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Ma chi lo dice se un’opera d’arte è pericolosa?

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Nudi, scene di stupro e violenza sono in mostra nei musei di tutto il mondo. Un saggio di Daisy Dixon riapre la discussione su censura e libertà assoluta
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I dipinti che hanno a soggetto stupri, rapimenti, voyeurismi e violenze varie possono essere esposti nei musei, e se sì, con quali didascalie? E le statue? Nudi di uomini, donne e bambini? Queste, tra altre, le domande di Daisy Dixon – studiosa inglese, dottorato a Cambridge (a Peterhouse, il più antico dei college di Cambridge, fondato alla fine del 1200), in forze all’Università di Cardiff – intorno a cui ruota il saggio intitolato Depraved. The Story of Dangerous Art, che uscirà in Italia da Faber&Faber all’inizio di agosto. Depravata. Arte pericolosa. L’espressione arte degenerata veniva utilizzata durante il nazismo per segnalare la degenerazione dell’arte, cioè la distanza dalla classicità, e sancire la degenerazione degli artisti che quell’arte fanno. Arte depravata, che significa? Di certo, se i musei modificano le didascalie di certe opere sbagliano, se non le modificano sbagliano ugualmente.

Il saggio di Dixon è stato ampiamente recensito sul Guardian e altrove, commenta…

I dipinti che hanno a soggetto stupri, rapimenti, voyeurismi e violenze varie possono essere esposti nei musei, e se sì, con quali didascalie? E le statue? Nudi di uomini, donne e bambini? Queste, tra altre, le domande di Daisy Dixon – studiosa inglese, dottorato a Cambridge (a Peterhouse, il più antico dei college di Cambridge, fondato alla fine del 1200), in forze all’Università di Cardiff – intorno a cui ruota il saggio intitolato Depraved. The Story of Dangerous Art, che uscirà in Italia da Faber&Faber all’inizio di agosto. Depravata. Arte pericolosa. L’espressione arte degenerata veniva utilizzata durante il nazismo per segnalare la degenerazione dell’arte, cioè la distanza dalla classicità, e sancire la degenerazione degli artisti che quell’arte fanno. Arte depravata, che significa? Di certo, se i musei modificano le didascalie di certe opere sbagliano, se non le modificano sbagliano ugualmente.

Il saggio di Dixon è stato ampiamente recensito sul Guardian e altrove, commentato su giornali d’arte più specialistici o più accademici perché, a dispetto del titolo – anzi, a dispetto di ciò che il titolo induce a pensare quando lo leggiamo in questo nostro tempo, immediatamente concordando o dissentendo ferocemente – non propone di bruciare quadri e libri e mutilare statue, ma attraverso una serie di esempi, dai dipinti ai videogiochi, propone di costruire un “come”, un percorso tra le opere d’arte e chi le guarda. Non cosa guardi, ma come guardi. Il saggio di Dixon è una riflessione sulla curatela.

Va detto che il dibattito è vecchio quando l’essere umano, ogni epoca ha avuto la sua arte depravata, si pensi a Daniele Ricciarelli, soprannominato il Brachettone perché chiamato a coprire i genitali dei corpi nel Giudizio universale di Michelangelo nella Sistina, o alle foglie di fico apposte qui e là sulle pudenda delle statue. Abbiamo temuto la mala educazione dei genitali esposti per lungo tempo, e li abbiamo coperti.

Oggi Il ratto di Europa – la vicenda mitologica in cui Zeus si innamora di Europa, si trasforma in toro, la rapisce per stuprarla – ci dà inquietudine. Nonostante l’inquietudine, osserva Dixon, il quadro di Tiziano è bellissimo. E allora, che facciamo? Come ci comportiamo di fronte alla soglia di suscettibilità che, epoca per epoca, ci troviamo a non dover o non voler travalicare? Censure, Inquisizione, libri proibiti, liste di proscrizione, donne che non avevano proprio l’anima: l’arte convive con la suscettibilità.

Tra vietare e non vietare è logicamente meglio non vietare, perché divieto dopo divieto si blocca tutto. Vietare, va detto, è verbo troppo rozzo quando si tratta di immaginare il compito o il ruolo, che, epoca per epoca, demandiamo all’arte e agli artisti. E va aggiunto che le immagini sono più problematiche di libri e musica (e infatti i grandi imperi coloniali hanno sempre viaggiato così, dalla statuaria romana in qua). È chiaro che chi non si occupa per lavoro, o mandato, di immaginare un sistema educativo, dirigere un museo, una biblioteca o pensare programmi ministeriali può rimanere quieto nel preferire il libero accesso alle opere d’arte. Perché di questo si tratta. I musei, le biblioteche, la scuola pubblica, le università, financo, forse, le case editrici, sono luoghi dove si immagina cosa è essenziale nella formazione di bambini e bambine in un certo Paese in certo tempo. Istituzioni che – la formazione è diventata permanente – si preoccupano anche di donne e uomini che non sono più bambini e bambine.

