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Bonatti e gli sciatori che fecero l’impresa

Uno sguardo alle condizioni della montagna, prima di attaccare la Cima Grande di Lavaredo. Foto Luigi Dematteis © Famiglia Dematteis 

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In mostra a Rore, in Val Varaita, oltre 300 scatti inediti della prima traversata delle Alpi nel 1956
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Da qualche parte in casa Cecco Dematteis aveva una scatola di legno con dentro un pezzo di Storia. Diciassette rullini con 323 negativi, in cui si intravedono personaggi che si spostavano in montagna con gli sci ai piedi. Erano foto di suo papà Luigi e non si trattava di una gita qualunque: era la prima traversata scialpinistica delle Alpi italiane, un viaggio di 1800 chilometri dalla Venezia Giulia alla Liguria, per un totale di 73 mila metri di dislivello, avvenuto nella primavera del 1956. Una sfida che tenne l’Italia incollata ai quotidiani per 66 giorni, anche grazie al fatto che tra i protagonisti c’era un giovane ma già celebre Walter Bonatti. E che ora, a settant’anni di distanza, rivive proprio grazie a queste oltre 300 fotografie che quasi nessuno aveva mai visto.

«Papà non ci ha mai raccontato molto della sua impresa nella squadra di Bonatti, era molto schivo e modesto», spiega Cecco Dematteis. Però ci sono le foto: «All’epoca ne vennero stampate soltanto alcune, regalate c…

Da qualche parte in casa Cecco Dematteis aveva una scatola di legno con dentro un pezzo di Storia. Diciassette rullini con 323 negativi, in cui si intravedono personaggi che si spostavano in montagna con gli sci ai piedi. Erano foto di suo papà Luigi e non si trattava di una gita qualunque: era la prima traversata scialpinistica delle Alpi italiane, un viaggio di 1800 chilometri dalla Venezia Giulia alla Liguria, per un totale di 73 mila metri di dislivello, avvenuto nella primavera del 1956. Una sfida che tenne l’Italia incollata ai quotidiani per 66 giorni, anche grazie al fatto che tra i protagonisti c’era un giovane ma già celebre Walter Bonatti. E che ora, a settant’anni di distanza, rivive proprio grazie a queste oltre 300 fotografie che quasi nessuno aveva mai visto.

«Papà non ci ha mai raccontato molto della sua impresa nella squadra di Bonatti, era molto schivo e modesto», spiega Cecco Dematteis. Però ci sono le foto: «All’epoca ne vennero stampate soltanto alcune, regalate come ricordo ai compagni di squadra. Lo scorso anno però ne ho parlato all’amico Jean Gaumy, fotografo dell’agenzia Magnum, che mi ha proposto di farle lavorare da un laboratorio di Parigi». Ed eccoli qua: 323 scatti in uno smagliante bianco e nero, che saranno in mostra per tutto agosto a Rore, il paesino cuneese della val Varaita diventato feudo dei Dematteis.

Al rifugio Ponte di ghiaccio/Eisbruch Hütte, in partenza per il Gran Pilastro 3510 m (Alpi Aurine). Foto Luigi Dematteis © Famiglia Dematteis 

Luigi era un tipo poliedrico: laureato al Politecnico, lavorava alla Fiat, dove aiutava Dante Giacosa a progettare la 500, ma era anche appassionato di cartografia e montagna. Così appassionato da finire, a 26 anni, nel team capitanato dal suo coetaneo Bonatti, all’epoca già salito agli onori delle cronache per la conquista del K2 e altre imprese. Assieme a loro c’erano altri due sciatori esperti di Bardonecchia: il capitano degli Alpini Lorenzo Longo, 33 anni, sopravvissuto alla deportazione in Polonia e in Germania, e Alfredo Guy, 37 anni, direttore della scuola di sci del paese. Erano i cosiddetti “occidentalisti”, alpinisti della parte a ovest delle Alpi. E avevano un obiettivo: chiudere la traversata prima dei “dolomitisti” capitanati dal trentino Bruno Detassis.

Perché la prima traversata delle Alpi con gli sci fu una sfida alla natura, ma pure un duello che divideva ed entusiasmava l’Italia: «I giornali erano schieratissimi, all’epoca l’alpinismo era molto seguito. Il raid avvenne un mese dopo l’Olimpiade di Cortina e due anni dopo la scalata del K2, con l’industria che fornì i migliori sci e i migliori scarponi mai realizzati prima, anche se parliamo di materiali lontani anni luce da quelli che usiamo oggi», spiega Leonardo Bizzaro, tra gli autori dei testi contenuti nel libro che accompagna la mostra di Rore. Tra chi sostenne il gruppo lombardo-piemontese ci fu pure la Fiat, che fornì una 600 multipla per i rifornimenti di valle in valle.

In realtà Bonatti e Detassis avrebbero dovuto compiere la traversata insieme, poi una serie di incomprensioni li spinse a partire ciascuno con la propria squadra e quasi a contendersi il primato, con i “dolomitisti” che anticiparono la partenza di quattro giorni pur di chiudere il giro per primi. L’avventura degli “occidentalisti” iniziò il 14 marzo da Stolvizza, al confine con la Jugoslavia, e proseguì lungo tutto l’arco alpino, tra salite con le pelli di foca, discese in stile spesso un po’ improvvisato e lunghi periodi trascorsi in quota, dormendo in bivacchi o in tenda, interrotti da soste a valle per rifornirsi di cibo, vestiti e attrezzature.

Gli scatti di Dematteis raccontano un meraviglioso viaggio in mezzo a scenari d’incanto, sci che solcano immacolate distese di neve bianca, impervie pareti rocciose che paiono abbracciare gli alpinisti, momenti di relax a fondo valle o dopo l’arrivo ai rifugi. «L’idea di attraversare con gli sci le Alpi equivale a un’esplorazione esotica perché d’inverno le montagne sono ancora luoghi solitari e terreni d’avventura, anche se presidiati da valligiani temprati», nota lo scrittore Enrico Camanni, che di Luigi Dematteis è nipote.

Tuttavia la traversata fu anche e soprattutto un susseguirsi di difficoltà: neve di ogni tipo, tormente, nebbia, notti al gelo, valanghe “ciclopiche” (come le definì Bonatti), percorsi perduti, princìpi di congelamento. «Il punto peggiore fu al passo dell’Oregone, vicino alle sorgenti del Piave: la nebbia li costrinse a vagare nel nulla per sette ore, si ritrovarono su una superficie nevosa fratturata che minacciava di trascinarli a valle e ne uscirono grazie a qualche chiodo infisso da Bonatti nelle poche rocce affioranti», racconta Roberto Mantovani, che ha ricostruito tutte le tappe dell’impresa. Dopo circa quaranta giorni di traversata, tra “occidentalisti” e “dolomitisti” scoppiò la pace: una bufera li costrinse a ripararsi nello stesso rifugio della val Formazza e lì venne sottoscritto un accordo di collaborazione per la parte finale dell’impresa, che si concluse il 18 maggio con l’arrivo al Col di Nava, tra Piemonte e Liguria. Una delle foto di Dematteis incornicia proprio questo momento: lui e i suoi tre compagni camminano su una strada asfaltata in uno scenario ormai primaverile e sorridono per aver compiuto quella che la Federazione italiana sport invernali certificò essere la prima traversata scialpinistica delle Alpi.

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