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I soliti libri per le vacanze riassunti con ChatGpt

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Da Verga a Calvino, passando per Pirandello e Morante. I titoli assegnati dai professori durante la pausa estiva sono gli stessi, o quasi, da decenni. Ma i ragazzi li leggono?
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Mentre contemplate il mare sotto l’ombrellone, scrollate con lo smartphone, vi scervellate su un rebus, da qualche parte c’è un quattordicenne che legge La coscienza di Zeno. Sbuffa? Si distrae? Forse chiederà aiuto, per il riassunto prescritto, a qualche app di intelligenza artificiale. La lista delle letture estive per gli studenti è pressoché inaggirabile. Può darsi che anche in qualche non lettore adulto generi l’insensata nostalgia per quelle esperienze adolescenziali noiose che, al ricordo, diventano magiche. C’è subito da dire che molte delle famose liste tengono in vita un canone quasi identico da decenni: c’era I ragazzi della via Pal, c’è ancora. Non è un’astrazione o un’ipotesi: la verifica è basata su un cospicuo novero di elenchi setacciati in questi giorni, per scuole di ogni ordine e grado. Italo Calvino, che ha da vivo avviato e protetto la sua stessa fortuna scolastica, è sempre in cima ai rami con quel Barone rampante che presto, e per la prima volta, diventerà un fi…

Mentre contemplate il mare sotto l’ombrellone, scrollate con lo smartphone, vi scervellate su un rebus, da qualche parte c’è un quattordicenne che legge La coscienza di Zeno. Sbuffa? Si distrae? Forse chiederà aiuto, per il riassunto prescritto, a qualche app di intelligenza artificiale. La lista delle letture estive per gli studenti è pressoché inaggirabile. Può darsi che anche in qualche non lettore adulto generi l’insensata nostalgia per quelle esperienze adolescenziali noiose che, al ricordo, diventano magiche. C’è subito da dire che molte delle famose liste tengono in vita un canone quasi identico da decenni: c’era I ragazzi della via Pal, c’è ancora. Non è un’astrazione o un’ipotesi: la verifica è basata su un cospicuo novero di elenchi setacciati in questi giorni, per scuole di ogni ordine e grado. Italo Calvino, che ha da vivo avviato e protetto la sua stessa fortuna scolastica, è sempre in cima ai rami con quel Barone rampante che presto, e per la prima volta, diventerà un film. Nel frattempo, la sua Trilogia continua a essere costantemente rinfrescata, anche in termini di vendite, dall’imperitura “adozione” estiva.

Un’insegnante interpellata mi fa notare come un testo incasellato per decenni nella categoria “libro d’avventura per ragazzi”, forse incongruamente, oggi sia improponibile — come pure accadeva — per lettori in età di scuola media, se non dovendo registrare fatiche e difficoltà per un lessico «percepito come antiquato». C’è spazio, comunque, per Pavese e per la Morante dell’Isola di Arturo, ma la diade decisiva resta Pirandello-Svevo. Poco prima di cominciare a scrivere questo articolo, in una libreria di quartiere a Roma, ho visto entrare un ragazzo che chiedeva Il piacere di d’Annunzio e — in inglese — Emma di Jane Austen.

È bastato un estemporaneo sondaggio social per ricevere centinaia di testimonianze. Hanno risposto i genitori, con la perplessità di chi conosce i trucchi tecnologici che facilmente, a settembre, toglieranno dall’impaccio. Hanno risposto i docenti: i più conservatori, legittimamente persuasi che se certe esperienze di lettura, coatte, non si fanno negli anni di scuola non si fanno mai. D’altra parte, la lettura integrale (sempre che tale sia) dei Malavoglia di Verga, se non ora quando? Ecco, a proposito di Levi: ricorre Se questo è un uomo (forse comunque inadatto a una lettura estiva solitaria), ma c’è chi più opportunamente propone Il sistema periodico. E commuove che, nell’ormai lontano 1977, un tredicenne di Palau fresco di lettura leviana potesse indirizzare all’Einaudi una letterina per richiedere i recapiti dello scrittore: «Io sono Pietro Murrali e abito a Palau, ho tredici anni e in questi giorni vado al mare» (sulle lettere degli studenti a Levi si veda il recente e prezioso Mi interessa la gente perché ne faccio parte, Einaudi). La missiva dell’allora tredicenne Pietro testimonia di un incontro fortunato tra libro e giovin lettore. Non sempre va così.

