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E’ morto Vincenzo Vitiello, filosofo della topologia

Il filosofo Vincenzo Vitiello (1935-2026) 

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Grande studioso di Vico e dell’idealismo tedesco, aveva coniato il termine per sostenere che il pensiero degli antichi ci è vicino in senso spaziale più che temporale
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Con Vincenzo Vitiello, morto a Napoli novant’anni, scompare uno dei più importanti e acuti filosofi italiani, conosciuto e apprezzato anche all’estero. Legato in un rapporto dialettico, che non escludeva il contrasto più vivace, a filosofi come Emanuele Severino, Carlo Sini, Massimo Cacciari, ma anche a teologi come Bruno Forte e Piero Coda, Vitiello è stato un protagonista della scena filosofica italiana. Ma a rimpiangere la sua voce saranno soprattutto i suoi allievi – prima dell’Università di Salerno e poi dell’Università San Raffaele, dove per anni ha svolto corsi di filosofia teoretica e teologia politica.

Senza neanche un foglio di appunti davanti, Vitiello era capace di ripercorrere in modo magistrale interi blocchi della tradizione filosofica, a partire dai Greci fino ai grandi pensatori novecenteschi, passando per l’idealismo tedesco, di cui è stato uno dei più profondi conoscitori. Poteva farlo perché sommava a una potente vocazione teoretica una straordinaria conoscenza dei…

Con Vincenzo Vitiello, morto a Napoli novant’anni, scompare uno dei più importanti e acuti filosofi italiani, conosciuto e apprezzato anche all’estero. Legato in un rapporto dialettico, che non escludeva il contrasto più vivace, a filosofi come Emanuele Severino, Carlo Sini, Massimo Cacciari, ma anche a teologi come Bruno Forte e Piero Coda, Vitiello è stato un protagonista della scena filosofica italiana. Ma a rimpiangere la sua voce saranno soprattutto i suoi allievi – prima dell’Università di Salerno e poi dell’Università San Raffaele, dove per anni ha svolto corsi di filosofia teoretica e teologia politica.

Senza neanche un foglio di appunti davanti, Vitiello era capace di ripercorrere in modo magistrale interi blocchi della tradizione filosofica, a partire dai Greci fino ai grandi pensatori novecenteschi, passando per l’idealismo tedesco, di cui è stato uno dei più profondi conoscitori. Poteva farlo perché sommava a una potente vocazione teoretica una straordinaria conoscenza dei testi, letti direttamente in lingua originale, senza mediazioni di altri interpreti. Ciò gli dava la libertà non solo di ridiscutere radicalmente interpretazioni consolidate, ma perfino di ribaltare l’ordine consueto dei manuali di filosofia.

Come risulta dal titolo di uno dei suoi libri più originali (Eros e ethos in Hegel e Kant, ESI), non è detto che Hegel ci sia più vicino di Kant o che Vico non ci sia più contemporaneo di autori novecenteschi. Non si tratta solo di contestare un ordine convenzionale del discorso, ma di una prospettiva, intensamente filosofica, alla quale Vitiello stesso aveva dato il nome di ‘topologia’, in Topologia del Moderno (Marietti). Con tale termine intendeva contestare il primato assoluto conferito dalla tradizione filosofica alla categoria del tempo, a svantaggio della dimensione spaziale. Questa modalità storicistica finiva per collocare testi e autori lungo una linea continua, perdendo le connessioni profonde, ma anche le contraddizioni, che li rendono vitali.

Proprio alla vita dei concetti – alla loro tensione irrisolta e alle loro aporie insuperabili – il filosofo deve rivolgere lo sguardo, senza pretendere di dare risposte incontrovertibili alle grandi questioni della verità e del destino, dell’essere e del divenire, dell’umano e del divino.

Attraverso questo sguardo ‘topologico’ Vitiello forza non solo i confini della storiografia, ma dello stesso linguaggio filosofico, aprendosi a un’interrogazione radicale che incrocia l’orizzonte della teologia e dell’arte, della politica e della letteratura. Tale estensione dello sguardo non significa, per lui, abbandonare le grandi domande della filosofia – aperte da Platone e da lui trasmesse alla tradizione medioevale e moderna. Ma sottoporle a un’ottica diversa, libera da condizionamenti rituali e perciò capace di penetrare più profondamente nelle "cose stesse”. Questo deve intendersi per ‘metafisica’ – non profilare un altro mondo, ma guardare a fondo nel nostro, arrivando alla radice dei problemi che esso pone.

Piuttosto che stare ai dati di fatto, come oggi si invita da più parti a fare, metterli in questione fino a ribaltarne la lettura consueta e aprire varchi inaspettati. Da qui un rapporto complesso, e teso, con il cristianesimo, che ha consentito a Vitiello di aprire un dialogo – ma meglio sarebbe dire una contesa – con i teologi capaci di accettarne la sfida. A congiungere filosofia e teologia, nella loro necessaria distinzione, è una ricerca sui limiti estremi del possibile, che lo sottragga alla gabbia della necessità, ma anche alla propria identità. Perché il possibile sia veramente tale, aperto a ogni possibilità, deve includere perfino l’ipotesi della propria negazione. La ricerca filosofica, quando è veramente tale, non si limita a interrogare il senso, ma anche il suo rovescio, il non-senso che lo abita e lo inquieta. Perciò, se da un lato la filosofia parla con la teologia, dall’altro interroga l’arte. Una materia di Burri, un taglio di Fontana, ma anche il silenzio di Celan o la musica di Webern possono dirci più di tante filosofie che si ritengono all’altezza del nostro tempo.

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