Basta con i cliché le donne preistoriche non erano ancelle
di Enza SpinapoliceAffresco presitorico con donne e cacciatori (Musee de l\'Homme, Paris, France; © Erich Lessing)
Quando intervistano i miei colleghi uomini, pongono loro domande sulle grandi questioni della storia o del futuro dell’umanità. A me, invece, viene spesso chiesto com’è essere una donna nel mio campo, o quale fosse il ruolo della donna nella preistoria. Non che ambisca a domande sui massimi sistemi, anzi: le certezze in questa materia sono poche, e chi cerca di spacciare verità definitive è più che altro un bravo affabulatore.
È un fatto che la paleoantropologia è stata caratterizzata, e forse lo è tuttora, da una larga predominanza maschile. Non sono però mancate donne che hanno fondato la disciplina e ne restano riferimenti irrinunciabili: una per tutte, Mary Leakey, che ci ha lasciato una poderosa monografia sul sito di Olduvai Gorge. Per scriverla, Mary trascorse più di trent’anni in Tanzania, nella gola di Olduvai, un luogo remoto e desertico, vivendo in una casa di lamiera. E poi Alison Brooks, collega che dagli anni Sessanta ha percorso l’Africa in lungo e in largo, crescendo …
Quando intervistano i miei colleghi uomini, pongono loro domande sulle grandi questioni della storia o del futuro dell’umanità. A me, invece, viene spesso chiesto com’è essere una donna nel mio campo, o quale fosse il ruolo della donna nella preistoria. Non che ambisca a domande sui massimi sistemi, anzi: le certezze in questa materia sono poche, e chi cerca di spacciare verità definitive è più che altro un bravo affabulatore.
È un fatto che la paleoantropologia è stata caratterizzata, e forse lo è tuttora, da una larga predominanza maschile. Non sono però mancate donne che hanno fondato la disciplina e ne restano riferimenti irrinunciabili: una per tutte, Mary Leakey, che ci ha lasciato una poderosa monografia sul sito di Olduvai Gorge. Per scriverla, Mary trascorse più di trent’anni in Tanzania, nella gola di Olduvai, un luogo remoto e desertico, vivendo in una casa di lamiera. E poi Alison Brooks, collega che dagli anni Sessanta ha percorso l’Africa in lungo e in largo, crescendo due bambini nel Kalahari. Le donne, nella paleoantropologia, ci sono sempre state, e hanno diretto ricerche, lavorato sul campo, firmato scoperte decisive.
Nonostante questo, i modelli costruiti dagli uomini hanno generalmente prevalso, come il mito dell’«uomo cacciatore», affermatosi negli anni Sessanta del Novecento, quando Robert Ardrey individuò nella predazione il fulcro della natura umana e la ferinità diventò il marchio di fabbrica dell’uomo preistorico. Negli ultimi anni, questi modelli sono stati messi in discussione con crescente vigore: numerosi articoli accademici contestano la divisione di genere nelle attività di caccia e raccolta, mentre i titoli dei giornali evocano donne cacciatrici, raffigurate con lunghe lance e atteggiamenti bellicosi come in una recente copertina di Science.
Le evidenze scientifiche non consentono risposte semplici né generalizzazioni valide per tutta la preistoria. È vero che nelle culture tradizionali riscontriamo divisioni di genere nelle attività di sussistenza, con molte variabili, ma non sappiamo quanto sia lecito proiettare questi dati nel passato. Stabilire i ruoli di genere sulla base di evidenze archeologiche e antropologiche è complesso, perché le informazioni si riferiscono spesso a singoli siti, in una preistoria di tempi e spazi sconfinati.
Il punto è questo: non è forse possibile che una presunta superiorità della caccia sulle altre attività sia il risultato di una narrazione tutta maschile? E che quando per contestare questa narrazione evochiamo fiere guerriere cacciatrici in realtà continuiamo a farci dettare l’agenda da valori maschili ottocenteschi o novecenteschi?
È possibile che gli uomini cacciassero di più, ma sappiamo anche che le raccoglitrici contribuivano al sostentamento più dei cacciatori, procurando la maggior parte dell’apporto proteico, visto che anche i frutti di mare e la piccola selvaggina catturata con le trappole facevano parte della “raccolta”. Qualche giorno fa è uscito, proprio su Science, un articolo che dimostra come il miele e la frutta siano stati più importanti della carne per l’evoluzione cerebrale umana, confermando quanto sia complessa la nostra storia alimentare. Infatti, nelle piccole società di banda, ogni individuo aveva un ruolo indispensabile.
Cosa rimane allora del mito dell’uomo cacciatore? Forse soprattutto l’esaltazione di una volontà di colpire a distanza, ferire, uccidere, affrontare il pericolo. Ecco, quando evochiamo, nel XXI secolo, il diritto di proiettare sulle donne del passato coraggio e abilità nell’uccidere, non dimentichiamo da dove proviene l’attenzione per questi valori. Credo che oggi sia necessario cambiare paradigma e rappresentare le nostre antenate come coraggiose, impavide e abili, senza però costringerle in schemi di valori che sono solo nostri, o forse derivano da un retaggio (maschile) del secolo passato. E restituire anche alle figure maschili una profondità diversa da quella del predatore e del guerriero.
Negli ultimi vent’anni abbiamo spostato l’attenzione dall’uomo cacciatore, impegnato a inseguire un cervo con un amico, a ragazze e donne, anziani, bambini. Abbiamo iniziato a interessarci a tutte le componenti della società preistorica, non soltanto a una sua parte, anche grazie alla presenza crescente delle donne nella paleoantropologia e a una sensibilità ormai più diffusa. Oggi troviamo interessante studiare il Neandertaliano di La Chapelle, un vecchio che continuò a mangiare pur avendo perso quasi tutti i denti; ci affascinano i resti fossili di una bambina di Cova Negra, con caratteristiche compatibili con la sindrome di Down, di cui qualcuno si prese cura duecentomila anni fa; e stiamo dando attenzione a quelle donne che lasciavano il gruppo sociale in cui erano nate per spostarsi in altre comunità.
È arrivato il momento di porci domande più difficili e di cercare risposte il più possibile obiettive, senza sostituire un mito con un altro.
Il libro – Noi prima di noi di Enza Spinapolice (Longanesi, pagg. 464, euro 22). ll libro, scritto da un’archeologa
evoluzionista, è un viaggio tra i nostri parenti estinti: Lucy, il Turkana Boy, i Neanderthal, l’Homo naledi. L’autrice lo presenta al Festival delle Mente di Sarzana, sabato 5 settembre(ore 10.15, cinema Moderno)