Genesi dei pixel, particelle elementari dell’era digitale
di Michele SmargiassiMa questo pixel, è roba che si mangia? Certo! Pac-Man se ne faceva delle allegre pantagrueliche scorpacciate. Solo che quel buffo personaggio bidimensionale, una specie di pizza gialla semovente senza una fetta, pioniere di tutti i videogame, creato da Tohru Iwatani nel 1980, era fatto anche lui di pixel, e questo introduce un elemento di inquietante cannibalismo nella genesi di questa umile, modesta, quasi invisibile ma potentissima particella elementare su cui poggia tutta l’era digitale delle immagini.
Dopo un debutto nelle comunicazioni militari (la guerra si mette sempre in mezzo al progresso) il primo pixel ben funzionante vede la luce nel 1957, quando l’ingegnere elettronico Russell Kirsch crea il primo mosaico digitale, usando una fotografia di suo figlio Walden appena nato. È sorprendente che in quasi settant’anni non ci siamo mai fatti poi tante domande su questo atomo della visione con…
Ma questo pixel, è roba che si mangia? Certo! Pac-Man se ne faceva delle allegre pantagrueliche scorpacciate. Solo che quel buffo personaggio bidimensionale, una specie di pizza gialla semovente senza una fetta, pioniere di tutti i videogame, creato da Tohru Iwatani nel 1980, era fatto anche lui di pixel, e questo introduce un elemento di inquietante cannibalismo nella genesi di questa umile, modesta, quasi invisibile ma potentissima particella elementare su cui poggia tutta l’era digitale delle immagini.
Dopo un debutto nelle comunicazioni militari (la guerra si mette sempre in mezzo al progresso) il primo pixel ben funzionante vede la luce nel 1957, quando l’ingegnere elettronico Russell Kirsch crea il primo mosaico digitale, usando una fotografia di suo figlio Walden appena nato. È sorprendente che in quasi settant’anni non ci siamo mai fatti poi tante domande su questo atomo della visione contemporanea, dandolo per scontato forse, comunque per cosa banale e strumentale; per fortuna Francesca Serravalle di domande se ne fa moltissime, anche le più apparentemente bizzarre (il pixel ha un’etica? Spoiler: sì), in un libro patafisico, un mattoncino bianco di 350 pagine elegantemente disegnato da Erik Kessels (The Pixel, Corraini editore), dove sono soprattutto le immagini a interrogare le immagini e a mettere in crisi l’immagine che abbiamo delle immagini.
Non che sia stata un’invenzione imprevedibile. Di pixel di vetro luccicante sono fatti dopotutto i mosaici bizantini: le cui tesserine però modellano i contorni e seguono le curve delle figure, mentre quelle elettroniche sono irreggimentate in griglie ortogonali. Ma anche dopo, in realtà, di immagini ridotte in frammenti per poter essere maneggiate meglio ne abbiamo viste tantissime, anche in epoca analogica, senza farci caso: per esempio le telefoto dei fotoreporter, inviate da un capo all’altro del mondo grazie alla loro traduzione in impulsi telefonici; o ancora prima la retinatura tipografica, la tecnica dell’halftone inventata alla fine dell’Ottocento per rendere possibile, grazie a un reticolo di pallini di diversa dimensione, la stampa delle immagini a mezzatinta assieme ai testi (cosa che aprì l’era della stampa illustrata).
Quindi la vera novità, la rivoluzione del pixel, non sta nel rendere discreta un’immagine continua. Sta nella possibilità di scomporre le immagini analogiche traducendole in quantità numeriche, computabili. Insomma, dice Serravalle, «la liberazione dell’immagine dal supporto analogico originale e la sua trasformazione in materiale digitale». Liberazione o asservimento a nuovi scopi?
Per i semiologi, certo, il pixel è una specie di rivincita. Frustrati dopo decenni di caccia infruttuosa all’unità minima di significazione visuale, irritati per non poter disporre, accanto ai loro sememi, fonemi, lessemi, di qualcosa che potesse sembrare un fotema, bene, eccolo! Peccato che il pixel, questo quadratino monocromo, questo mini-Malevič, questo mini-Klein, questo microbo di informazione visiva, se preso singolarmente appaia pressoché muto, portatore di una sola qualità, il colore, non descrive altro, non dice altro, a differenza di lettere, frasi, suoni che contengono sempre un quanto di significazione. «Il pixel isolato — scrive Joan Fontcuberta nell’introduzione al libro — è asemantico, il significato non risiede nelle unità più piccole ma nella struttura che organizza». Il pixel vince perché è il soldato di un esercito.
(Palinodia: se non è semantico, allora perché il pixel è stato creato quadrato e non, per esempio, esagonale, figura che saturerebbe il piano altrettanto bene? Forse perché, per omologia alchemica, il grado zero di un quadro deve essere un quadro? Ecco che la cultura, cacciata dalla porta, ritorna dalla finestra — quadrata…).
Sì, questo pixel così ingenuo gioca a nascondino con noi. Si maschera da servitore muto, umile e utilitario, per guardarci meglio, come il lupo cattivo travestito da nonna. Non ci mostra i suoi veri scopi. Il mosaico di pixel compone immagini che restano a noi perfettamente leggibili; ma, come dimostrò Ugo Mulas ingrandendo a dismisura la grana fotografica di una foto del cielo, se scendi nelle sue profondità non trovi altro che caos e rumore bianco.
Meglio che non lo guardiamo così da vicino. Perché quando il pixel fa il prepotente, quando diventa percepibile all’occhio, per difetto tecnico di scarsa definizione, o per volontà esplicita, allora la sua malizia si svela. Per nascondere quel che vorremmo mostrare ma non possiamo, ad esempio un volto (per la privacy), allora ingrandiamo i pixel e l’immagine si ingarbuglia. Il pixel censore. Questa lebbra pixelata che ormai contagia la nostra dieta visuale non fa venire un po’ di inquietudine?
Ma più che per ciò che nascondono, i pixel sono preoccupanti per quel che rivelano. Non ai nostri occhi, ma a quelli delle macchine. Il pixel è capace di trasformare il mondo in unità misurabili, computabili, cioè riesce a mettere il mondo a disposizione della logica e dell’apprendimento degli algoritmi. Pixelato a dovere, il mondo diventa materia prima che l’intelligenza artificiale può maneggiare e manipolare, almeno quella generativa di immagini, che senza il pixel non esisterebbe. E oggi, la stragrande maggioranza delle immagini che immettiamo nell’iconosfera, al ritmo di cinque milioni al minuto, e che noi dopo un’ora non guardiamo più, le guardano invece avidamente i robot, per imparare, per profilarci, per spiarci dal buco di questa microserratura quadrata. Ed è così, cucinato in una marmellata di pixel, che le macchine si appropriano del nostro mondo e lo digeriscono. Altro che Pac-Man, povero caro. I pixel non li possiamo mangiare: sono loro che mangiano noi.
Il libro
The Pixel di Francesca Serravalle (Corraini, pagg. 360, euro 32)