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La grande menzogna nascosta dietro il noir

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Detective insofferenti alle gerarchie e alle regole che però risolvono sempre i loro casi mettendo ordine al caos. Ma è un ordine fittizio e al servizio del sistema
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Ogni mattina, prima di entrare in ufficio, un vicequestore della narrativa poliziesca italiana si concede quella che lui stesso chiama la sua “preghiera laica”: una canna, fumata con la stessa cura liturgica con cui un tempo si recitava un rosario. Impreca, disprezza i superiori, tratta le procedure come un fastidio. È, con ogni evidenza, il più antisistema dei poliziotti italiani. Però è l’esatto contrario, perché nessuno, tra i tutori dell’ordine di carta, chiude i casi con più efficienza di lui.

Non è un’eccezione, è la regola del genere applicata con particolare arguzia. Un altro commissario, di altri paraggi e d’umore ancor più cupo, odia le gerarchie, disprezza le scartoffie, litiga con chi gli sta sopra. Ma ammette di far parte della piramide esattamente come chi la difende senza fingere di odiarla. Un terzo caso: l’avvocato che dubita della giustizia a ogni pagina, con l’aria dimessa e scettica marchio di un intero filone italiano, e che però quella stessa giustizia la esercit…

Ogni mattina, prima di entrare in ufficio, un vicequestore della narrativa poliziesca italiana si concede quella che lui stesso chiama la sua “preghiera laica”: una canna, fumata con la stessa cura liturgica con cui un tempo si recitava un rosario. Impreca, disprezza i superiori, tratta le procedure come un fastidio. È, con ogni evidenza, il più antisistema dei poliziotti italiani. Però è l’esatto contrario, perché nessuno, tra i tutori dell’ordine di carta, chiude i casi con più efficienza di lui.

Non è un’eccezione, è la regola del genere applicata con particolare arguzia. Un altro commissario, di altri paraggi e d’umore ancor più cupo, odia le gerarchie, disprezza le scartoffie, litiga con chi gli sta sopra. Ma ammette di far parte della piramide esattamente come chi la difende senza fingere di odiarla. Un terzo caso: l’avvocato che dubita della giustizia a ogni pagina, con l’aria dimessa e scettica marchio di un intero filone italiano, e che però quella stessa giustizia la esercita, con successo, in ogni aula in cui mette piede.

Il meccanismo è sempre uguale. Questi personaggi vendono al lettore la trasgressione come merce pregiata, in un contesto in cui l’aderenza alle regole è vista come ingenuità o peggio. Ma la funzione narrativa che svolgono è l’esatto opposto: sono i più efficaci restauratori d’ordine in circolazione, camuffati da ribelli. Il lettore, accettando quel travestimento, si sente scaltro, disincantato, dalla parte del bastian contrario. E intanto si allena a credere che il caos abbia sempre una soluzione, un nome, un volto da ammanettare nell’ultimo capitolo.

Non è una coincidenza che due o tre tra le firme di maggior peso del giallo italiano contemporaneo vengano dalle file della magistratura o della polizia. Il dato è curioso, ma il punto non è chi scrive il libro, è quale patto stringe col lettore ancor prima che apra la prima pagina: caos iniziale, metodo, colpevole isolato, ordine restaurato. Un rito che si ripete identico da un secolo, a prescindere da chi lo confeziona, e proprio per questo più interessante come fenomeno collettivo che come biografia individuale.

Non tutto il genere si è prestato docilmente al rito. Esiste una tradizione italiana, minoritaria ma non marginale, che il giallo lo ha attraversato solo per smontarlo: un romanzo che comincia come inchiesta di mafia e finisce per mostrare che il potere vero resta fuori dalla portata del magistrato; un romanzo tra i più alti del Novecento italiano che rifiuta di chiudere il caso, lasciando il colpevole a piede libero. Eccezioni illustri che confermano, più che smentire, quanto sia raro un giallo che non restauri nulla.

Chi ha voluto guardare in faccia questo rito ha scritto pagine che meritano di essere lette più di certi romanzi che analizzano. Siegfried Kracauer ci arrivò per primo, negli anni Venti, con un trattato pensato per l’amico Theodor Adorno e pubblicato postumo, Il romanzo poliziesco. La sua tesi resta la più radicale: il romanzo poliziesco non racconta la realtà, la sostituisce con una ratio assoluta, “de-realizzata”, staccata dalla materia viva dell’esistenza. Il detective è un asceta della deduzione che non muore mai nella narrazione: la ragione che incarna deve atteggiarsi come eroica all’infinito. Quell’ordine non appartiene al mondo, lo sostituisce. E più ci si abitua al sostituto, meno si resta attrezzati per il caos che doveva rappresentare.