Gli insegnanti lo sanno, e individuano strategie diverse: coazione più morbida, orizzonte di scelta condiviso. Una docente al biennio di un liceo di scienze umane si incarica di raccogliere le proposte degli stessi studenti. E accetta perfino che siano loro ad assegnare compiti: prof, tocca a lei leggere questo “romance”! Un’altra insegnante, in vista della verifica al rientro dalle vacanze, modella l’impresa come una sorta di “challenge”, per usare il linguaggio dei partecipanti. Una sfida giocosa che va al di là di riassunto-commento: invita a immaginare i personaggi disegnandoli, a isolare citazioni, a confrontarsi e scontrarsi sul mi è piaciuto/non mi è piaciuto. Quanto al canone, in media più rigido nel triennio delle superiori, si manifesta più duttile e creativo al biennio e soprattutto prima: i docenti di scuola primaria e scuola media attingono a cataloghi fatti di racconti e romanzi scritti per quella fascia d’età da autori iper contemporanei. Sì, c’è anche Pippi Calzelunghe! Da qualche parte ho visto ancora citati Salgari e Twain, ma non ci si ferma lì. C’è il grande Roald Dahl e c’è David Almond. Ma non è assurdo che in qualche elenco, stilato con la coscienza delle vere passioni dei tredicenni, si affacci anche l’autobiografia di Zlatan Ibrahimovic. In generale, poca saggistica ed è un peccato. Magari un libro divulgativo risponde alle curiosità adolescenziali e aggancia l’interesse meglio di un romanzo.

La posta in gioco non è il compito svolto più o meno onestamente a fine estate, ma la formazione di nuovi lettori o non lettori. Spesso, per l’appunto, traumatizzati dal “mattone” in vacanza. «È preferibile assegnare pochissime letture» mi scrive un prof ligure. C’è nella sua lista Il fu Mattia Pascal ma c’è anche Baricco. C’è Svevo ma c’è anche McEwan.

Una parola chiave? Condividere. Non limitarsi ad assegnare e verificare. Un’insegnante appassionata mi racconta il suo esperimento con l’impegnativa Storia di Morante: lettura a voce alta in classe avviata a fine maggio, obbligo di copia cartacea, ma nessun test. Se ne parla. Ci si confronta sulle difficoltà, non si nascondono ostacoli ed eventuale noia. E ancora: «Spesso porto a scuola libri che ho letto e li lascio sulla cattedra dopo averli raccontati. Chi vuole li prende. Girano».

In un mondo di adulti che leggono meno dei giovani, convinti del contrario, in un tempo di petizioni retoriche e ipocrite («leggere è importante!») che non vengono mai confermate dall’abitudine e dall’esempio, il rapporto con i libri negli anni di scuola diventa ancora più decisivo e fatale. Nel recente, documentatissimo La lettura a scuola (Carocci), Simone Giusti ci mette di fronte alla differenza sostanziale tra lettura imposta dall’autorità e libera avventura: come si trova un punto di equilibrio? Questa «pratica sociale» che è il leggere può generare, anche e soprattutto, fra i banchi un’esperienza comunitaria? Attraverso la condivisione di storie (ovvero attraverso la lettura ad alta voce e la lettura individuale di opere letterarie) è possibile «creare relazioni di qualità». Indicazioni operative: ampliare il campo, rendere esplicito ciò che è implicito, aggiornare i materiali, coinvolgere gli studenti nelle scelte. Non è vero che leggere è facile, e nemmeno che sia di per sé un piacere: tutt’altro! Gli adulti lo sanno, ma dissimulano. I più giovani non si nascondono, ammettono la fatica, ma — se ben sfidati — eccoli là: pronti alla “challenge”.

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