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Anna Sfard: “Mio padre Bauman che inseguiva la stabilità in un mondo liquido”

Zygmunt Bauman nel 2007

 

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Un bastian contrario che temeva l’incertezza come regola dei tempi. Così la figlia ricorda il grande sociologo, nemico di ogni nazionalismo. Su quel che accade in Medio Oriente avrebbe detto: “Era evidente che sarebbe successo. Perché non avete fatto nulla?”
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Che il teorico del mondo liquido possa essere stato un signore che amava i rapporti duraturi e la routine delle giornate che ritornano uguali non è poi così strano. Zygmunt Bauman non apprezzava la logica spietata del consumismo, dove nessuna cosa sembra meritare di durare. Lo studioso della postmodernità, diventato un’immagine icona con i suoi capelli candidi e la sua pipa, è il paradosso vivente dell’intellettuale non racchiudibile in nessuna etichetta. Oggi un convegno a Trento lo celebra e lo ricorda: Zygmunt Bauman in dialogo sul futuro (a cura di Riccardo Mazzeo, saggista studioso di Bauman e suo amico). Tra gli ospiti della giornata di dibattito c’è una delle figlie di Bauman, Anna Sfard, autrice di un libro appena pubblicato dal titolo L’identità dialogica (Pensa Multimedia, nella collana “Pratiche dialogiche” diretta da Mazzeo). Anna vive a Tel Aviv ed è professoressa emerita di Mathematics Learning Sciences all’università di Haifa. Ora è in Italia e risponde alla nostra vide…

Che il teorico del mondo liquido possa essere stato un signore che amava i rapporti duraturi e la routine delle giornate che ritornano uguali non è poi così strano. Zygmunt Bauman non apprezzava la logica spietata del consumismo, dove nessuna cosa sembra meritare di durare. Lo studioso della postmodernità, diventato un’immagine icona con i suoi capelli candidi e la sua pipa, è il paradosso vivente dell’intellettuale non racchiudibile in nessuna etichetta. Oggi un convegno a Trento lo celebra e lo ricorda: Zygmunt Bauman in dialogo sul futuro (a cura di Riccardo Mazzeo, saggista studioso di Bauman e suo amico). Tra gli ospiti della giornata di dibattito c’è una delle figlie di Bauman, Anna Sfard, autrice di un libro appena pubblicato dal titolo L’identità dialogica (Pensa Multimedia, nella collana “Pratiche dialogiche” diretta da Mazzeo). Anna vive a Tel Aviv ed è professoressa emerita di Mathematics Learning Sciences all’università di Haifa. Ora è in Italia e risponde alla nostra videochiamata da una casa di famiglia a Olivola di Monferrato, in Piemonte.

Anna Sfard, figlia di Zygmunt Bauman

 

Nel libro sembra divertirsi a dare un’altra immagine di Bauman, quella di uomo amante della stabilità.

«Mio padre sentiva l’esigenza di esercitare un controllo sulla sua vita quotidiana. Non riusciva a lasciare le cose alla casualità, ma s’impegnava nel fare piani, nel programmare. E perché fosse possibile, aveva bisogno di stabilità. In un mondo precario, liquido appunto, la sua strategia era cercare appigli, perché quello che aveva oggi potesse sopravvivere anche domani».

Rientra in questo atteggiamento anche la sua passione per la fotografia?

«Quell’infatuazione non era casuale. Cominciò a praticarla molto seriamente, al punto da esporre le sue fotografie in varie mostre. Ci fu un momento, negli anni Settanta o all’inizio degli Ottanta, in cui sentì di aver esaurito il suo interesse per la sociologia: la fotografia diventò il suo rifugio, la cosa che lo faceva alzare la mattina allegro. E che cos’è la fotografia, se non il tentativo di afferrare il mondo e di fermare un istante? Un modo per renderlo stabile, immobile, impedirgli di cambiare».

È chiaro che l’approccio alla società liquida era problematico, che quel mondo che da sociologo descriveva era lo stesso in cui si trovava a disagio.

