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Morta Rosellina Archinto, regina dell’editoria per ragazzi

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Si è spenta a 93 anni la fondatrice della storica editrice Emme. Svecchiò le letture per i piccoli, portando in Italia Sendak, pubblicando Lionni e Munari. Ma fu pioniera anche nella saggistica
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S’è spenta nella sua Liguria, a Santa Margherita, vicino a quel tratto di mare che non ha smesso di evocare, luogo di anarchia e libertà dove ritrovava la sua vera indole e i ricordi dell’infanzia. Aveva 93 anni. Da qualche tempo Rosellina Archinto s’era come distratta dalla contemporaneità, chiusa in un suo mondo che era profondo e largo come la vita che aveva vissuto. Sapeva di rappresentare una genia sempre rimpianta anche perché sciaguratamente minoritaria, la borghesia colta e illuminata abile nell’intercettare le idee più avanzate in campo economico e sociale. Il suo salotto milanese di via Santa Valeria poteva raccogliere intorno allo stesso tavolo Herbert Marcuse, il guru del movimento studentesco, e Leopoldo Pirelli, simbolo del capitalismo e per quarant’anni, fino alla morte nel 2007, suo amatissimo compagno. E lei ne rideva divertita, con quegli occhi azzurri capaci di passare fulmineamente dall’ironia al ghiaccio. Alta, carismatica, il tratto blasé, bellissima.

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S’è spenta nella sua Liguria, a Santa Margherita, vicino a quel tratto di mare che non ha smesso di evocare, luogo di anarchia e libertà dove ritrovava la sua vera indole e i ricordi dell’infanzia. Aveva 93 anni. Da qualche tempo Rosellina Archinto s’era come distratta dalla contemporaneità, chiusa in un suo mondo che era profondo e largo come la vita che aveva vissuto. Sapeva di rappresentare una genia sempre rimpianta anche perché sciaguratamente minoritaria, la borghesia colta e illuminata abile nell’intercettare le idee più avanzate in campo economico e sociale. Il suo salotto milanese di via Santa Valeria poteva raccogliere intorno allo stesso tavolo Herbert Marcuse, il guru del movimento studentesco, e Leopoldo Pirelli, simbolo del capitalismo e per quarant’anni, fino alla morte nel 2007, suo amatissimo compagno. E lei ne rideva divertita, con quegli occhi azzurri capaci di passare fulmineamente dall’ironia al ghiaccio. Alta, carismatica, il tratto blasé, bellissima.

Aveva cominciato molto presto a spettinare i codici culturali nell’Italia degli anni Sessanta, un paese alla ricerca di una veste moderna anche nell’editoria. Fu lei a svecchiare la letteratura per l’infanzia, ancorata a una tradizione didattica antiquata, con qualche venatura moralistica. Prima di Emme, il marchio fondato a trentatré anni nel 1966, i bambini leggevano solo classici e volumi polverosi. Con Rosellina cominciarono a entrare in circolo gli album di Bruno Munari, le invenzioni di Iela Mari, i libri rivoluzionari di Leo Lionni, l’estro di Maurice Sendak. Molte suggestioni arrivavano dalla Francia e dal Nord Europa. E da quell’America che aveva conosciuto nel suo soggiorno a New York insieme al primo marito alla fine degli anni Cinquanta, frequentando i corsi della Columbia University dove si respirava una creatività nuova, non ancora approdata in Italia.

La sua casa editrice segnò il principio di una storia culturale che non è mai finita. Forse troppo in anticipo con i tempi: non reggendo il peso economico della sua ricerca, fu costretta a vendere il marchio a un compratore eccentrico che la pagò con un assegno falso. Il fallimento si portò via la casa editrice insieme alle lettere degli autori che vi avevano collaborato, da Italo Calvino ad Alberto Arbasino passando per Natalia Ginzburg.

