Il ricordo di Rino Barillari: “Io e Umberto Pizzi rischiammo la vita per beccare Liz Taylor”
di Viola Giannoli«Sto sotto a un treno. Pizzi era un rivale, un amico, un figlio di buonadonna come me. Ma soprattutto un grande professionista, un fotoreporter vero. Guai a chiamarlo paparazzo: si offendeva a morte». S’incrina pure la voce rocciosa di Rino Barillari, “il king dei paparazzi”, a ricordare di Umberto Pizzi, il compagno di mille lavori, di appostamenti, di inseguimenti notturni e di miti consegnati all’immortalità quando la macchina fotografica era ancora l’unica a riprenderli.
Chi era per lei Pizzi?
«Era l’altra metà del regno. Abbiamo lavorato per anni spalla a spalla. Quando c’eravamo noi era come dire che si accoppiava il meglio che c’era per riuscire a fare un servizio».
Da quanto vi conoscevate?
«Dalla fine degli anni ‘60. Io lavoravo per il Tempo e mi di…
«Sto sotto a un treno. Pizzi era un rivale, un amico, un figlio di buonadonna come me. Ma soprattutto un grande professionista, un fotoreporter vero. Guai a chiamarlo paparazzo: si offendeva a morte». S’incrina pure la voce rocciosa di Rino Barillari, “il king dei paparazzi”, a ricordare di Umberto Pizzi, il compagno di mille lavori, di appostamenti, di inseguimenti notturni e di miti consegnati all’immortalità quando la macchina fotografica era ancora l’unica a riprenderli.
Chi era per lei Pizzi?
«Era l’altra metà del regno. Abbiamo lavorato per anni spalla a spalla. Quando c’eravamo noi era come dire che si accoppiava il meglio che c’era per riuscire a fare un servizio».
Da quanto vi conoscevate?
«Dalla fine degli anni ‘60. Io lavoravo per il Tempo e mi dissero che avevano arrestato un collega. Dovevo provare a fotografarlo e ci siamo riuscito. Lì ci siamo conosciuti e siamo rimasti amici».
E che tipo era Umberto Pizzi?
«Un ragazzo sveglio, parlava inglese meglio di tutti e questo lo aiutava. Aveva grinta, conosceva un sacco di storie. Era un artista, un artigiano della fotografia. E con me è stato sempre leale: mi sono trovato in difficoltà e lui mi ha aiutato anche rischiando la vita. Per me è stato un amico, un concorrente ma fatto della mia stessa pasta».
Avete anche lavorato insieme.
«Ci frequentavamo, il nostro ritrovo era alla taverna Flavia a Roma e poi da lì andavamo a caccia di personaggi in via Condotti, via Frattina, piazza del Popolo. Allora a un certo punto decidemmo, con altri due o tre, di aprire un ufficio in via delle Carrozze, in centro, ma durò poco: stavamo sempre in giro e lavoravamo solo io e lui. C’incontravamo la notte sui fatti più importanti: insieme abbiamo fatto le cose più belle e più difficili».
Un aneddoto?
«Una notte riuscimmo a scovare Aristotele Onassis e Liz Taylor in un locale a via dell’Orso. Ci intrufolammo con un blitz per scattare le foto. Onassis si ribellò e ci rovesciò addosso lo champagne. Noi scappammo ridendo e leccandoci le labbra così bevevamo champagne gratis. Ma non è il solo».
Racconti.
«Per Liz Taylor, che era di gran lunga la sua preferita, rischiammo la vita. La stavamo inseguendo, lei a bordo di un maggiolino con Richard Burton, noi dietro con un’auto che a un certo punto sbandò. Pizzi mi mise una mano sul braccio e mi disse: “A quel paese il servizio, è più importante la vita”».
A volte vi scambiavate le dritte, a volte no. Come capiva che era il caso di seguirlo?
«Quando Pizzi si metteva la cravatta era il segno che c’erano personaggi importanti. Io stavo guardingo per non farmi fregare. Era un lavoro che si faceva con il cervello e con l’intuito».
Quali sono stati gli anni più belli del vostro lavoro?
«La Dolce vita e poi la ribellione giovanile, i sequestri, gli attentati, il terrorismo. Sono stati anni movimentati. Insieme siamo passati dai baci al sangue».
Negli ultimi anni Pizzi si divertiva ancora?
«Dopo l’invasione del digitale nel fotogiornalismo meno, ma con la politica ancora sì: ti metteva ko, era il migliore di tutti. A destra e a sinistra non faceva sconti, cercava la foto giusta e la trovava, quella che non salvava nessuno e così si è meritato il rispetto di chiunque».
Quand’è stata l’ultima volta che vi siete sentiti?
«L’8 febbraio scorso. Mi ha chiamato perché ho compiuto 81 anni. Mi ha detto “Barì, tieni duro”. Non l’ho più visto. E oggi è un pianto. Se n’è andato il numero uno».