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Goodbye capitalismo: ora all’America piacciono i socialisti

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Il “Wall Street Journal” e l’“Economist”, fari del libero mercato segnalano la svolta: il sogno è finito, i giovani vanno a sinistra
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Nel 1987 lo storico Paul Kennedy pubblicò il bestseller Ascesa e declino delle Grandi Potenze (Garzanti), lasciando intuire che anche per gli Stati Uniti arrivava la stagione inevitabile della decadenza, dopo Atene, Roma, Spagna, Francia, Russia. Due anni più tardi la caduta del Muro di Berlino e, nel 1991, l’ammainabandiera Urss al Cremlino, sembravano smentire Kennedy, con Washington capitale egemone nel mondo globale. A volte però, suggeriva lo studioso Fernand Braudel, i movimenti della storia sono invisibili e, a meno di quarant’anni dalla profezia di Kennedy, in un sondaggio del Wall Street Journal-Norc la maggioranza dei cittadini americani ritiene la nazione in pieno declino, il sogno americano, il capitalismo, perfino la democrazia che il 4 di luglio ha celebrato un quarto di millennio tra i fuochi pirotecnici del presidente Donald Trump, scaduti a roba del secolo passato, souvenir kitsch al pari di religione e patriottismo.

Nel 1987 lo storico Paul Kennedy pubblicò il bestseller Ascesa e declino delle Grandi Potenze (Garzanti), lasciando intuire che anche per gli Stati Uniti arrivava la stagione inevitabile della decadenza, dopo Atene, Roma, Spagna, Francia, Russia. Due anni più tardi la caduta del Muro di Berlino e, nel 1991, l’ammainabandiera Urss al Cremlino, sembravano smentire Kennedy, con Washington capitale egemone nel mondo globale. A volte però, suggeriva lo studioso Fernand Braudel, i movimenti della storia sono invisibili e, a meno di quarant’anni dalla profezia di Kennedy, in un sondaggio del Wall Street Journal-Norc la maggioranza dei cittadini americani ritiene la nazione in pieno declino, il sogno americano, il capitalismo, perfino la democrazia che il 4 di luglio ha celebrato un quarto di millennio tra i fuochi pirotecnici del presidente Donald Trump, scaduti a roba del secolo passato, souvenir kitsch al pari di religione e patriottismo.

Numeri spietati: meno della metà dei cittadini Usa dell’era AI, Musk e social media ritiene che il capitalismo funzioni, contro i due terzi che avevano fiducia in Wall Street e negli eredi di Ford, Rockefeller e Silicon Valley appena dieci anni fa. Una sparuta minoranza, uno su tre, ritiene che sia possibile oggi guadagnarsi il pane con un salario decente, gli altri no. E, mentre la guerra continua in Iran, la polizia Ice è accusata di omicidi e soprusi, il New York Times indaga sui profitti da cyber valute di Trump e i democratici vedono Graham Platner, candidato senatore in Maine, con tatuaggio SS in petto, costretto al ritiro da accuse di violenza sessuale, è ovvio che solo il 12 per cento (uno su dieci!) degli americani dichiari fiducia superstite nella democrazia. Poco più, il 16 per cento, conserva la fede nel ruolo del popolo sul governo, mentre uno schiacciante 84 per cento si confessa rassegnato allo strapotere degli oligarchi AI e tecnologici, capaci di mettersi in tasca media e politica.

Malgrado le bandiere e gli inni del 4 luglio sei americani su 10 non sono fieri del loro paese e, vendicando la profezia di Paul Kennedy, oltre due terzi dei cittadini Usa ritiene che il paese di Washington e Lincoln sia in declino, stile Impero austro-ungarico dopo la Belle Époque. Per oltre la metà degli elettori, la democrazia che nel 2008 portò Obama alla Casa Bianca è in panne. Fra i giovani queste tendenze sono esasperate, il pessimismo sul futuro del mercato ha toni da romanzo distopico di Cormac McCarthy, salvo credere ancora nell’emigrazione, un bene per 6 cittadini su 10, come comprovato dalla recente sentenza della Corte Suprema che ha detto ok allo ius soli, contro i diktat di Trump.

La sfiducia Usa è parallela a quella dei dolenti alleati europei al vertice Nato di Ankara, con i populisti di Le Pen, Farage e Afd avanti a Parigi, Londra e Berlino, e l’ex generale Vannacci in ascesa a destra del governo Meloni. Né si tratta di fenomeni inediti: i Know Nothing (Non So Nulla) animarono due secoli fa l’odio contro neri, migranti e cattolici, e a ridosso della Seconda guerra mondiale il Comitato America First, piattaforma antisemita e filonazista, raccolse il consenso di Henry Ford, dell’asso dell’aviazione Lindbergh e dell’architetto Lloyd Wright.

La sfiducia per Wall Street che, nel romanzo Il grande Gatsby, testimonia le gesta dei protagonisti Tom Buchanan e Nick Carraway, anima anche, a sorpresa, la rinascita del socialismo Usa, vedi l’elezione a New York del sindaco Zohran Mamdani, capace di strappare a Trump miliardi per le case popolari, e i tre deputati socialdemocratici che hanno vinto a giugno le primarie del partito democratico e, a novembre, andranno senza problemi in Parlamento, per i distretti di Manhattan, Queens, Bronx ed Harlem. Il veterano senatore socialista Bernie Sanders e la carismatica deputata Ocasio-Cortez propongono un’agenda di welfare, sanità, tasse ai ricchi, che in Scandinavia sembrerebbe magari moderata, ma che Trump accusa già con astuzia di “comunismo”, per spaventare moderati e benestanti. La svolta è colta dall’austero periodico The Economist, che, in copertina, si chiede se le generazioni Millennials e Z, angosciate dalle macerie a Gaza e allontanate dalle città da caro affitti e salari bassi, non tradurranno la delusione sul capitalismo in passione per una nuova sinistra, come nel 1968. Nel 2000, lo storico Seymour Lipset chiese in un saggio «Perché il socialismo non si fosse mai affermato al governo negli Usa», concludendo che individualismo yankee e speranza di promozione economica rendevano impopolari bandiere rosse e falce e martello. Malgrado figure come Eugene Debs, fondatore del Partito socialista americano, 6 per cento dei voti alle presidenziali del 1912, o Michael Harrington, che con l’inchiesta sulla povertà del 1962 persuase il presidente Johnson a riformare scuola, sanità, edilizia, la sinistra è rimasta infine minoranza.

Socialista era anche John Reed, cronista laureato ad Harvard, autore del pamphlet I dieci giorni che sconvolsero il mondo sulla Rivoluzione russa, sepolto a 33 anni al Cremlino, tornato celebre nel 1981 per il kolossal Reds di Warren Beatty, storia, utopie, bellezza. Altri tempi: sull’ultimo numero della rivista Foreign Affairs, il diplomatico Thomas Wright esamina, con angoscia, l’Asse Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, tacita alleanza cosciente della disillusione civile, del senso di impotenza e declino a Washington, decisa dunque a battere capitalismo e democrazia.

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