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Cinquant’anni di solitudine nel profondo Sud, il nuovo libro di Nicola Lagioia

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Con “Santa Barbara” lo scrittore torna a raccontare la sua Puglia attraverso una saga familiare. Tra vena onirica e avvenimenti storici
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Mentre leggevo Santa Barbara di Nicola Lagioia, pagina dopo pagina sentivo di avere tra le mani un romanzo destinato a restare. Capace di reggere, con voce originale, confronti importanti: Márquez eMorante, per esempio. Più Morante che Ferrante.

La santa del titolo è patrona degli artiglieri, dei minatori e dei vigili del fuoco: decapitata dal padre, vendicata da un fulmine; ecco perché sulle navi la polveriera si chiama santabarbara. Una santa enigmatica e incendiaria, forse mai esistita, tanto che nel 1969 Paolo VI la toglie dal Calendarium Romanum. Dunque perfetta per un romanzo in cui «la memoria, provenga dal passato o dal futuro, è inaffidabile». A Capurso, paese inventato che esiste davvero in provincia di Bari, Santa Barbara legge il cuore delle donne ed esaudisce i loro desideri più efferati. La leggenda racconta che consegna un cuore fiammeggiante a una ragazza prostituita dal padre, e lei lo stringe finché a lui, ai fratelli e al protettore esplode la testa.

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Mentre leggevo Santa Barbara di Nicola Lagioia, pagina dopo pagina sentivo di avere tra le mani un romanzo destinato a restare. Capace di reggere, con voce originale, confronti importanti: Márquez eMorante, per esempio. Più Morante che Ferrante.

La santa del titolo è patrona degli artiglieri, dei minatori e dei vigili del fuoco: decapitata dal padre, vendicata da un fulmine; ecco perché sulle navi la polveriera si chiama santabarbara. Una santa enigmatica e incendiaria, forse mai esistita, tanto che nel 1969 Paolo VI la toglie dal Calendarium Romanum. Dunque perfetta per un romanzo in cui «la memoria, provenga dal passato o dal futuro, è inaffidabile». A Capurso, paese inventato che esiste davvero in provincia di Bari, Santa Barbara legge il cuore delle donne ed esaudisce i loro desideri più efferati. La leggenda racconta che consegna un cuore fiammeggiante a una ragazza prostituita dal padre, e lei lo stringe finché a lui, ai fratelli e al protettore esplode la testa.

Siamo alla fine degli anni Trenta: Nunzia Battista, sedici anni, giudica un buono a nulla il pastore Nicola Epifania, ma resta incinta e lo sposa. Sulle gravine, che sono canyon di campagna, sogna una poltrona di velluto rosso, un coccodrillo impagliato, un collier di diamanti. Nicola parte per la guerra; Nunzia diventa l’amante di un profittatore in affari con le Ss e gli chiede un favore che il libro non rivela; c’è un morto, «la testa spaccata in due». Arriva l’8 settembre, l’amante fugge, a Nunzia rimane il collier del sogno, per la buona e la cattiva sorte. Il dopoguerra è del figlio Domenico, che cade nella Fossa dei macellai e sente una voce che gli parlerà per tutta la vita. Sposa Anna, che è bellissima. Fino a un «pomeriggio che tutti ricordarono». Eccoci alla fine degli anni Settanta, ma la cronologia, ci avvisa l’autore, «è un’ipotesi». Ho detto fin troppo: ci saranno miracoli e vendette. E molti sguardi, per i quali Lagioia ha un talento fisico: lo capirete nel lampo di sospetto negli occhi di Tina davanti al finto pianto di Nunzia per il suocero morto.

