In questo ricordo di Carlo Ginzburg vorrei partire dal suo ultimo libro (pubblicato da Adelphi che negli anni ha ristampato in nuove edizioni tutti i suoi lavori), Il vincolo della vergogna. Mi piaceva questo titolo così tremendamente allusivo su un sentimento che ci coinvolge fino a farci sentire inermi. Con Carlo, in occasione dell’uscita del libro, c’eravamo scambiati alcune mail l’11 febbraio. L’idea era che andassi a trovarlo a Bologna per parlare di questa sua ultima produzione e più in generale del suo lavoro di storico. Ma poi non se ne fece niente. Restò tutto come sospeso nell’aria, come se le parole che avrebbero dovuto trovare la naturale conclusione in un nostro incontro deviassero altrove sull’incerto confine tra la vita e la morte.
Ho amato i libri di Carlo Gin…
In questo ricordo di Carlo Ginzburg vorrei partire dal suo ultimo libro (pubblicato da Adelphi che negli anni ha ristampato in nuove edizioni tutti i suoi lavori), Il vincolo della vergogna. Mi piaceva questo titolo così tremendamente allusivo su un sentimento che ci coinvolge fino a farci sentire inermi. Con Carlo, in occasione dell’uscita del libro, c’eravamo scambiati alcune mail l’11 febbraio. L’idea era che andassi a trovarlo a Bologna per parlare di questa sua ultima produzione e più in generale del suo lavoro di storico. Ma poi non se ne fece niente. Restò tutto come sospeso nell’aria, come se le parole che avrebbero dovuto trovare la naturale conclusione in un nostro incontro deviassero altrove sull’incerto confine tra la vita e la morte.
Ho amato i libri di Carlo Ginzburg, li ho amati per lo sbalordimento che mi provocava la loro lettura da cui si usciva puntualmente più arricchiti. Una volta dovendo immaginare la reazione di un lettore mi capitò di usare una metafora marina. Pensai che immergersi nei suoi testi era come scendere in certe profondità del mare. Fino a un certo punto segui una verticale e poi improvvisamente cominci a divagare, a perderti, magari facendo gli incontri più strani: uomini-pesce, libri-scoglio, parole che si depositano sui più remoti fondali.
E una parola che da tempo lo interpellava è stata appunto “vergogna”. Da dove nasce questo sentimento e quali implicazioni comporta sul piano individuale e collettivo? Era questo il perimetro entro cui Ginzburg volle collocarla. Partendo da una constatazione tanto elementare quanto sorprendente: «Il Paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare». La vergogna, concludeva, può essere un legame più forte dell’amore.
Sono affermazioni non recenti che Ginzburg collocava in una sapiente ricostruzione storica: incursioni nel mondo greco e in quello giudaico-cristiano, spiegando come si fosse passati da una cultura della vergogna a una cultura della colpa. Ma a quel punto, ecco la sorpresa, l’attualità viene incontro allo storico, quasi a spiegare perché ci si può vergognare del proprio Paese. E i fatti ai quali Ginzburg si riferisce e riassume in poche righe sono quelli provocati dall’orrendo massacro del 7 ottobre e della relativa vergogna generata negli uomini e donne palestinesi che non si sono riconosciuti nelle violenze perpetrate da Hamas. A tali fatti, commentava Ginzburg, seguì «la feroce, criminale risposta del governo Netanyahu, segnata dalle stragi di bambini e di adulti ridotti alla fame nella striscia di Gaza». Fatti, conclude, «che hanno suscitato un senso di vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica: per esempio, in un italiano ebreo come il sottoscritto».
Carlo era figlio di Leone e Natalia Ginzburg. Aveva studiato alla Normale di Pisa e si era specializzato al Warburg Institute di Londra, che fu un’esperienza fondamentale per realizzare uno dei suoi libri più belli: Indagini su Piero. Senza dimenticare Miti, emblemi, spie, dove tra i tanti personaggi spunta Sherlock Holmes e il “paradigma indiziario” che anche uno storico, come un detective, deve saper maneggiare. Il libro con cui esordì fu I benandanti (1966): una storia di presunta stregoneria e di inquisizione tra ’500 e ’600 cui seguì, un decennio dopo, Il formaggio e i vermi, la storia di un mugnaio del XVI secolo accusato di eresia. Ma vale la pena citare anche Il giudice e lo storico, in cui analizzò i documenti del processo Sofri concentrandosi sul rapporto tra prove e verità, nella convinzione dell’innocenza del condannato (prima edizione Einaudi, poi ripubblicato da Quodlibet).
