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Francesco Vezzoli: “Hockney sapeva come dipingere il desiderio”

Christopher Isherwood e Don Bachardy (1968) © David Hockney, © Fabrice Gib 

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L’artista ricorda il maestro inglese scomparso a 88 anni
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«Era rinascimentale. Non solo perché sperimentava, fino a utilizzare l’iPad per le opere dell’ultimo periodo, ma perché nella sua arte aveva sempre in mente lo spettatore, come facevano i maestri del Rinascimento». Francesco Vezzoli, il più internazionale degli artisti italiani, ricorda così David Hockney, che ha sfiorato più volte. «Ora mi viene in mente una delle ultime mostre a Los Angeles, inaugurata da lui con una conferenza».

Hockney dipingeva per chi lo guardava.

«Era concentrato su se stesso, ma non dimenticava mai la gioia dello sguardo altrui. Penso a dipinti come Beverly Hills Housewife, ma anche ai ritratti malinconici fatti all’amico stilista Ossie Clark, come quello più celebre con la moglie Celia della Tate Britain. In lui, nei suoi colori, c’è sempre una jouissance. Non è mai disperato. Incarna lo spettro opposto della sensibilità omosessuale rispetto a Peter Hujar, dove, al contrario, ci sono assenza di colore e puro tormento. Ma nell’arte è più difficile far godere c…

«Era rinascimentale. Non solo perché sperimentava, fino a utilizzare l’iPad per le opere dell’ultimo periodo, ma perché nella sua arte aveva sempre in mente lo spettatore, come facevano i maestri del Rinascimento». Francesco Vezzoli, il più internazionale degli artisti italiani, ricorda così David Hockney, che ha sfiorato più volte. «Ora mi viene in mente una delle ultime mostre a Los Angeles, inaugurata da lui con una conferenza».

Hockney dipingeva per chi lo guardava.

«Era concentrato su se stesso, ma non dimenticava mai la gioia dello sguardo altrui. Penso a dipinti come Beverly Hills Housewife, ma anche ai ritratti malinconici fatti all’amico stilista Ossie Clark, come quello più celebre con la moglie Celia della Tate Britain. In lui, nei suoi colori, c’è sempre una jouissance. Non è mai disperato. Incarna lo spettro opposto della sensibilità omosessuale rispetto a Peter Hujar, dove, al contrario, ci sono assenza di colore e puro tormento. Ma nell’arte è più difficile far godere che fare piangere».

Incredibilmente, dati i tempi, viveva la sua omosessualità sin dagli anni Cinquanta senza inquietudini.

«Non rivendicava, ma non nascondeva. L’omosessualità non era uno strumento. Sentiva che il suo equilibrio stava in quello e l’essere famoso gli dava forza. Non si portava dietro l’inquietudine seriale di Warhol o di Mapplethorpe, seppur permeata di glamour».

Era inglese, ma nessuno ha restituito l’immaginario della California come lui.

«I suoi quadri californiani generano una memoria di puro piacere. Ma lui era tutt’altro che californiano. Aveva la felicità del provinciale in California. Per questo quelle immagini funzionano. La sua è una California aspirational, di chi nutre ambizioni. E poi Hockney ha un’intuizione geniale: capisce che, se vuole diventare iconico, deve adottare un soggetto che nel Rinascimento non esisteva. Piero della Francesca non ha mai dipinto piscine!».

Le sue piscine sono entrate nella storia dell’arte, in effetti.

«Per un californiano sarebbe stato scontato dipingerle. E infatti non è successo. Per Hockney sono un traguardo della provincia, una scoperta. Per me rappresentano il puro desiderio, con quegli uomini che ne escono bagnati…».

Era di una generazione appena successiva a quella di un altro ultimo grande della pittura, Lucian Freud.

«Hockney, più popolare e gioviale, era la nemesi di Freud. Lucian era sì nipote di Sigmund, ma figlio artistico di Picasso, amava graffiarsi. Era come se fosse nato per fare un dispetto a tutti, anche quando realizzava il ritratto della regina Elisabetta. Ma poi era vittima del fascino per l’aristocrazia inglese. Hockney no: in lui vedevi sempre un tentativo dialettico. Freud era terrorizzante. Hockney accoglientissimo».

Negli ultimi anni, Hockney ha scelto per lo più la solitudine, anche per la sua sordità e la fragilità.

«Col passare del tempo, la sua sordità era un po’ la metafora fisica della migliore qualità che un artista possa avere: l’impermeabilità all’aggressività del parere altrui. Azzardo: non era sordo, semplicemente non voleva sentire le sciocchezze del teatro della vita».

Con David Hockney muore la pittura stessa?

«È molto difficile immaginare una pittura oggi. Quelli che dipingono avrebbero il dovere di studiare cosa non è mai stato fatto prima. È questa la lezione di Hockney. Io non dipingo, ma di piscine non mi occuperò mai. Lo prometto solennemente».

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