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Alicudi, l’isola degli scalini dove le sirene non abitano più

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Viaggio nella più remota delle Eolie dove il tempo segue il ritmo del mare, si sfatano le leggende delle donne volanti, vivere inseguendo l’essenziale resta ancora oggi una scelta possibile
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L’appuntamento è al 560° scalino, sotto un sole che brucia. Con Alberto, un giovane arcudaro, come vengono chiamati gli abitanti di Alicudi. Spiega di avermi chiesto di fare tutti questi scalini per farmi capire che «l’isola è selettiva, perché qui, per muoverti, arrivare a un certo punto, devi farlo con le tue gambe». Mi viene in mente un verso di Marina Cvetaeva («La distanza, con le gambe conquista!»), glielo cito mentre mi riprendo, di fronte a un orizzonte che abbraccia quasi l’intero arcipelago.

Vive nella casa di metà Ottocento del bisnonno Angelino, accanto al cimitero dove riposa. Mura secolari, impianto di energia solare. Dopo aver studiato teatro a Roma e Parigi, ha ritrovato radici, sogna di portare Euripide qui. Ha chiamato il suo asino Fiodor, in casa ha una capretta bianchissima, Spina, che convive con la gatta Birra, e un laboratorio per le sue creazioni, cesti e nasse intrecciate. Alberto rappresenta un…

L’appuntamento è al 560° scalino, sotto un sole che brucia. Con Alberto, un giovane arcudaro, come vengono chiamati gli abitanti di Alicudi. Spiega di avermi chiesto di fare tutti questi scalini per farmi capire che «l’isola è selettiva, perché qui, per muoverti, arrivare a un certo punto, devi farlo con le tue gambe». Mi viene in mente un verso di Marina Cvetaeva («La distanza, con le gambe conquista!»), glielo cito mentre mi riprendo, di fronte a un orizzonte che abbraccia quasi l’intero arcipelago.

Vive nella casa di metà Ottocento del bisnonno Angelino, accanto al cimitero dove riposa. Mura secolari, impianto di energia solare. Dopo aver studiato teatro a Roma e Parigi, ha ritrovato radici, sogna di portare Euripide qui. Ha chiamato il suo asino Fiodor, in casa ha una capretta bianchissima, Spina, che convive con la gatta Birra, e un laboratorio per le sue creazioni, cesti e nasse intrecciate. Alberto rappresenta una nuova generazione di arcurdari, che cercano di rimanere e fare. Non ama il termine resistere, invita a togliere una “r”, per lui si tratta di esistere. Sta dentro e fuori, parte, ritorna. Manda avanti il progetto Isola Futura insieme a Giulia, sua compagna romana con ascendenze catalane ed ecuadoriane, proponendo una esperienza-visita tra luoghi e pratiche che custodiscono la memoria contadina.

Alicudi non ha strade, per la sua morfologia verticale: un vulcano non attivo che si alza dall’acqua, con costoni di roccia ripidi e aspri. Ha solo mulattiere che si inerpicano, costruite per raggiungere le aree coltivate più in alto (era un’isola rurale prima che marinara, di terra più che di mare), fatte di scalini di pietra lavica: non esistono indirizzi con via e numero civico, al loro posto si indica il numero di gradini. Si va a piedi, necessariamente; l’unico mezzo di trasporto, per merci e materiali, sono gli asini, anzi i muli perché capaci di caricare fino a 150 chili.

L’isola non ha acqua potabile: la porta ancora la nave cisterna, mentre è in discussione un progetto di dissalatori. Ad Alicudi l’elettricità è arrivata nel 1990, con una centrale a gasolio, che però non assicura l’illuminazione pubblica. Perciò l’isola, di notte, è buia. Con stelle e luna, uniche luci. Un’estasi visiva. Non la pensava così il compagno di viaggio di Nanni Moretti in Caro diario, che scappa da Alicudi perché rivuole la modernità, la televisione, l’ascensore, il telefono, l’acqua calda, reclamandoli urlando mentre scende di corsa lungo la mulattiera per saltare sulla nave.

