Se ha funzionato con le canzoni, perché non provare con i libri. Quando Julio Velasco arrivò sulla panchina della Nazionale femminile di pallavolo, pensò di poter conoscere meglio le sue ragazze chiedendo di ascoltare le loro playlist, voleva sapere di quali parole si riempissero la testa. Scoprì che nelle cuffie girava molto reggaeton con La culpa di Alleh, e poi WELTiTA di Bad Bunny. Sono arrivati un oro olimpico e uno mondiale, forse non c’entra ma forse sì.
La fase 2 è perfino più compromettente. Un salto d’intimità. L’uomo venuto dall’Argentina per insegnarci a vincere imparando prima a perdere ha appena regalato due libri a ciascuna di loro, quando mancano pochi giorni agli Europei. Velasco è il più fine conoscitore della GenZ italiana, o comunque il settantenne che sa raccontarla meglio. Non la giudica con categorie nostalgiche, riconosce che il mondo è più veloce di prima e che da te…
Se ha funzionato con le canzoni, perché non provare con i libri. Quando Julio Velasco arrivò sulla panchina della Nazionale femminile di pallavolo, pensò di poter conoscere meglio le sue ragazze chiedendo di ascoltare le loro playlist, voleva sapere di quali parole si riempissero la testa. Scoprì che nelle cuffie girava molto reggaeton con La culpa di Alleh, e poi WELTiTA di Bad Bunny. Sono arrivati un oro olimpico e uno mondiale, forse non c’entra ma forse sì.
La fase 2 è perfino più compromettente. Un salto d’intimità. L’uomo venuto dall’Argentina per insegnarci a vincere imparando prima a perdere ha appena regalato due libri a ciascuna di loro, quando mancano pochi giorni agli Europei. Velasco è il più fine conoscitore della GenZ italiana, o comunque il settantenne che sa raccontarla meglio. Non la giudica con categorie nostalgiche, riconosce che il mondo è più veloce di prima e che da teenager si è sovraccarichi non pigri, capaci di adattarsi, risolvendo da sé molti problemi, nonostante adulti iperprotettivi. Lo disse in un’intervista a questo giornale: «Più che parlare del disagio dei figli, parlerei del disagio dei genitori».
Regalare dei libri a delle ventenni oggi è già abbastanza per passare da eretico a uno sguardo superficiale, da ultimo degli utopisti. Ma regalare i tuoi libri del cuore a delle ventenni significa un po’ mettersi a nudo e un altro po’ separarsi da qualcosa che ti ha accompagnato, perché continui altrove il lavoro fatto dentro di te. Basta molto meno per sentirsi dare del maestro, per fortuna dal pericolo della posa Velasco scappa. I libri sono stati semplicemente i suoi compagni d’avventura quando era piccolo. Nei lunghi pomeriggi d’estate, al tempo in cui la noia era ancora consentita, si arrampicava sugli scaffali della libreria della madre, un’insegnante di inglese, scoprendo quanto fico fosse quel principe malese e ribelle di nome Sandokan, e poi il corsaro nero, e le piccole donne di Alcott. Suo fratello Raúl gli avrebbe fatto incontrare più tardi Ernesto Sábato e Julio Cortázar, il gusto dell’azione e quello della complessità.
Nella Biblioteca Velasco ceduta a 14 ragazze ci sono i tanti sudamericani della sua formazione, un secondo strato mitteleuropeo aggiunto al suo arrivo da noi, alcuni titoli italiani contemporanei, da uomo disponibile alla trasformazione. Ed è fatale cadere nella rete del cosa ha regalato a chi. Le mille e una notte sembrano perfette per il mondo onirico di Paola Egonu, i codici e le leggi morali de Il libro della giungla sono esatti per la leadership naturale di Miriam Sylla, La ragazzina di Valeria Parrella è un abito cucito addosso a Kate Antropova, al suo interesse per temi di empowerment femminile - anche se probabilmente empowerment Velasco non lo direbbe mai.
Il gioco è nato quando la squadra ha scoperto che trent’anni fa, dopo un titolo mondiale con i maschi, Velasco aveva incartato per ciascuno di loro un libro. E allora a noi? Le mille e una notte andarono ad Andrea Gardini e Il libro della giungla a Fefè De Giorgi. Tra il 1994 e il 2026 hanno resistito Vargas Lllosa (da Zorzi e Benardi a Spirito e Nwakalor) ed Edgar Allan Poe (da Giani a Danesi), mentre sono sparite la Mafalda di Quino e Truman Capote. In compenso c’è Open di Agassi, il libro che ha cambiato il racconto della ferocia nello sport.
Non è cambiata invece l’idea che uscire dai propri panni per entrare in altre vite sia la più affascinante delle avventure quotidiane. Stiamo tutte e tutti al mondo per un caso, per il misterioso assortimento di cromosomi venuti da due persone che una sera hanno fatto l’amore, una possibilità pari a circa una su 70.000 miliardi. È solo il tratto finale di un percorso vertiginoso. Per esserci noi, quei due dovevano incontrarsi, piacersi, dovevano esistere proprio i nostri quattro nonni, gli otto bisnonni, e così via. Basta cambiare uno spermatozoo in una qualsiasi di queste generazioni per sparire. Ogni tanto circola la cifra suggestiva sulla probabilità di nascere pari a zero virgola, seguito da circa 2 milioni e 685 mila zeri, e poi un uno. Noi.
Siamo figli del caso, eppure abbiamo fatto accadere cose straordinarie, come la costruzione di piramidi o acquedotti, l’invenzione della scrittura e della stampa, la rete per collegarci a internet. Ma i miliardi di miliardi di individui che non sono nati vivono lo stesso dove l’umanità si è inventata una seconda possibilità di farli esistere. Anna Karenina, Emma Bovary, don Chisciotte sono persone che biologicamente non hanno avuto la probabilità di venire al mondo e tuttavia ci sono, possiedono desideri e paure. Alcuni hanno una consistenza nella nostra coscienza maggiore di altri esseri umani reali. La natura sceglie una vita fra possibilità incalcolabili, la letteratura offre per qualche centinaio di pagine il privilegio di accadere a vite mai accadute. La cosa più meravigliosa di tutte è vedere chi è nato desiderare di essere Holden, Elizabeth Bennet o il principe Myskin.
Leggere Cortázar forse non migliorerà la ricezione, ma è questo a ben vedere il grande dono di Velasco alle sue ventenni, l’invito a uscire da sé per andare nella Macondo di García Márquez o nella Napoli di Elena Ferrante, l’invito insomma a immaginare la posizione di un’altra, e nessuno può escludere che in una squadra sia utile. Le vite inventate non si limitano a consolare o affascinare. Producono sconquassi forti come una schiacciata. Forse, chi lo sa, anche Borges avrebbe voluto essere Kate Antropova.