LONDRA – L’incipit è memorabile: «Visto che sto morendo, non dilunghiamoci in formalità». Ma di formale, in quello che avviene nelle quasi 400 pagine seguenti, non c’è nulla. Si comincia con un protagonista, il detective Ernest Cunningham, chiuso dentro una cassaforte. La cassaforte è nel sotterraneo di una banca. La banca ha tutti gli ingressi automaticamente bloccati perché qualcuno ha sparato un colpo di pistola e pronunciato la classica frase: «Questa è una rapina». Dieci persone rimangono intrappolate nei quattro piani dell’edificio (riprodotti per il lettore in una mappa). A questo punto iniziano a vedersi in giro dei cadaveri e tutti i dieci prigionieri della banca sono sospettati di essere l’assassino: il rapinatore, il direttore, la guardia giurata, un ragazzino, un produttore cinematografico, un prete, la receptionist, una paziente, la caregiver della medesima e il detective di cui sopra, quello che finisce in cassaforte, chiamato a investigare il mistero, anzi i molteplici …
LONDRA – L’incipit è memorabile: «Visto che sto morendo, non dilunghiamoci in formalità». Ma di formale, in quello che avviene nelle quasi 400 pagine seguenti, non c’è nulla. Si comincia con un protagonista, il detective Ernest Cunningham, chiuso dentro una cassaforte. La cassaforte è nel sotterraneo di una banca. La banca ha tutti gli ingressi automaticamente bloccati perché qualcuno ha sparato un colpo di pistola e pronunciato la classica frase: «Questa è una rapina». Dieci persone rimangono intrappolate nei quattro piani dell’edificio (riprodotti per il lettore in una mappa). A questo punto iniziano a vedersi in giro dei cadaveri e tutti i dieci prigionieri della banca sono sospettati di essere l’assassino: il rapinatore, il direttore, la guardia giurata, un ragazzino, un produttore cinematografico, un prete, la receptionist, una paziente, la caregiver della medesima e il detective di cui sopra, quello che finisce in cassaforte, chiamato a investigare il mistero, anzi i molteplici misteri, oltre che a escogitare un sistema per uscire dalla trappola in cui è rinchiuso e salvarsi la vita, avendo su per giù quindici ore di ossigeno a disposizione.
La trama diTutti in questa banca sono ladriè come un gioco di scatole cinesi, con un enigma dentro l’altro. Non per caso è un enigmista anche l’autore, Benjamin Stevenson, i cui precedenti romanzi, Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno, Tutti su questo treno sono sospetti e Tutti hanno dei segreti a Natale, seguono un copione analogo: dei rompicapi dalla soluzione apparentemente impossibile, conditi di humour e continui colpi di scena, nei quali il lettore è invitato a risolvere il rebus insieme alla voce narrante dell’investigatore. Tutti i suoi libri sono bestseller (che potrebbe essere il titolo del prossimo), con milioni di copie vendute in tutte le lingue e un prossimo adattamento a serie televisiva. Paragonato a Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie e alla fiction La casa di carta, il suo nuovo puzzle (edito come i precedenti in Italia da Feltrinelli) si svolge in Australia, patria di Stevenson. Questa è l’occasione per chiedergli anche qualcosa del suo sterminato Paese, quando risponde al telefono dall’altro capo del mondo.
Nel romanzo scrive che lo spessore del banana bread, il pane alla banana, cresce di pari passo con la distanza da Sydney. Un po’ come, dalle nostre parti, lo spessore della piadina romagnola andando da Riccione a Ravenna. È proprio così anche da voi?
«Dovrò visitare la Romagna, allora! Ma in Australia lo spessore del banana bread è più che altro un modo di dire che la gente è in genere più generosa a mano a mano che ci si allontana dalle grandi città come Sydney e si va verso i piccoli centri. Credo che valga un po’ per ogni Paese: nelle cittadine dove tutti si conoscono c’è un maggiore senso comunitario. Una metafora adatta alla rapina di una piccola banca in una piccola città, come quella che racconto nel libro».
Il grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, in un famoso aforisma, diceva che il vero crimine non è rapinare una banca, bensì fondarne una. Senza rivelare come finisce, è questo il messaggio del suo romanzo?