Ad Alicudi non ci sono che uno o due ristoranti, ma c’è l’usanza di mangiare presso famiglie locali. Così ci si ritrova da Adriana o Gabriella e Silvio, che preparano per tutti. Silvio, il pescatore, è un’istituzione arcudara. Esce ogni giorno, tempo permettendo, e tira su dalle reti «pesce buono per la zuppa, le fritture». «Si sta bene sull’isola», dice, «è una bella cosa la tranquillità che abbiamo qui». Crede alle leggende che circondano Alicudi. «È la verità, le donne volano. E le trombe marine, io le taglio, gli dico delle parole».

L’antropologa del mare e fiabologa Macrina Marilena Maffei – una vita dedicata a raccogliere cunti e credenze delle Eolie – avverte che «bisogna stare attenti a non fare folklore» a proposito della storia delle donne volanti che tagliavano le trombe d’aria per salvare i pescatori, attribuita agli effetti di un presunto pane allucinogeno locale. Sostiene che anche in altri luoghi del Mediterraneo vi sono racconti di questo tipo. Invita a mettere in rilievo la storia di pescatrici eoliane reali, come quella «che partorisce mentre tira la rete», per sottrarle all’invisibilità.

Alicudi è l’ultima isola sulla mappa. Un avamposto in mare aperto. Con un micro-centro abitato, pochi insediamenti sparsi lungo un solo lato dell’isola, case eoliane con tetti piatti per raccogliere l’acqua piovana. Due botteghe di alimentari. Né banca, né farmacia, né forno. Per il resto, terrazzamenti, scalinate a picco sul mare, macchia mediterranea, erica, ginestre, fichi d’india, capperi. L’isola meno popolata dell’arcipelago ha un centinaio di residenti in 5 kmq, che in estate possono moltiplicarsi per 4 o 5. Alcuni temono la trasformazione in un grande B&B, altri registrano l’aumento di cacciatori di selfie e posti instagrammabili. Le case hanno raggiunto prezzi folli. Ma la sua morfologia si oppone ai grandi numeri. L’isola si difende da sé.

Ha un’anima arcaica, tellurica. Per Francesca, che torna spesso ad Alicudi dopo averne assicurato per anni la guardia medica, «esistono le isole d’estate, che diventano finte, e quelle di inverno che sono bellissime. Può non arrivare niente per il vento o il mare forte, ma non importa. Puoi salire in alto, dove c’è lo spirito forte, anche cupo dell’isola: un tempo era tutto coltivato, un posto di sopravvivenza e fatica, poi piano piano è stato abbandonato. E gli isolani hanno cominciato ad emigrare verso l’Australia, in America, Europa».

A marzo, per la prima volta, è arrivata una barca carica di migranti, inusuale nella geografia delle rotte migratorie. Un pescatore ha avvistato all’alba 19 iraniani e iracheni, sulla roccia nella parte impervia dell’isola, e ha lanciato l’allarme sulla chat degli isolani che si sono mobilitati. L’isola non è ferma nel tempo, separata dal mondo. Il web tiene informati. La bandiera palestinese sventola sulla banchina.

La scuola dell’isola, un tempo considerata la più piccola d’Italia, ha riaperto l’anno scorso grazie all’iscrizione di Nour, 4 anni, e Yousef, 5 anni, figli di Mohammed e Arbit, due marocchini che lavorano con le case e i muli. Allo stesso scalino, il 357°, c’è la Biblioteca Tra Cielo e Mare Franco Scaglia con i 7000 volumi donati all’isola dalla moglie Mascia. Venuta da Milano trent’anni fa, Teresa è stata per vent’anni la maestra della scuola, poi ha continuato a lavorare per la comunità «per fermare quello che si perderebbe nel vento: fotografie, filmati, libri». Sul suo volto è rimasto una sorta di incanto quando parla dello “scoglio”.

«Un tempo – racconta – quando l’aliscafo mollava gli ormeggi prendendo il largo, i ragazzi schierati sul molo si tuffavano in mare per salutare chi lasciava l’isola e aveva toccato loro il cuore». Sulla nave con cui vado via, un ragazzo della terraferma sospira: «Alicudi è cruda. Non c’è niente, solo asini e scalini». Guardo l’isola che si allontana. «Alicudi è una fonte di fascinazione» dice accanto a me Jacques, professore universitario canadese, «un’occasione per prendere le misure dell’essenziale».

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