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Addio a Enzo Bianchi, monaco laico fondatore di Bose dalla parte del dialogo

Enzo Bianchi 

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Punto di riferimento dell’ecumenismo, è morto a 83 anni. Era stato estromesso dalla sua comunità nel 2020. Da poco aveva sollecitato una riconciliazione
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Fede e incredulità «si intersecano nelle nostre profondità, e vengono giorni, soprattutto nell’anzianità, in cui si spera di essere credenti e si prega per non essere privati», scriveva Enzo Bianchi, morto ieri all’ospedale Molinette di Torino a 83 anni. Monaco, protagonista del dibattito ecclesiale nell’ultimo mezzo secolo, negli anni Sessanta fondò la comunità di Bose, in provincia di Biella, dalla quale nel 2020 papa Francesco lo allontanò in una delle vicende più laceranti del mondo cattolico degli ultimi anni.

La complessità, e l’inquietudine, erano iscritti sin nel suo nome: quando nacque, il 3 marzo 1943 a Castel Boglione in Monferrato suo padre Luigi, ateo e simpatizzante della lotta partigiana, volle evitare un nome del calendario dei santi e lo chiamò Enzo; la madre Angela, molto credente, chiese di aggiungere il secondo nome di Giovanni, come l’evangelista.

Fede e incredulità «si intersecano nelle nostre profondità, e vengono giorni, soprattutto nell’anzianità, in cui si spera di essere credenti e si prega per non essere privati», scriveva Enzo Bianchi, morto ieri all’ospedale Molinette di Torino a 83 anni. Monaco, protagonista del dibattito ecclesiale nell’ultimo mezzo secolo, negli anni Sessanta fondò la comunità di Bose, in provincia di Biella, dalla quale nel 2020 papa Francesco lo allontanò in una delle vicende più laceranti del mondo cattolico degli ultimi anni.

La complessità, e l’inquietudine, erano iscritti sin nel suo nome: quando nacque, il 3 marzo 1943 a Castel Boglione in Monferrato suo padre Luigi, ateo e simpatizzante della lotta partigiana, volle evitare un nome del calendario dei santi e lo chiamò Enzo; la madre Angela, molto credente, chiese di aggiungere il secondo nome di Giovanni, come l’evangelista.

Entrò undicenne in seminario ad Acqui, e fuggì ben due volte: trovava l’ambiente opprimente. Studiò Economia e commercio, aderì al movimento giovanile democristiano, accarezzò l’idea di intraprendere la carriera universitaria, poi arrivò la temperie del Concilio Vaticano II che rimescolò tutto sia nella Chiesa cattolica che nella sua vita. L’8 dicembre 1965, data di chiusura della grande riunione mondiale dei vescovi, iniziò la sua avventura monacale. Quel giorno Enzo Bianchi andò a vivere in un caseggiato abbandonato sulla Serra di Ivrea a pochi passi da una chiesa romanica in rovina e iniziò una vita segnata da povertà e celibato (ma non volle l’ordinazione e non divenne mai sacerdote). Per i primi tre anni fu solo, poi bussarono alla porta un pastore riformato svizzero e una giovane donna di Ivrea. Era il primo nucleo del monastero di Bose, una comunità più unica che rara di “fratelli” e “sorelle” cattolici, protestanti e ortodossi, diventato col tempo punto di riferimento del dialogo ecumenico mondiale e, in particolare, dei rapporti con l’Oriente cristiano, fucina di spiritualità, luogo di incontro e confronto per giovani, teologi, persone in ricerca.

All’inizio il vescovo di Biella, monsignor Carlo Rossi, lo ostacolò, il cardinale Michele Pellegrino di Torino lo difese. Autore prolifico, conferenziere brillante, un’estesa rete di rapporti internazionali, fratel Bianchi si è via via è imposto all’attenzione pubblica. Si è confrontato con intellettuali lontani da lui come Giuliano Amato, Massimo Cacciari, Paolo Flores d’Arcais, Gad Lerner, Ezio Mauro, Carlin Petrini, Gianni Vattimo, ha scritto su Repubblica, MicroMega, La Stampa. «È sul terreno delle cose serie dell’esistenza che credente e non credente possono misurare la verità delle rispettive posizioni, fino allo svelamento di ciò che di inautentico e di idolatrico esse contengono», ha scritto nel libro Il rischio della fede (edizioni Qiqajon). Lontanissimo da figure come il cardinale Camillo Ruini – «un ecclesiastico che ha fatto soffrire molti nella chiesa», ha scritto alla sua recente morte – è stato vicino a sacerdoti come don Antonio Mazzi, ai cui funerali ha partecipato lo scorso 6 agosto.

Con papa Francesco all’inizio è idillio, al punto che qualcuno suggerì che Bergoglio volesse farlo cardinale (sarebbe stato il primo porporato laico). Ma nel 2020 va in scena una rottura clamorosa. Enzo Bianchi, già anziano, venne allontanato da Bose, a valle di una visita canonica, decisa dal Vaticano ma richiesta dai membri della stessa comunità, innescata da «una situazione tesa e problematica (…) per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno». I dettagli non vengono mai resi noti, alimentando illazioni e veleni: un pezzo del Vaticano ha voluto ingigantire problemi relazionali tra generazioni per normalizzare un’esperienza spirituale anticonformista? O invece c’è stato abuso di potere, come non di rado succede tra una comunità e il suo fondatore carismatico, ed è stato a lungo insabbiato per l’aura che circondava il personaggio? Bianchi contesta le accuse, ma obbedisce e si trasferisce vicino a Ivrea, dove dà vita a una nuova comunità, la Fraternità della Madia, Bose elegge un nuovo priore, Sabino Chialà, che volta pagina, ma la vicenda lascia strascichi profondi e perduranti. Francesco in persona invia un messaggio a Bianchi, a febbraio del 2021, lo conforta ma non lo proscioglie: «Caro Enzo», scrive, «sei in croce, come Gesù. Questo è il tuo tempo della lotta, del buio, della solitudine, del faccia a faccia con la volontà del Padre».

Negli ultimi tempi fratel Enzo, pur infragilito nella salute, continuava la sua vita di scrittura, preghiera e incontri. Il suo ultimo intervento, dopo lo scisma dei lefebvriani, un singolare appello a favore dei tradizionalisti che arriva a mettere in discussione il carattere vincolante della Gaudium et Spes, costituzione pastorale del Concilio Vaticano II. Tra i suoi ultimi ospiti, Vinicio Capossela, cantautore e amico. Poco prima di essere ricoverato, nei giorni scorsi, aveva scritto alla comunità di Bose proponendo un incontro per raggiungere una «riconciliazione visibile» e il nuovo priore aveva accettato volentieri. La morte è arrivata prima. I funerali saranno celebrati giovedì pomeriggio alle 16.30 in quel Castel Boglione dove era nato 83 anni fa.

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