✕

Virginia Evans: “Non è troppo tardi per una lettera d’amore”

Ascolta l'audio

Dopo numerosi rifiuti da parte degli editori l’autrice americana ha scalato le classifiche con un romanzo epistolare diventato un caso. La protagonista è una donna che vive “con pazienza e gioia” e scrive ancora a mano
3 minuti di lettura

In un periodo da incubi a stelle e strisce, Virginia Evans incarna un sogno americano realizzato. Nata in South Carolina, classe 1986, nel corso di diciotto anni scrive sette romanzi, tutti rifiutati da ogni editore. Fino a quando The Correspondent, storia epistolare con una protagonista anziana che riscopre la gioia di vivere, riesce finalmente ad arrivare in libreria. E dopo qualche mese, grazie al passaparola, fa il botto: recensioni entusiastiche, primo posto nelle classifiche, premi prestigiosi. «Un percorso incredibile», ammette l’autrice, anche se le difficoltà passate la aiutano «a rimanere umile». L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita italiana del romanzo, per Rizzoli, con il titolo Tutte le mattine di Sybil: le sue parole rivelano un ottimismo incrollabile, a dispetto dei tempi bui che viviamo.

Virginia, il suo romanzo appartiene al genere epistolare, molto popolare nei secoli passati: perché lo ha scelto?

«Sicuramente è un meccanismo che aveva più senso in epoche …

In un periodo da incubi a stelle e strisce, Virginia Evans incarna un sogno americano realizzato. Nata in South Carolina, classe 1986, nel corso di diciotto anni scrive sette romanzi, tutti rifiutati da ogni editore. Fino a quando The Correspondent, storia epistolare con una protagonista anziana che riscopre la gioia di vivere, riesce finalmente ad arrivare in libreria. E dopo qualche mese, grazie al passaparola, fa il botto: recensioni entusiastiche, primo posto nelle classifiche, premi prestigiosi. «Un percorso incredibile», ammette l’autrice, anche se le difficoltà passate la aiutano «a rimanere umile». L’abbiamo intervistata in occasione dell’uscita italiana del romanzo, per Rizzoli, con il titolo Tutte le mattine di Sybil: le sue parole rivelano un ottimismo incrollabile, a dispetto dei tempi bui che viviamo.

Virginia, il suo romanzo appartiene al genere epistolare, molto popolare nei secoli passati: perché lo ha scelto?

«Sicuramente è un meccanismo che aveva più senso in epoche lontane, quando scrivere lettere era una pratica comune nella vita quotidiana. Oggi quell’abitudine è andata perduta. L’ho scelto proprio perché non è il modo più semplice per raccontare una storia».

Nel libro ci sono tantissime lettere cartacee e qualche sparuta email: una rivincita su quest’epoca tutta digitale?

«La storia è basata principalmente sulle lettere scritte a mano perché Sybil Van Antwerp non è molto interessata alle scorciatoie offerte dalla tecnologia: usa l’email in modo puramente utilitaristico, solo quando il suo corrispondente lo preferisce o lo richiede. Ma non stavo cercando di esprimere un giudizio sul mondo digitale: ciò che il lettore ricava dal testo è una sua libera interpretazione».

Negli ultimissimi tempi però i giovani sembrano riscoprire l’analogico: vinili, cd, dvd…

«Ah, sì! Noi esseri umani amiamo i nostri tesori, per quanto piccoli, e una lettera scritta a mano (come un disco, una scatola di fiammiferi, una collana o un biglietto) rappresenta un tesoro, o meglio, un cimelio. Una testimonianza della vita che abbiamo vissuto. Adoriamo poter tenere tra le mani le cose a cui teniamo».

Dagli oggetti ai personaggi: come mai la letteratura sta puntando su protagonisti di età molto avanzata?

«Credo che anche i giovani lettori siano attratti da storie su persone molto più anziane di loro, per il bisogno che abbiamo di guardare a qualcuno che ha già attraversato questa fase della vita ed è sopravvissuto. Ci fa capire che possiamo farcela, e cavarcela, anche noi».

