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La sindrome cinese e i nuovi nazionalismi

(afp)

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L’economista Branko MIlanovic analizza l’ascesa del dragone. Ma anche gli errori dell’Occidente
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Qual è stato il Paese a conoscere il più rutilante sviluppo che l’ha proiettato in pochi decenni del dopoguerra fra i grandi del mondo, per conoscere però trent’anni fa una frenata così brusca dalla quale ancora non si è ripreso? Suvvia, non è difficile: l’Italia. Il Pil pro capite italiano era nel 1952 meno del doppio della media mondiale, nel 1974 era diventato il triplo. Oggi stiamo nel complesso come nel 1959.

Branko Milanovic, nato a Belgrado nel 1953 ma oggi affiliato alla City University of New York, già capo economista della Banca Mondiale e docente alla London School of Economics, non ci dà però la consueta spiegazione (pasticci burocratici, lentezza nelle decisioni, corruzione, debito pubblico e via dicendo) bensì una comune al resto dell’occidente: l’ascesa inarrestabile della Cina negli ultimi trent’anni, alla quale si sta affiancando quella di tutto il Sudest asiatico (Thailandia, Vietnam, Indonesia, Cambogia) che ha modificato in modo irrevocabile l’asse dello sviluppo …

Qual è stato il Paese a conoscere il più rutilante sviluppo che l’ha proiettato in pochi decenni del dopoguerra fra i grandi del mondo, per conoscere però trent’anni fa una frenata così brusca dalla quale ancora non si è ripreso? Suvvia, non è difficile: l’Italia. Il Pil pro capite italiano era nel 1952 meno del doppio della media mondiale, nel 1974 era diventato il triplo. Oggi stiamo nel complesso come nel 1959.

Branko Milanovic, nato a Belgrado nel 1953 ma oggi affiliato alla City University of New York, già capo economista della Banca Mondiale e docente alla London School of Economics, non ci dà però la consueta spiegazione (pasticci burocratici, lentezza nelle decisioni, corruzione, debito pubblico e via dicendo) bensì una comune al resto dell’occidente: l’ascesa inarrestabile della Cina negli ultimi trent’anni, alla quale si sta affiancando quella di tutto il Sudest asiatico (Thailandia, Vietnam, Indonesia, Cambogia) che ha modificato in modo irrevocabile l’asse dello sviluppo mondiale, economico e demografico. «Basti pensare – scrive Milanovic nel saggio Il disordine mondiale (Laterza) – che gli Stati Uniti hanno conosciuto il massimo della potenza in termini economici nel 1952 (quando produceva il 40 per cento del Pil mondiale), dopodiché è cominciata una lenta erosione relativa».

La rottura degli antichi equilibri va ricercata nella crisi petrolifera del 1973-74, che coincise in Cina con la crisi della dottrina maoista («era un’ideologia incoerente che metteva insieme in modo programmatico e a tratti spiazzante, tasselli di ideologie diverse, che poi non ha nemmeno mai avuto una reale influenza globale, al di là di qualche movimento marginale in Perù o la possibilità degli intellettuali parigini di trovare una fidanzata»). La Cina, che nel 1974 era un colosso addormentato (contava per non più del 2 per cento nella produzione mondiale pur avendo oltre un miliardo di abitanti) nel mezzo secolo successivo esplose e trasformò il mondo. Oggi supera il 22 per cento della produzione e quanto a potere d’acquisto ha superato gli Stati Uniti.

Ci fu un momento in cui il “primo mondo” poteva reagire in modo più lungimirante: intanto operando in regime di maggior cooperazione al proprio interno. E poi il neoliberismo imperante di Reagan e Thatcher avrebbe potuto inglobare elementi di economia socialista per allentare la pressione sulle classi svantaggiate, regolare con maggior sapienza le privatizzazioni, rafforzare anziché mortificare lo stato sociale. Invece si è proseguito sulla stessa strada per finire con una diffusa frustrazione e un pugno di straricchi corrotti alla corte di Trump. Contemporaneamente i Paesi sovietici potevano dare più spazio alle privatizzazioni graduate e non finire con quel far west di Eltsin per risanare il quale fu chiamato Putin con il risultato che vediamo.

Intanto la Cina intensificava la produzione, la tecnologia, l’economicità, l’export. Fino ai livelli attuali e alla lotta scomposta e maldestra di Trump per arginare il disavanzo. Una delle spiegazioni di Milanovic è l’avidità: «È il motore che alimenta la nostra ossessione per la proprietà perché l’acquisizione di proprietà è vista come l’obiettivo ultimo non solo per i piaceri che offre ma perché mostra il valore dell’individuo. L’avidità, per usare la definizione di Marx, è “edonismo astratto”. La maggior produzione di cose raggiungerebbe presto i suoi limiti se non ci fosse l’avidità, ma l’avidità non ha limiti e di conseguenza non ne ha la produzione, pur nelle aree in cui potremmo pensare che i bisogni siano finiti. Senza l’avidità non esiste una produzione illimitata, necessaria per sfamare costantemente l’avidità stessa senza mai soddisfarla perché un’avidità soddisfatta non è un’avidità».

Da qui il nazionalismo, il male dei nostri tempi, dice Milanovic: «Nasce dalla paura che i nostri beni se non sufficientemente protetti possono essere portati via da altri... Lo stato-nazione è uno strumento utilizzato per prevenire un esito di questo tipo: ne sentiamo il bisogno per proteggerci contro l’altro».

Il libro

Il disordine mondiale di Branko Milanovic, Laterza, trad. F. Galimberti,

pagg. 288, euro 24

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