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In quarta di copertina c’è Tolstoj: «Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio». È quello che fa Lagioia, uomo e scrittore capace di portare, insieme, le radici e le ali. Leggendo il romanzo ho pensato a ciò che Almodóvar dice del suo cinema: «Tre o quattro donne che parlano hanno per me il significato dell’origine della vita, come pure della finzione e della narrazione». Nelle pagine di Santa Barbara si entra come nella cucina di una casa di paese, con gli odori e le liturgie di un’umanità antica che diventa moderna. Il prezioso collier è il motore degli eventi: sognato, regalato controvoglia, nascosto nella damigiana, indossato nel buio, rubato e venduto per fondare un’azienda, la Ricami del Sud.

Il filo del ricamo mi fa venire in mente un post di Lagioia che ho letto qualche mese fa: «Ho sognato di scrivere un prompt in dialogo con una IA. […] Oltre la terza subordinata, i caratteri digitali uscivano dallo schermo e diventavano una fettuccia di cotone, poi la trama di un ricamo che io dovevo tenere insieme con ago e filo». Un sogno geniale riavvolge il filo dal digitale all’analogico e ne fa un romanzo. «Mio padre produceva corredi», commenta lo scrittore. «Io cucio parole, rivolto frasi senza sosta». Scrivere e tessere sono due tra le attività più antiche del corpo umano, e i corpi, ci ha insegnato Barthes, sono testi abitati da altri testi.

Non è solo questione di trama: c’è una scrittura che nel raccontarla la tesse, la gonfia, la esalta, la disfa, la ricuce. Il flusso continuo della lingua di Santa Barbara cambia impercettibilmente con le epoche che attraversa. Poi c’è il filo invisibile dei sogni, che non sono ornamento, ma struttura.

Un fatto stilistico accresce la grandezza del libro. Nella voce del narratore onnisciente si inserisce inaspettata, abilmente dosata, la prima persona. Ho riletto la pagina stranito da quel microscopico passaggio che mi ha sbattuto con più forza nella storia. Succederà ancora, con Anna e il “noi” delle stiratrici, mentre si fa strada il sospetto che tutto il libro sia sognato da un bambino ancora non nato: Andrea, figlio di Domenico e Anna, classe 1973 (quella di Lagioia), che dal futuro osserva «con l’unico intento di raccontare la scena». Come dice Pina Scatolino, amica di Anna: «Non capisco se a raccontare sono io o la parte di me che lui già sogna, se sono carne o sono fumo, se la voce è mia o no».

Morante, dicevo all’inizio. La Storia di Lagioia ha snodi veloci e ben scelti: l’armistizio del 1943, le elezioni del 1948, Modugno a Sanremo e Morandi alla Fiera del Levante, le pagine collage, senza didascalie, sulla seconda metà degli anni Sessanta (la foto del Che morto, il Vietnam, piazza Fontana), l’Italicus e il referendum sul divorzio. «Sopra le loro teste era sempre risuonata la legge del più forte. […] Questa era la Storia», scrive Lagioia dei contadini di Capurso, che come le formiche «erano sempre lì». Faulkner diceva che il passato non è mai morto, non è nemmeno passato. Lagioia aggiunge che nemmeno il futuro lo è.

Le ultime pagine sono fatte d’infanzia e di miracolo. Gli adulti «falliscono sempre», «ma a volte provano a mettere in salvo un bambino, lo posano su una scialuppa, lo scagliano dall’altra parte delle fiamme affinché il mondo abbia almeno una possibilità di essere rifatto». Questo romanzo è quella scialuppa.

Il libro

Santa Barbara di Nicola Lagioia (Einaudi, pagg. 640, euro 22,50)

Gli appuntamenti

Nicola Lagioia presenta il libro: il 6 ottobre, 18,30, alla Libreria Spazio Sette di Roma, con Donatella Di Pietrantonio; il 10 ottobre, 16,30, a Portici di carta, ( Teatro Regio, Torino) con Martino Gozzi; il 12 a Milano, 18,30, alla Feltrinelli (piazza Piemonte) con Marco Missiroli; il 13, 18,30, al Mast di Bologna

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