Quelle che spesso Ginzburg ha affrontato sono state delle vere e proprie microstorie. Partire da un dettaglio (perché è lì che si nasconde il buon Dio, avrebbe detto Warburg) per scoprire il reticolo complesso di un’epoca. Paradigma indiziario, per intenderci.
Una volta gli dissi che le sue ricerche avevano la caratteristica di apparirmi come letture bifocali: erudite per la cura che sapeva dedicare ai dettagli minimi e insoliti di una storia ma, al tempo stesso, nutrite da una grande divagazione. Come pochissimi ha saputo esercitare l’arte dell’accostamento sorprendente. Era in grado di trovare fili segreti che legassero Stevenson e Malinowski, Sterne (autore del Tristram Shandy) e Pierre Bayle (celebre per il suo Dictionnaire), Machiavelli e Pascal. Sapeva lavorare sui testi e sulla loro tradizione. Quell’impostazione - per cui un testo non è mai innocente e deve tener conto della molteplice e contraddittoria tradizione che si interpone tra noi e loro – l’aveva appresa dall’insegnamento di Arnaldo Momigliano e Delio Cantimori.
Attraverso i suoi libri Ginzburg non ha mai smesso di riflettere sul lavoro dello storico, sulle sue competenze che interpellano anche l’arte, l’antropologia, la letteratura. Ancora una volta mi sorprese con il suo Rapporti di forza, una raccolta di saggi apparentemente molto eterogenei dove, alle incursioni nel mondo di Picasso e di Aby Warburg, seguivano circostanziate considerazioni su Lorenzo Valla, Aristotele, Flaubert e Proust, fino alla riesumazione di Charles Le Gobien, un gesuita che verso la fine del Seicento descrisse la rivolta contro gli spagnoli degli indigeni delle isole Marianne. Tutto ciò poteva apparire stravagante, in realtà c’era in lui l’uso imprevedibile di certi testi e di certi autori. Ginzburg sapeva posare il proprio sguardo in angoli della storia dove nessuno avrebbe mai guardato. Per pigrizia o forse disinteresse.
Mi stupì il suo commento a un testo di Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale. Perché mai uno storico doveva occuparsi di un filosofo? In realtà Ginzburg attribuiva grande e nefasta importanza a quel testo e alla sua ricezione. Al fatto cioè che Nietzsche è all’origine della svalutazione del lavoro dello storico, decretata successivamente da quei filosofi (ermeneutici) per i quali non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Se le parole si separano dalle cose, se non esistono più prove (per quanto falsificabili) allora, concludeva Ginzburg, la verità finisce col prescindere dalla realtà. La storia diventa solo narrazione. Ai suoi occhi era chiaro che se il discorso storico espelle la prova si arriva facilmente alla tentazione di utilizzare la retorica come elemento di rimozione del passato. L’approdo al negazionismo è breve.
Pochi storici hanno avuto come Ginzburg un orecchio musicale per la storia. Qualcosa che a me richiama la fuga e il contrappunto. Mi torna in mente quando alcuni anni fa, a Bologna, presentavo il libro di Roberto Calasso L’innominabile attuale. Carlo era seduto in prima fila. Alla fine ci fu una cena a casa di Romano Montroni (scomparso pochi giorni fa e al quale Michele Serra ha dedicato un toccante ricordo). Li sentii per un momento parlare con la spontaneità che si addice a due quasi coetanei (Carlo era più grande di due anni). Avvertii la musicalità del dire, lo scherzoso fraseggio di due persone in quel momento felici di conversare. A loro modo hanno arricchito la storia culturale di questo Paese e almeno di questo non dobbiamo vergognarci.