Vent’anni dopo, nel 1948, W. H. Auden confessò in un saggio celebre, The Guilty Vicarage, un’abitudine di cui non poteva vantarsi: la propria dipendenza dai romanzi gialli. La confessione gli servì per un’analisi che nessun accademico prima di lui aveva condotto con altrettanta chiarezza. Il giallo, scrive Auden, non è evasione, è liturgia. Il lettore vi si accosta in uno «stato di colpa vaga», sentendosi colpevole senza sapere bene di cosa; il romanzo gli restituisce quella colpa isolata in un nome, espiabile ed eliminabile con l’arresto finale. Chiuso il libro, il lettore si ritrova assolto. Il mondo, fuori, non assolve mai così: la colpa lì resta diffusa, sistemica, senza un nome a cui essere consegnata.

Ma è allo svizzero Friedrich Dürrenmatt che va il primato della critica più spietata, perché la sua non arriva da fuori del genere, arriva da chi lo ha praticato con tale maestria da potersene permettere la demolizione. La promessa, del 1958, porta un sottotitolo che è già un manifesto: Requiem per il romanzo giallo. Un vecchio poliziotto vi pronuncia la sentenza più dura mai scritta sul genere che pure lo ha reso famoso: sperare che la giustizia sappia sempre mettere ordine nel mondo è la speranza più pidocchiosa che si possa nutrire. Il colpevole sempre scoperto, sempre punito, è una menzogna consacrata, non diversa da quella per cui il crimine non paga mai. Il commissario protagonista si gioca la carriera inseguendo proprio quella logica causale che il genere gli ha insegnato a rispettare come un dogma, ed è per pura casualità, non per metodo, che il caso si scioglie. Dürrenmatt non nega che nella vita reale il colpevole venga trovato. Nega solo che sia mai per merito del metodo.

Tre voci, tre lingue, tre decenni diversi del Novecento, una diagnosi identica arrivata da direzioni opposte: quello che il giallo restaura non è mai l’ordine del mondo, è un ordine sostitutivo, consolatorio, e la sua ripetizione ha un prezzo.

Il prezzo si vede quando si sposta lo sguardo dal testo al lettore, dal libro alla vita che continua dopo aver spento la luce del comodino. L’illusione, ripetuta romanzo dopo romanzo, diventa un’abitudine percettiva, il modo con cui ci si aspetta che funzioni la realtà. E la realtà non collabora perché non produce colpevoli isolati né ordini restaurati, genera un caos che continua, opaco, senza soluzione, perché non esiste un’ultima pagina. Da questo scarto non nasce la consolazione promessa, nasce il suo contrario, ovvero una disillusione cronica che la lettura avrebbe dovuto placare e che invece, richiuso il libro, si riaccende puntualmente.

Non è un fenomeno confinato alla narrativa: la stessa fame si riconosce nell’appetito per il true crime seriale, nella pretesa che ogni fatto di cronaca abbia subito un colpevole nominabile. Lo stesso rito, spostato dalla pagina allo schermo, con la promessa accelerata: l’ordine, e in fretta. Qui la faccenda smette di essere un problema di gusto letterario, perché il bisogno che quel rito alimenta non resta confinato al tempo della lettura. Si trasferisce alla politica, nel senso alto del termine. Theodor Adorno, con Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, pubblicò nel 1950 La personalità autoritaria, che individuava nell’intolleranza all’ambiguità una componente centrale della sindrome autoritaria: chi ha scarso bisogno di chiusura cognitiva convive con l’incertezza senza patemi, chi ne ha una forte necessità cerca scorciatoie, categorie nette, un bianco e un nero che risparmino la fatica del grigio, un rifugio in sistemi che promettono risposte definitive a domande che non lo sono mai. La ricerca successiva ha mostrato che gli estremismi di entrambi i lati del panorama politico condividono una minore tolleranza per la complessità. È una postura mentale che qualunque bandiera, se arriva per prima e promette abbastanza sicurezza, può intercettare e arruolare.

Il romanzo poliziesco non inventa questo bisogno. Lo intrattiene, lo coccola, lo tiene caldo, romanzo dopo romanzo, fino a renderlo un riflesso. E un riflesso non si esercita solo davanti a un libro: scatta anche nell’urna, nel talk show, nel commento sotto una notizia di cronaca. Il lettore che si crede più scaltro di tutti, quello che si sente dalla parte del bastian contrario leggendo il vicequestore che si fa una canna, può essere lo stesso che poi, fuori dalle pagine, si consegna al primo che promette una menzogna consacrata al posto di una verità che non si lascia arrestare.

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