«Una citazione bellissima, che purtroppo non conoscevo, altrimenti l’avrei messa come epigrafe al libro. In effetti volevo spingere i lettori a riflettere su che cosa è un ladro e che cos’è una rapina, cercando di ridefinire il crimine. E per una discussione simile, come aveva capito Brecht, non c’è niente di meglio di un furto in banca. Siamo costretti a usare le banche, ne abbiamo bisogno, ma anche imporre interessi da strozzino è una ruberia. Uno dei personaggi che mi piacciono di più nel romanzo è la guardia giurata: fa la guardia alla banca ma la detesta come simbolo del mondo degli affari. C’era un intento simile anche nel mio romanzo sui killer: tutti uccidono qualcuno ma non tutti sono dei veri assassini, così come non tutti i ladri sono dei veri rapinatori».
Che tipo di detective è il suo Cunningham?
«Un tipo un po’ buffo, un gran chiacchierone, un investigatore che fornisce al lettore tutti gli indizi per arrivare al colpevole, senza nasconderne nessuno. È una specie di gara: se prima del capitolo 42 il lettore ha capito come finisce, vince il lettore; se lo capisce dopo il capitolo 42, vinco io. Un gioco, ma secondo me i romanzi polizieschi in cui il lettore non ha tutti gli indizi a disposizione sono deludenti: se c’è una sorpresa finale del tutto imprevista, se non era possibile scoprire prima chi è l’assassino, che gusto c’è? È come una partita non giocata ad armi pari».
È vero che lei è un campione di enigmistica?
«Diciamo che amo i rebus, gli indovinelli, e mi diverto a cercare di risolverli. Al punto tale che con mia moglie abbiamo un patto: se stiamo guardando un thriller in tv e io penso di sapere come finirà, lo scrivo negli appunti del telefonino e glielo faccio vedere solo dopo l’ultima puntata. Beninteso, non ci prendo sempre. Mi piace anche sbagliare».
Lei è anche un comico, e nel romanzo si vede.
«Fare stand-up comedy è un buon allenamento per scrivere gialli un po’ da ridere, come i miei. Attenzione, solo un po’: in un giallo ci sono necessariamente anche i morti e non va bene ridere o sorridere se il protagonista ha davanti a sé tre cadaveri. Occorre trovare un equilibrio tra una leggera ironia e il dramma. Detto questo, commedia e mistero sono due facce della stessa medaglia: in entrambi i casi devi costruire una trama che si conclude con una sorpresa. Nella commedia è la battuta finale che suscita la risata, nel murder mystery è la scoperta dell’assassino».
È difficile dare voce a dieci personaggi?
«Certamente, ma è necessario. Se i sospettati sono solo tre o quattro, basta che uno o due risultino innocenti e sei già vicino alla soluzione. Con dieci si mantiene il mistero più a lungo».
Agatha Christie è la sua ispirazione?
«È sicuramente la maestra del mistero dentro una stanza, una casa, un treno. Ma per questo libro mi sono ispirato anche a Sherlock Holmes e ancora di più alla serie cinematografica Ocean’s Eleven. Se riesco a mettere lo stile di Christie in una storia alla Ocean’s Eleven, mi sono detto, sarò soddisfatto. Anche se il mio Cunningham non è bello come George Clooney».
Cosa pensa dei noir scandinavi e della hard boiled school di Raymond Chandler e Dashiell Hammett?
«Li ho letti, ma i miei noir sono diversi. Quelli scandinavi sono un po’ troppo sanguinolenti per i miei gusti. In autori come Chandler c’è anche una vena umoristica in cui mi ritrovo, ma prevale il dark».
Dopo avere chiuso i suoi personaggi in una banca, su un treno, in una famiglia, dove li chiuderà per il prossimo romanzo?
«Ho qualche idea per un luogo che mi entusiasma. Ma devo trovare il titolo, parto da quello. E devo inventare un enigma diverso, altrimenti i lettori capiscono subito dove voglio arrivare. È una sfida anche per me e mi diverte molto».
Il libro – Tutti in questa banca sono ladri di Benjamin Stevenson (Feltrinelli, traduzione di Elena Cantoni, pagg. 384, euro 19)