Houellebecq: “Io profeta? No e l’Italia non sarà fascista”
di Paolo Di PaoloLo scrittore francese Michel Houellebecq
«Non ho i doni per essere un guru». Michel Houellebecq non dà risposte, anzi sì. Pensa, sospira, tace. La voce, dopo uno sbuffo di sigaretta elettronica, è bassa e cantilenante. Le frasi che offre, contratte e abissali. A Pordenonelegge, dove ieri presentava Tutte le poesie (La Nave di Teseo), si lascia scappare una battuta sulla sinistra, che «è diventata super cattiva». Almeno in Francia. Dice di rimpiangere un tempo – lontano, ma nemmeno troppo – «in cui la sinistra era così dominante, in particolare nel campo culturale e intellettuale, che poteva permettersi di essere tollerante».
Non commenta il trionfo dell’Afd in Germania, e si lamenta semmai di qualcuno che considera fascista lui. Non sa che qualche minuto dopo giornali e siti di destra hanno già battuto il titolo: «Non mi pare che l’Italia stia andando verso il fascismo e il vostro Paese può rassicurare l’Europa». Ma allargando la prospettiva, che futuro attende l’Occidente? Sgrana gli occhi, sbuffa un’altra nuvola di fumo. S…
«Non ho i doni per essere un guru». Michel Houellebecq non dà risposte, anzi sì. Pensa, sospira, tace. La voce, dopo uno sbuffo di sigaretta elettronica, è bassa e cantilenante. Le frasi che offre, contratte e abissali. A Pordenonelegge, dove ieri presentava Tutte le poesie (La Nave di Teseo), si lascia scappare una battuta sulla sinistra, che «è diventata super cattiva». Almeno in Francia. Dice di rimpiangere un tempo – lontano, ma nemmeno troppo – «in cui la sinistra era così dominante, in particolare nel campo culturale e intellettuale, che poteva permettersi di essere tollerante».
Non commenta il trionfo dell’Afd in Germania, e si lamenta semmai di qualcuno che considera fascista lui. Non sa che qualche minuto dopo giornali e siti di destra hanno già battuto il titolo: «Non mi pare che l’Italia stia andando verso il fascismo e il vostro Paese può rassicurare l’Europa». Ma allargando la prospettiva, che futuro attende l’Occidente? Sgrana gli occhi, sbuffa un’altra nuvola di fumo. Si schermisce: «Non sono un profeta. Qualcuno lo è stato molto più di me». Sul destino di questo pezzo di mondo, risponde al posto suo il verso che apre l’ultima raccolta, Si perde sempre: «Occidentali che volete vivere, siete arrivati a fine partita».
A chi lo sollecita sul romanzo Sottomissione, giocato sull’ipotesi di un’avanzata islamista in Francia e pubblicato nel giorno dell’attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, dice di non ricordare tutto di quel libro, ma una cosa sì. Questa: il protagonista si converte all’Islam «per convenienza». Amen.
Aggiunge che lo riscriverebbe di sicuro, ma non è detto che sarebbe altrettanto facile pubblicarlo. D’altra parte, divertito, confessa di avere fatto di recente l’esperimento di chiedere a due diverse app di IA di elaborare un testo “alla Houellebecq”. Una l’ha fatto senza colpo ferire. «L’altra invece si è rifiutata, perché – così ha detto – i temi della sua letteratura contravvengono alle nostre norme etiche». E un tratto profetico in questo campo se lo riconosce: anticipò in un testo poetico remoto l’idea del dialogo fra macchine intelligenti. E se un giorno si mettessero a parlare fra loro escludendoci? «Come gli esseri umani sarà difficile anche per le macchine essere d’accordo».
Non si dichiara ostile al cambiamento né apocalittico («anche se l’ottimismo non fa mai bene alla letteratura; e quella di fantascienza diventa interessante quando smette di pensare in positivo»). Ricorda l’entusiasmo di adolescente per la lettura dei romanzi di Verne e sostiene che, nel racconto delle magnifiche sorti e progressive, qualcosa si è incrinato definitivamente dopo Hiroshima. Se pensa a un’epoca senza di noi, ci pensa con rimpianto preventivo: «Ricordatevi dell’uomo. Ricordatevene a lungo». Anche se in fondo considera il Sapiens «un piccolo animale crudele e miserabile».
Eppure, l’introflesso, misterioso Houellebecq parla continuamente d’amore: nei suoi versi lo invoca, lo nega, lo maledice, lo rimpiange. Quando deve scegliere di leggere qualcosa a voce alta per il pubblico, sceglie una specie di dichiarazione a un tu perduto: «Perché non possiamo / mai / essere amati?». Boh. I temi dei romanzi ci sono tutti anche in poesia, anticipati o confermati: la solitudine disperata dell’occidentale, il sesso famelico e malinconico, il disincanto di chi sa di non poter recuperare lo stupore dell’infanzia. La desolazione senza riscatto, ma con qualcosa di caldo e struggente che porta quasi alle lacrime: «Può darsi che ci siano persone che al mattino si svegliano fresche e di buonumore – scherza Houellebecq – ma io non sono fra quelle». Il pubblico in sala ride, e un po’ anche lui. Che, quasi rannicchiato su sé stesso, di tanto in tanto si illumina. Quando, per esempio, parla del suo mito Baudelaire («di cui amo tutto»). La definizione, che qualcuno ha attribuito a Houellebecq, di “Baudelaire dei supermercati” non dispiace all’interessato: «Sono convinto che quel grande poeta, che nella sua opera parla spesso di cose grevi e quotidiane, avrebbe guardato con interesse ai negozi delle grandi catene commerciali».
Quanto alle etichette, opterebbe volentieri per quella di “Rimbaud fallito”. O di romantico deteriorato: «L’unico modo per restare romantici in un mondo come questo». C’è un’alternativa? Il punto, dice, sarebbe imparare a vivere «una vita più viva»: «Non quella meccanica, ripetitiva, frustrante che spesso siamo costretti a sopportare. Andrebbe disinnescato il pilota automatico». Con il verso di una poesia? Questo: «Veramente, si diceva Michel, la vita dovrebbe essere diversa».