Altro che ordine: il noir ci porta a Gotham City
di Marcello SimoniPartiamo da una bugia: il finale consolatorio. Spesso, a differenza della realtà, sembra che nell’epilogo di un romanzo giallo o noir giustizia sia fatta e l’equilibrio venga ristabilito. Il colpevole smascherato, condannato o ucciso, la bilancia dell’ordine riequilibrata. Niente di più falso. Alla fine della storia, i morti ammazzati non resuscitano e, peggio ancora, la dimensione storico-sociale che ha contribuito a creare l’assassino, a forgiare la sua mentalità criminale, a plasmare la sua psicologia contorta, non è affatto mutata.
Un esempio per tutti: Joker, il figlio di una Gotham City impossibile da redimere. Una volta un frate domenicano specializzato in storia dell’Inquisizione mi disse che il Joker di Batman non è la mera impersonificazione della faccia malvagia racchiusa nel dualismo…
Partiamo da una bugia: il finale consolatorio. Spesso, a differenza della realtà, sembra che nell’epilogo di un romanzo giallo o noir giustizia sia fatta e l’equilibrio venga ristabilito. Il colpevole smascherato, condannato o ucciso, la bilancia dell’ordine riequilibrata. Niente di più falso. Alla fine della storia, i morti ammazzati non resuscitano e, peggio ancora, la dimensione storico-sociale che ha contribuito a creare l’assassino, a forgiare la sua mentalità criminale, a plasmare la sua psicologia contorta, non è affatto mutata.
Un esempio per tutti: Joker, il figlio di una Gotham City impossibile da redimere. Una volta un frate domenicano specializzato in storia dell’Inquisizione mi disse che il Joker di Batman non è la mera impersonificazione della faccia malvagia racchiusa nel dualismo bene-male, ma il caos indomabile che sta al di sopra di quel rapporto dicotomico. In altre parole, finché esisterà una Gotham City esisteranno dei Joker. E questo, per farla breve, è il principio alla base del funzionamento del noir (ma anche, purtroppo, del mondo reale).
Passiamo ora al ruolo dell’eroe. In questo genere di trame, chi viene chiamato a indagare su un delitto corrisponde quasi sempre a una scintilla impazzita. Un ingranaggio che cigola all’interno di un meccanismo farraginoso eppure, a prima vista, oliato alla perfezione. Del resto, chi dà la caccia al colpevole di un delitto ci viene spesso dipinto come un Percival visionario. O ancora peggio, un Don Chisciotte o un Rorschach degli Watchmen. Un anticonformista, un eversivo, un cane sciolto che fa dell’indagine una sorta di crociata per scontrarsi con il sistema e trovare la verità.
Ma la Verità con la V maiuscola non è così facile da trovare. E soprattutto, se nei romanzi gialli viene tenuta nascosta, accade per una ragione molto semplice: non è mai una cosa bella da guardare. «La bellezza è verità, la verità bellezza», scriveva John Keats. Nel noir non succede nulla del genere. Perché la verità di cui siamo alla ricerca ha a che fare non solo con i moventi dell’assassino, ma anche con i peccatucci, le meschinità, i rancori sepolti e le depravazioni celate da tutti i personaggi implicati nel caso. Come se il sistema – la nostra Gotham City – esponesse ogni individuo a una pioggia di catrame. Come se le anime degli indagati e dei testimoni fossero spugne concepite per assorbire l’oscurità.
I baffetti di Poirot, per quanto simpatici, non possono cambiare questa regola aurea. E nemmeno può farlo il Guglielmo da Baskerville de Il nome della Rosa, che con tutto il suo aristotelico acume non riesce a impedire che la ragazza accusata di stregoneria, benché innocente, venga condannata al rogo.
Ecco per quale ragione l’eroe del noir non può essere un paladino senza macchia, ma un broken character in lotta persino con sé stesso. La pioggia di catrame, in fin dei conti, cade anche su di lui. Un caso da manuale: il commissario Pierre Niémans di Fiumi di porpora, che Jean-Christophe Grangé descrive come un poliziotto solitario e disilluso incline alla violenza. Un dinosauro, quasi un esiliato dal mondo dei “normali”, nonché un uomo costantemente obbligato a canalizzare la propria aggressività nell’indagine per evitare di trasformarsi lui stesso in un potenziale criminale.
Del resto, per avere lo stomaco di affondare le mani nel marciume più nero bisogna essere dotati di una mentalità del genere. Siamo schietti! Nessun bravo borghese si sognerebbe di inseguire dei sospettati in vicoli bui, fogne maleodoranti, locali a luci rosse o palazzi brulicanti di gente corrotta. Allo stesso modo, nessuna persona sana di mente si azzarderebbe mai a scontrarsi con una forma di pensiero contagiata da non-valori o con un sistema di potere che, a volte, sembra intralciare il cammino verso la verità.
Poco conta l’epoca storica o il contesto in cui si svolge la narrazione. La guerra fredda come la Roma barocca offrono infiniti spunti per costruire il nostro mosaico in bianco e nero. Anzi, in sfumature di grigio. L’Inquisizione e la Gestapo, come i tribunali spirituali del Medioevo o la Sûreté Nationale sono contenitori di forme e colori diversi ma tutti ugualmente concepiti per racchiudere lo stesso tipo di materiale umano. E a questo punto serve a poco, parlando di noir, cavalcare il cavallo del romanzo sociale.
Se poi vogliamo entrare in materia di metafisica del giallo, come ha fatto Giancarlo De Cataldo nel suo bellissimo articolo di ieri su Repubblica - in risposta a quello di Carlo Pizzati, che ne sosteneva la naturaconservatrice - possiamo notare come, penetrando negli interstizi di ogni thriller,cozy crime e mystery storico, il noir punti i riflettori su un principio molto più profondo dei concetti sociali: l’anima umana.
Che ci piaccia o no, dai tempi di Caino e Abele l’omicidio è un atto che, tragicamente, meglio di molti altri, definisce la fragilità della nostra natura. C’è chi uccide perché mosso da pura malvagità, ovviamente, ma le storie poliziesche ci insegnano che spesso si può uccidere anche per mera paura, per rabbia, per pazzia, per invidia, per odio o addirittura per pietà.
Proprio qui si nasconde la verità più scomoda messa a nudo dal nobilissimo genere letterario del noir: l’assassino non è sempre un mostro, ovvero un malvagio in senso assoluto. Dietro la maschera del Joker si potrebbe celare anche una persona comune. Un uomo o una donna smarriti in una selva oscura. Viaggiatori perduti e ormai impossibili da redimere.