Al mondo dei libri Rosellina era arrivata più per passione che per destino famigliare. Lei icona degli ambienti radical chic proveniva da un mondo che il benessere se l’era conquistato con fatica, una nonna maestra d’asilo, un nonno impiegato alle poste e il padre diventato ingegnere sulla spinta di borse di studio e poi direttore generale dell’Ansaldo. Per quella figlia vivacissima era già scritto un futuro da economista, a cui Rosellina non si ribella laureandosi alla Cattolica con una tesi sul mercato del lavoro discussa con Beniamino Andreatta. È qui che conosce il futuro marito Alberico Archinto Rocca Saporiti, con cui avrebbe condiviso dodici anni di matrimonio e cinque figli. Ma non è l’economia la sua strada.

Legge pazzamente tutto ciò che le capita a tiro, restando fulminata dal Goethe delle Affinità elettive. Si convince che il mondo non può fare a meno dei libri. E soprattutto lei non è disposta a rinunciarvi.

Dopo l’avventura di Emme, alla metà degli anni Ottanta nasce il nuovo marchio dell’Archinto, casa editrice dalla veste elegante che pubblica solo saggi e carteggi, niente romanzi. Ancora una volta Rosellina esce fuori dai binari, sconfina in nuovi terreni, puntando sulla meraviglia rivelatrice delle lettere private di Sigmund Freud e di Elias Canetti, di Rainer Maria Rilke e di Ludwig Wittgenstein, di Annamaria Ortese e di Marlene Dietrich, convinta che la forza dei libri sia custodita là dove emerge potente il vissuto dell’autore. Uno sguardo femminile il suo? Certo inedito. A ispirarla è un pensiero di Guido Ceronetti: “La lettera è libertà illimitata, messa a nudo d’innocenza, catarsi immediata di tutto, gioia di essere come si è…”.

Rosellina Archinto è stata una pioniera dell’editoria, una delle pochissime donne capaci di farsi largo in un ambiente ancora molto maschile. Ovviamente lottando contro i pregiudizi che il patriarcato dei publisher riservava a quelle coraggiose combattenti, ridicolizzandole o tacciandole di carattere ruvido e impossibile. Lei, Inge Feltrinelli, Elvira Sellerio e poche altre. “Mi dicevano: ma cos’è questa smania della donna in carriera? Occupati dei tuoi cinque figli, dedicati alla loro educazione. Non venivo presa sul serio”. Può oggi sorprendere che per tutta la vita abbia preferito al suo vero cognome Marconi quello aristocratico del primo marito Archinto, ma è anche questa la storia di una generazione rivoluzionaria di donne, costrette a venire a patti con una mentalità maschilista che era parte di loro.

La sua zona di libertà finì per ritrovarla nella storia d’amore con Leopoldo Pirelli, durata per quasi quattro decenni. Con lui si poteva permettere quella tenerezza che appariva estranea al suo carattere imperioso. Non ne parlava volentieri, forse fedele a un mandato di riservatezza proprio di una personalità schiva. Finché un’estate di quindici anni fa decise di condividere su Repubblica quel legame così intimo e totale, pur nella reciproca autonomia. Il mare, la barca a vela, le sigarette accese dal vento, la fuga dalle difficoltà del vivere. “Per Leopoldo rappresentavo la scoperta di un altro mondo. Un’altra possibilità di vita, oltre la casa e l’azienda. La prima volta che lo vidi mi apparve come afflosciato in un sacchetto di vestiti, schiacciato dal peso di una storia famigliare ingombrante. Credo di averlo travolto con la mia vitalità, il mio ottimismo. E poi lo divertivano le serate con gli amici scrittori e musicisti, da Arbasino a Pollini e Abbado. Avrebbe voluto avere una bella vecchiaia, con me al fianco. Io avevo più tempo da dedicargli, i figli ormai cresciuti. Quando mi capita di incrociare per la strada coppie di persone della nostra età, sono invasa dalla malinconia”.

A capo di una tribù di cinque figli, dieci nipoti e due bisnipoti, ha vissuto una serena vecchiaia. Con la figlia Francesca aveva fondato la Babalibri, un marchio per ragazzi nel solco dell’editoria innovativa delle origini. In occasione dei novant’anni ha voluto regalare agli amici un libriccino di cinquanta pagine con i suoi ricordi. Solo per le persone care, non per tutti. Solo per chi le voleva bene. “I’m still alive. Il fatto di essere viva mi entusiasma”. In appena un rigo, il suo testamento.

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