«In qualche maniera deplorava il fatto che tutto fosse diventato così incerto, che persino le relazioni umane fossero ormai così fragili».

Non lo trasformerà in un conservatore?

«Ma no, era irriducibile a qualsiasi schema. Era avido di vita. Cucinava, preparava cocktail, si dedicava al giardinaggio. Era estroverso, carismatico. Un bastian contrario: amava dire cose in contrasto rispetto al senso comune. Ricordo un episodio. Ero una bambina, stavamo camminando in un bosco, e a un certo punto gli dissi: la necessità è la madre dell’invenzione. Volevo sembrare saggia e intelligente ai suoi occhi. Con mia grande sorpresa, lui mi rispose: no, è il contrario, è l’invenzione a creare un bisogno che prima non avevi».

Tornando al nostro discorso, sono i desideri a creare nuove necessità?

«Più cose hai, più ne desideri di nuove, in una corsa continua verso altri acquisti che lascia sempre insoddisfatti».

Il lungo matrimonio con sua madre Janina faceva parte della stessa esigenza di costanza?

«Mio padre le fece la proposta di matrimonio tre settimane dopo che si erano conosciuti. Insieme crearono un mondo di rituali condivisi che costituiva qualcosa di costante all’interno di una realtà in continuo cambiamento. Janina era il suo ancoraggio, il punto di stabilità attorno al quale ruotava tutto. Era il giroscopio che impediva alla nave di cambiare rotta o capovolgersi. Il senso forse è in una citazione di Rousseau contenuta nel libro di mia madre A Dream of Belonging: “Tutto cambia intorno a noi, e costante è solo ciò che domani ameremo non meno di ieri”».

Questo suo bisogno di equilibrio, era in qualche modo il risultato di una storia di esilio?

«Gli anni in Polonia sotto il regime erano stati duri. I miei genitori erano giovani, all’inizio delle loro carriere, con poche risorse finanziarie. Vivevamo in cinque in una casa di due stanze. Ma c’era allegria, c’erano sempre amici che ci venivano a trovare. Sono nata quattro anni dopo la guerra. Tutto intorno a noi doveva essere praticamente ricostruito da zero».

Scelsero però di andare in Israele.

«Come ebreo gli era stata negata la nazionalità polacca. Fu molto doloroso. Nel 1968 lasciammo la Polonia in seguito ad alcune proteste studentesche finite con degli arresti. Gli ebrei furono accusati di essere i fomentatori dei disordini e mio padre fu tra coloro che vennero licenziati dall’università. I miei rimasero in Israele tre anni ma il nazionalismo che si respirava già allora li convinse ad andarsene».

Che tipo di nazionalismo infastidiva suo padre?

«L’identità nazionale era come un’uniforme che dovevi indossare per poter essere considerato israeliano. Dopo la Guerra dei Sei Giorni passò dall’euforia per la vittoria israeliana alla disperazione di chi riusciva già a intravedere le terribili conseguenze che l’occupazione avrebbe prodotto. Alla luce di quello che è accaduto dopo il 7 ottobre, il suo sguardo era profetico. Mio padre e mia madre decisero allora, dopo tre anni, di lasciare Israele per l’Inghilterra. A chi gli chiedeva perché, rispondevano: non siamo fuggiti da un nazionalismo per vivere sotto un altro nazionalismo».

Come avrebbe commentato ciò che accade oggi in Medio Oriente?

«Probabilmente avrebbe detto: era evidente che sarebbe successo. Perché non avete fatto nulla?».

Il convegno a Trento

Sabato 26 settembre a Trento, Museo diocesano, il convegno Zygmunt Bauman in dialogo sul futuro (stesso titolo del libro a cura di Riccardo Mazzeo, Mauro Marcantoni e Nina Harriet Saarinen, Pensa Multimedia). Anna Sfard, ospite, è autrice de L’identità dialogica (Pensa Multimedia)

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