Tornando in particolare a Sybil, cosa la rende così amata?

«La sua vita sembra molto reale, un equilibrio instabile tra gioia e dolore, difficoltà e serenità, momenti in cui è fortunata e momenti in cui è sfortunata, e lei è in grado di parlarne apertamente. I lettori sembrano apprezzare la sua franchezza, che offre un sollievo umoristico rispetto al difficile momento attuale che viviamo. È vivace, coraggiosa e gentile, e credo che ci piaccia leggere libri su persone così».

Un altro tema che ha fatto breccia nel pubblico è la riscoperta dei piccoli piaceri della vita, in antitesi alla velocità e alla ricerca del successo.

«Sybil e i suoi amici ci ricordano cosa rende la vita degna di essere vissuta. Sono le relazioni, i ricordi, i pasti condivisi, le passeggiate, il giardinaggio, il mare, i legami, la torta, il whisky. Non è il lavoro, né l’efficienza, né il denaro, né il successo, alla fine, vero? Tutte quelle cose per cui ci battiamo quando siamo giovani».

Un ritorno all’umanità in un’era sempre più disumanizzante: l’ottimismo è una forma di terapia?

«Il mondo è cupo, ma i tempi difficili non sono una peculiarità attuale. Credo che i singoli individui, le singole famiglie, i vicini, gli insegnanti, gli amici, i colleghi, siano gli stessi di sempre. Trovo che la maggior parte delle persone stia facendo del proprio meglio per aiutare il prossimo, amare, comportarsi con dignità, imparare e crescere. Almeno, è così che vivono la vita la maggior parte delle persone con cui entro in contatto. La politica, la tecnologia, la guerra, le malattie, la povertà ovviamente ci sono ma a livello più concreto ci sono gli esseri umani».

Quindi lei, come persona e come cittadina americana, continua a coltivare la speranza?

«Che senso avrebbe tutto questo se non crediamo in qualcosa di meglio? Non sarei una scrittrice se non avessi la speranza di poter vivere un domani migliore, il mese prossimo, l’anno prossimo. La mia fede in Dio mi dà speranza, la promessa che ciò che è sbagliato verrà corretto. Ci credo profondamente, quindi spero con pazienza e gioia. Ogni volta che stringo una nuova amicizia, ogni volta che esco nella natura e lascio a casa il telefono, ogni volta che intrattengo una conversazione complessa e profonda con i miei figli, vedo quel barlume di luce».

A proposito di preghiere esaudite, il suo romanzo ha avuto un successo incredibile dopo che i suoi libri sono stati rifiutati infinite volte.

«Nessuno, intendo proprio nessuno, pensava che sarebbe accaduto. Il libro doveva essere un piccolo, bel libro. Onestamente, faccio fatica a rendermene conto, ma ci sono dei momenti in cui ci riesco. Quando ho vinto il Women’s Prize, mi è sembrato un po’ più reale. Sono molto grata».

La popolarità l’ha travolta?

«Sa, mi sveglio e la prima cosa a cui penso sono i bambini. Avere dei figli ti tiene con i piedi per terra. A loro non importa nulla del libro, non sono interessati a me come scrittrice. Sono la loro madre, e questo è un punto fermo. So che essere una scrittrice è un dono, e il successo di questo libro è un dono, e la mia salute e la mia famiglia sono doni, e so che la situazione potrebbe cambiare in qualsiasi momento. Cerco di ricordarmi di vivere alla giornata, senza guardare troppo al futuro. Bevo molta acqua, lavoro sei giorni a settimana ma mi prendo la domenica libera, porto a spasso il cane, dormo otto ore a notte e mi alzo prima di tutti. Cerco di non pensare troppo a Tutte le mattine di Sybil. Vado avanti, verso ciò che mi aspetta».

Il libro

Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans, Rizzoli, traduzione Giuseppina Oneto, pagg. 372, euro 18,50

Leggi i commenti