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Cara Michela, che nostalgia per le nostre litigate online

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A tre anni esatti dalla morte il ricordo della sua amica e collega, partendo da ciò che accadde durante il Covid
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Durante il periodo del Covid, Michela Murgia – di cui, oggi, ricorrono i tre anni dalla morte, e quasi due mesi da quando è stata oggetto di critica al Premio Strega, nonostante fosse, appunto, morta da tre anni, - durante il periodo del Covid, dicevo, Michela Murgia mi telefonava lamentando che non era possibile litigare via Zoom. E come si fa a vivere senza litigare, senza discutere, dove andiamo così? Tu lo capisci che la sinistra, il progressismo, si fonda sul dissenso e non sul consenso: senza discutere, che sinistra è possibile?

Michela insisteva, rammaricata, anche se, voglio ricordarlo, anche perché traspare dai suoi libri, saggi o romanzi che siano, Michela si rammaricava senza malinconia, il rammarico di Michela era sempre uno sprone. Sai, Miche’, il punto è che si litiga per restare, quando vuoi andartene, quando vuoi rompere, che litighi a fare. Siamo chiusi dentro, non si può andare da nessuna parte, dunque…

Durante il periodo del Covid, Michela Murgia – di cui, oggi, ricorrono i tre anni dalla morte, e quasi due mesi da quando è stata oggetto di critica al Premio Strega, nonostante fosse, appunto, morta da tre anni, - durante il periodo del Covid, dicevo, Michela Murgia mi telefonava lamentando che non era possibile litigare via Zoom. E come si fa a vivere senza litigare, senza discutere, dove andiamo così? Tu lo capisci che la sinistra, il progressismo, si fonda sul dissenso e non sul consenso: senza discutere, che sinistra è possibile?

Michela insisteva, rammaricata, anche se, voglio ricordarlo, anche perché traspare dai suoi libri, saggi o romanzi che siano, Michela si rammaricava senza malinconia, il rammarico di Michela era sempre uno sprone. Sai, Miche’, il punto è che si litiga per restare, quando vuoi andartene, quando vuoi rompere, che litighi a fare. Siamo chiusi dentro, non si può andare da nessuna parte, dunque si resta per forza, perciò non si litiga, non è solo il dispositivo video. Continuavamo a discutere, estenuanti, appassionanti discussioni, sulla sinistra, il progressismo, le piattaforme, la mia insofferenza per la comunicazione dei dati, imputabile al radicato analfabetismo scientifico del nostro Paese, lei intollerante alle regole di distanziamento in quanto prodromo e prova generale di controlli sociali, biopolitici, più intrusivi, violenti. Io mi ero rimessa a leggere Il conte di Montecristo perché, mi dicevo, l’essere costretti, chiusi, come Dantès nel castello d’If, potrebbe essere occasione di una ricchezza futura. Solo che nel mio confino non c’era l’abate Faria con le sue nozioni di geometria cartesiana e chimica, ma c’era Michela Murgia che aveva deciso che dovevamo mandare in onda su YouTube – non dovevo preoccuparmi, aveva già aperto un profilo – le nostre litigate.

Non ricordo se il titolo di questa serie di baruffe, Buon Vicinato, fosse mio o suo e, in fondo, non importa, ma so per certo che l’idea è stata di Michela. Inscenare un litigio per non dimenticarsi che si litiga per restare, che amarsi ed essere d’accordo non sono sinonimi, che litigare discutendo con le parole è un esercizio di progressismo, di fiducia nella cultura. E così, ogni giorno per un mese o due, abbiamo scelto un tema, lanciato una moneta e litigato in diretta. La moneta era talvolta reale, talvolta metaforica, le puntate avevano durata variabile e si concludevano o concordando su una tesi, o continuando a dissentire.

Io, per i miei studi matematici, e Michela Murgia, per i suoi studi di teologia, avevamo un rapporto ambivalente con la verità. Michela, nonostante in molti ambiti fosse certa di possederla, di incarnarla, era disposta a discuterla, e a rinnegarla. Io ero arroccata, e ancora lo sono, nell’intuizione che le verità sono tutte assolute ma tutte transeunti, sono punti di vista, dipendono da altro. Diciamo che nella mia personale teoria della relatività l’unica cosa certa, cioè che non cambia, invariante, è l’errore. Che si sbagli è sicuro. L’errore che facciamo è ciò che siamo, è il nostro punto di vista.

Mi chiedo così – mentre Michela Murgia continua a mancarmi, come amica, intellettuale, cuoca della fregola ai sette brodi, mentre mi ricordo con rabbia che il suo corpo morto è stato oggetto di misurazione e valutazione estetica ed etica come lo è stato il suo corpo vivo e, parimenti, che i suoi libri continuano a vendere come venivano venduti quando poteva accompagnarli in librerie, università e festival, – mi chiedo così, riprendo, se quel rammarico riguardo l’impossibilità di litigare via Zoom o Teams o altra piattaforma, che avrebbe condotto, Michela Murgia dixit, all’ascesa di intolleranza e fascismo, non possa servire come spunto politico all’alba di una campagna elettorale dominata da dati falsi, mancata conoscenza della geografia che porta a dichiarazioni surreali, slogan scolpiti come epigrafi sulle lapidi.

E cioè, siamo sicuri che vogliamo farla via Instagram questa campagna elettorale? Siamo sicuri che non sia più proficuo inventarsi sezioni quartiere per quartiere, condominio per condominio, organizzare un comizio e rischiare contestazioni o prendere applausi, o anche ricevere applausi su certe cose ed essere contestati su altre? Siamo sicuri che gli slogan razzisti, omofobi, classisti, falsi, urlati come urla chi vende – col tono, dunque, non di chi cerca una soluzione, ma di chi deve vendere una merce – non possano essere contestati e confutati con una discussione che parte da posizioni opposte e giunge a rafforzare i compromessi volti al mantenimento di una comunità che chiamiamo democrazia?

Discutendo le cose non si rompono, si rafforzano.

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