Salman Rushdie: “Il mondo è uno, non lasciamoci dividere dai fascismi”
dal nostro inviato Giampaolo VisettiLo scrittore Salman Rushdie inaugura Pordenonelegge
(agf)PORDENONE
«L’ascesa dell’estrema destra in Europa e il suo radicamento negli Stati Uniti sono i fatti di cronaca che, in quanto cittadino, oggi mi preoccupano di più. Mai, per difendere la democrazia, avremmo pensato di essere richiamati a lottare contro un globale potere nazista, deciso a reprimere la libertà. Gli apparati delle propagande lavorano per imporre come prioritario l’incubo dell’aumento di prezzo dell’energia: nella profondità del mondo reale suona però l’allarme per la tenuta dei diritti fondamentali». Salman Rushdie, scrittore simbolo della narrazione civile, non può nascondere i segni dell’attacco terroristico che, dopo la fatwa lanciata contro di lui nel 1989 dall’ayatollah Khomeini, lo ha infine colpito quattro anni fa. L’occhio destro, cieco, è coperto da una benda nera. Invitato a inaugurare il festival Pordenonelegge, che si concluderà domenica con il saluto del presidente Sergio Mattarella, Rushdie invita l’Europa a «svegliarsi dal torpore rinunciatario che sembr…
PORDENONE
«L’ascesa dell’estrema destra in Europa e il suo radicamento negli Stati Uniti sono i fatti di cronaca che, in quanto cittadino, oggi mi preoccupano di più. Mai, per difendere la democrazia, avremmo pensato di essere richiamati a lottare contro un globale potere nazista, deciso a reprimere la libertà. Gli apparati delle propagande lavorano per imporre come prioritario l’incubo dell’aumento di prezzo dell’energia: nella profondità del mondo reale suona però l’allarme per la tenuta dei diritti fondamentali». Salman Rushdie, scrittore simbolo della narrazione civile, non può nascondere i segni dell’attacco terroristico che, dopo la fatwa lanciata contro di lui nel 1989 dall’ayatollah Khomeini, lo ha infine colpito quattro anni fa. L’occhio destro, cieco, è coperto da una benda nera. Invitato a inaugurare il festival Pordenonelegge, che si concluderà domenica con il saluto del presidente Sergio Mattarella, Rushdie invita l’Europa a «svegliarsi dal torpore rinunciatario che sembra averla contagiata dopo la disastrosa uscita della Gran Bretagna dalla Ue». «Condivido l’appello di Ursula von der Leyen a unirsi contro gli ultranazionalisti – dice a Repubblica prima di ricevere l’onorificenza Ambassador of Freedom – ma ovunque colgo l’inquietante diffusione dell’estremismo tra i giovani. È il punto cruciale: gli anziani non possono rappresentare una trincea politica».
Quanto l’avanzata dell’estrema destra la preoccupa?
«La destra, come insegna la storia, tende a restringere lo spazio della libertà e a limitare i diritti democratici. Già un anno fa, in Germania, mi dicevano che i giovani votano Afd. Oggi mi confermano la stessa tendenza in Francia e anche in Spagna si soffia forte sul vento dell’intolleranza. Nel mirino dei nuovi poteri autoritari, spesso non elettivi, ci sono i princìpi su cui l’Occidente ha costruito la pace».
Vale anche per l’Italia?
«Qui per ora governa un centrodestra che si presenta più moderato. Non sempre sono d’accordo con le sue scelte, ma non voglio entrare nei dettagli. Nessun Paese però è un’isola, il futuro non è un fatto italiano e non mi azzardo a profetizzarlo».
È Donald Trump il generatore del caos che rende accettabile la violenza?
«Il presidente Usa non è una minaccia solo per la libertà d’espressione. È una minaccia, punto. Mai l’America ha subìto una leadership paragonabile, un simile livello di volgarità e di menzogne. Vale anche per la sua difesa dell’intelligenza artificiale: la regola è che se Trump dice una cosa, è vero il contrario. Al voto di midterm mancano meno di cinquanta giorni: mi pare che il vento stia cambiando».
Condivide gli allarmi sull’IA?
«Sono felicemente ignorante. Se potessi terrei le cose come stanno, ma so che purtroppo non succederà».
Cosa pensa dell’auspicio, anche della destra italiana, che negli Stati Uniti la cultura woke sia già al tramonto?
«Non so quale sia la capacità di tenuta collettiva contro ingiustizie, discriminazioni e razzismo: di certo io sono più woke che anti-woke».
Perché, con “Knife”, ha scelto di girare un documentario sull’attentato che ha subìto?
«Chi ha cercato di assassinarmi non sapeva nulla di me. Nel nome di un dio, o di un interesse ignoto, ha accettato di uccidere uno sconosciuto. Mi è parso attuale mostrare la radiografia del patto folle che rende possibile il terrorismo e in definitiva ogni guerra. Mia moglie però ha ripreso ogni istante della mia guarigione, un piccolo atto di resistenza. La prima di Knife è nelle prossime ore a New York: spero di tornare in tempo».
In quanto indiano-americano-inglese, lei si definisce un migrante seriale: perché l’ancestrale cammino delle persone rende oggi i popoli estranei?
«Non sono i migranti ad approfondire conflitti sempre più vasti. I cosiddetti “stranieri” sono il sacrificio pubblico consumato dal potere del terrore. L’obiettivo degli autoritarismi è il controllo della ricchezza da spartire tra pochi: per questo vanno scavate divisioni sociali e si potenzia la difficoltà del dialogo diretto».
È una sconfitta la delega all’arte della denuncia degli orrori?
«Scrittori, pittori e musicisti non sono alieni. L’arte è tale se ha una visione larga della vita. Il problema è che oggi la politica applica anche in Occidente uno sguardo stretto. Il compito dei narratori è tenere le braccia spalancate. Le reazioni alla Mostra del Cinema di Venezia confermano questo bisogno».
Cosa intende dire?
«Il primo ministro israeliano Netanyahu ha reagito con intolleranza alla denuncia sulle violenze del suo esercito a Gaza fatta dal film premiato dalla giuria internazionale. Nulla di lui mi stupisce più: la sua crudeltà nutre il mostro dell’antisemitismo. Anche per questo mi congratulo con i registi di Naza: cercano di proteggerci dal contagio dell’odio».
L’effetto boomerang vale anche per l’attacco Usa contro l’Iran?
«Fa parte della follia di Trump, possibile per la debolezza di istituzioni internazionali minate da anni di egoismo dei governi nazionali. In Iran la Casa Bianca non aveva una strategia e ancora non indica fini comprensibili. Un’altra guerra controproducente, che trasforma in fascismo la religione. Non mi riferisco solo all’islam: in Iran però la gente muore e il regime si rafforza».
Il suo libro è “L’undicesima ora”, intesa come quella che precede la fine della vita: pensa che il nostro pianeta sia prossimo a quell’istante?
«Affronto la questione sotto il profilo creativo, riflettendo sul modo di congedarsi dalla vita da parte di artisti diversi. L’eredità dell’Undicesima ora (il libro in Italia è edito da Mondadori, ndr) è però il problema fondamentale di ognuno e riguarda anche la natura, madre dell’umanità. Il compito dell’immaginazione non è evadere dalla realtà, ma di dimostrarla. L’ultima ora non è evitabile: accelerarla è una colpa che umilia la nostra specie».