Che i musei – tantomeno le mostre - non siano neutri possiamo intuirlo, ma quando leggiamo i libri di Giovanni Pinna – l’ultimo si intitola proprio La natura politica del museo (Jaca Book) – capiamo che dal museo e dalle sue collezioni è possibile dedurre una visione del mondo, una ideologia, una intenzione educativa, un tentativo, più o meno efficace, di propaganda.

È chiaro altrettanto che, come ha scritto Natalia Ginzburg in Caro Michele (correva l’anno 1973) per insegnare qualcosa a qualcuno ci vuole un po’ di simpatia e amore per sé stessi, e se i social ci riverberano l’ormai insopportabile, e sempre sopravvalutata, simpatia di uomini e donne in politica (balletti, canzoni, faccette, musichette), l’amore per cittadini e cittadine mi pare più dichiarato che attuato. E, senza amore, come si fa a progettare qualcosa per qualcuno? Si può, volta per volta, in base all’aria che tira e per rimanere simpatici, vietare questa o quella cosa, sperando di scamparla.

Qualche anno fa, immersa in Human Brains alla Fondazione Prada a Venezia - mostra che metteva in fila studi e manufatti a riprova di quanto gli esseri umani si siano sempre interessati al funzionamento del cervello, allestita magnificamente a Ca’ Corner della Regina – mi sono chiesta se una fondazione privata immaginaria allestisse non una mostra sul rapporto tra neuroscienze e arte, ma decidesse di esporre opere dove si capisce che il cervello delle donne non può comprendere la matematica o che la differenza tra le persone sta proprio nella pelle, il nostro organo più diffuso, che succederebbe? Il tema e le discussioni intorno aDepraved forniscono l’occasione per chiedersi, nel 2026 quale arte o letteratura o quali storie possano, per utilizzare un’accezione di Platone, corrompere le menti e i costumi? E anche, con un brivido lungo la schiena, perché, diversamente a ciò che succede per i nudi o per le rappresentazioni di corpi più o meno disponibili al sesso, dipinti e affreschi di battaglie e guerre, crocifissioni e esecuzioni, non ci rendano così suscettibili. Possono essere esposte in un mondo lacerato da esecuzioni e guerre? Mi chiedo cioè se vietare l’esposizione, o riscrivere le didascalie di certe opere, non sia l’ultimo atto di quel lungo lavoro che è sottoporre i corpi delle donne al giudizio degli uomini. Uomini intesi anche come sineddoche di chi decide quel che si può guardare. Sineddoche, parte per il tutto, di natura statistica, perché è stato così per la maggior parte della storia umana. La pericolosità dell’arte la decide l’epoca, e così il suo essere depravata. Nuove soglie di suscettibilità ci aspettano.

Ho accennato alla degenerazione dell’arte che conduceva, per propaganda, a segnalare comportamenti degenerati negli artisti. Per le donne, nel rapporto tra opera e autore, vale ancora oggi il contrario, cioè, dal corpo e dal comportamento si deduce un giudizio sull’opera d’arte. Potrei parlare di Virginia Woolf e Frida Kahlo, ma lo faccio su di me.

Mi chiamo Chiara Valerio, forma e contenuto di ciò che scrivo sono 1.66 di altezza e circa 58 chili di peso. Le critiche negative ricevute riguardo ai miei libri sono: lesbica, chiappe heideggeriane (molto divertente), Antani, senza un dente (dunque zingara). Le critiche positive ricevute, riguardo ai miei libri, sono: lesbica, intelligente, scauriregna, simpatica, un dentino delizioso. I miei libri sono pubblicati, in italiano, da Einaudi e Sellerio e misurano rispettivamente 14,5x22 e 12x17. Questa non è una rivendicazione, è ciò che è. E la realtà è leggera. La gioia, ha scritto Simone Weil è il sentimento della realtà. Ed è gioiosa perché la realtà si può cambiare, non è una cosa fissa, è un processo, una serie ininterrotta di intenzioni e di casualità. Dunque, tutto si può cambiare e contestare, ma con immaginazione.

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