aldo Natoli. Certo fa impressione, nel romanzo, quell’immagine di Parri fra i due volti cardinalizi e teologali di Togliatti e di De Gasperi, come Pinocchio tra il Gatto e la Volpe. Il “neoumanesimo”di Levi contiene una inquietudine mistico-religiosa non del tutto estranea alla tradizione ebraica, per la quale «l’azione etica è l’azione che asseconda il ritmo di vita dell’universo, l’azione non etica, invece, è quella che lo impedisce»(Leonardo Sacco). Levi all’inizio dell’Orologio ricorda quando da bambino guardava un mazzo di fiori dipinto nell’affresco sul soffitto: gli appariva come «un ritmo senza suono, un’onda immateriale oscillante…».
Si ritrova qui un nesso tra etica e realtà: l’etica non è tanto questione di valori astratti: è la possibilità di fare piena esperienza di mondo affollato di esseri umani, e soprattutto di aderire al suo ritmo segreto, ritratto da un artista anonimo in una curva di fiori e di foglie sul soffitto.
L’evento
Quest’anno la Scuola Normale di Pisa celebra gli 80 anni della Repubblica dedicando il tradizionale appuntamento Le Letture della Normale a uno dei volumi che più intensamente ne restituiscono lo spirito e le contraddizioni: L’Orologio di Carlo Levi. A introdurre la lettura la conferenza di Filippo La Porta il 3 giugno (ore 18.30). Il 6 giugno (ore 21.30) è in programma lo spettacolo Quando l’Italia non è cambiata di Francesco Piccolo