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“I figli della mezzanotte” di Salman Rushdie: così il destino unisce 1.001 piccoli indiani

Bella Easton, Craft Museum Entertainers, 2024

 
Ancorato alla storia del Paese e insieme fantastico, il libro uscito nel 1980 e diventato un caso planetario è il trionfo dell’infanzia come ambivalente superpotere
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Saleem Sinai nasce allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947 a Bombay. È il primo bambino che vede la luce mentre l’India sta diventando indipendente. Insieme a lui nascono nel territorio del nuovo Stato altri mille bambini. Popolazione infantile eccezionale, i bebè sono dotati di poteri prodigiosi, tra cui quello di viaggiare nel tempo. Ma Saleem possiede qualcosa in più, poiché è provvisto di un potere telepatico: riesce a convocare nella sua mente tutti i bambini venuti al mondo in quello stesso momento. E cosa significa la telepatia, parola creata da Frederic William Henry Myers nel 1882, se non tèle, “lontano”, e pàtheia, “sentimento”?

Saleem di sentimento ne ha tanto, ma è insieme un inveterato bugiardo, un provocatore di guai multipli e un picaro velleitario. Tutta…

Saleem Sinai nasce allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947 a Bombay. È il primo bambino che vede la luce mentre l’India sta diventando indipendente. Insieme a lui nascono nel territorio del nuovo Stato altri mille bambini. Popolazione infantile eccezionale, i bebè sono dotati di poteri prodigiosi, tra cui quello di viaggiare nel tempo. Ma Saleem possiede qualcosa in più, poiché è provvisto di un potere telepatico: riesce a convocare nella sua mente tutti i bambini venuti al mondo in quello stesso momento. E cosa significa la telepatia, parola creata da Frederic William Henry Myers nel 1882, se non tèle, “lontano”, e pàtheia, “sentimento”?

Saleem di sentimento ne ha tanto, ma è insieme un inveterato bugiardo, un provocatore di guai multipli e un picaro velleitario. Tuttavia possiede la maledetta fortuna d’essere un meraviglioso narratore di storie, che riguardano la sua famiglia, dunque sé stesso, oltre che l’immenso e popoloso Paese che gli inglesi abbandonano al suo destino proprio mentre lui nasce. E segnato pure dalla fondazione di un altro Stato, una nazione musulmana che all’epoca era separata in due parti distanti tra loro migliaia di chilometri: il Pakistan.

Saleem, ora trentenne, è il portentoso affabulatore de I figli della mezzanotte, il secondo e sorprendente romanzo di Salman Rushdie, uscito nel 1980, e diventato in breve un successo mondiale, svecchiando di colpo la letteratura postcoloniale. Mary Pereira, la bambinaia di Saleem, cullandolo gli canta un fatale ritornello: «Quel che vuoi essere, tu puoi esserlo; puoi proprio essere ciò che vuoi». Sarà lei, instillando uno smodato senso di sé nella creatura ed effettuando un ferale cambio di culle, a determinarne il futuro oltre che il passato. A un tempo fiabesco come Le mille e una notte, grottesco come il suo modello, Il tamburo di latta, effervescente come ilTristram Shandy di Sterne, questo libro mescola con risultati inattesi la mitologia indiana e il romanzo postmoderno maturato in America negli anni Sessanta e Settanta. Saleem racconta la propria storia alla paffuta Padma, ispiratrice e donna amata, e intanto si rivolge direttamente ai suoi lettori, come se fosse la voce fuori campo d’un film o l’attore principale di una commedia melodrammatica.

Tutto comincia nel 1915 in Kashmir con il dottor Aziz, nonno del narratore, capace di prevedere i pericoli attraverso il prurito al naso, sino ad arrivare al 1975, anno in cui l’anima nera della storia, Indira Gandhi, proclama l’Emergenza, assumendo i pieni poteri in India. Saleem possiede poteri soprannaturali che gli consentono d’entrare nelle vite del suo parentado, dei vicini e dei potenti dell’epoca, grazie a un naso che goccia: una proboscide alla Ganesh, il dio dalla testa d’elefante. Attingendo alla mitologia induista, Rushdie, cresciuto in una famiglia musulmana, con studi in Gran Bretagna — il libro è scritto in inglese –, immette nel romanzo qualcosa di ibrido.

Come ogni protagonista magico che si rispetti, Saleem ha un’ascendenza plurima, possiede infatti tre padri - un inglese, un musicista di strada, un imprenditore indiano - e due madri. E una terza, la più fedele di tutte: la sua tata. Il corpo del narratore è il luogo dove si riscrive la storia dell’India: gli cade a pezzi, lo confessa apertamente proprio all’inizio del libro, come lo stesso ex dominio coloniale britannico. Lui stesso subisce mutilazioni, oltre a una nefasta operazione al naso, che lo porterà alla fine a perdere i suoi amati poteri telepatici.

Anche questa fiaba poi ha i suoi necessari oggetti magici: un lenzuolo perforato, una sputacchiera d’argento, saliere e pepiere, cartelloni pubblicitari, ceste per il bucato e vasetti per la salamoia. Le decine e decine di personaggi che sfilano nel libro sono tutti memorabili, con Saleem narratore incontenibile che gareggia con Sharazad a distanza di secoli. La struttura del racconto è quella di un film per metà hollywoodiano e per metà bollywoodiano, con continui flashback, agnizioni, ritorni all’indietro e accelerazioni improvvise, cambi di passo e focalizzazioni su dettagli. Le descrizioni riguardano le vicende del passato, i vari personaggi piuttosto che i paesaggi. Anche il duetto del protagonista con Padma, che lo critica e smentisce di continuo, sbugiardandolo, funziona da relè, rilanciando attraverso il loro contrasto l’attrito tra Saleem e il mondo circostante. È un personaggio ambiguo: né buono né cattivo, ma necessario. E, a differenza di tutti i bambini magici che l’hanno preceduto, è la prima incarnazione del bambino magico migrante. Saleem appare consapevole della propria estraneità nel mondo e al tempo stesso non accetta fino in fondo la propria diversità. Non sa dove stare, perché, mentre racconta la sua storia, si rende conto di essere uno sradicato.

Salman Rushdie ha spiegato bene tutto questo, scrivendo in un articolo - raccolto inPatrie immaginarie (1991) di Günter Grass - dei suoi tre sradicamenti: la perdita delle radici, la perdita linguistica, la perdita dell’identità sociale. Naturalmente Rushdie parla anche di sé. Il giovane Salman, trasferitosi in Gran Bretagna per studiare, si sentì ben presto uno straniero: aveva perso la sua Bombay, la società di cui era parte e la sua lingua.

Un emigrato di lusso, occorre dire, dal grande successo letterario ed economico. Che tuttavia, come sappiamo, ha pagato a caro prezzo. Certamente il suo personaggio, Saleem Sinai, appartiene a una nuova categoria di bambini magici, quelli che ora «attraversano i confini del sé e viaggiano nel Tempo», al fine di passare da un’epoca all’altra. Consci che la storia umana, per quanto ingannevole e altamente falsificabile, come dimostra il suo autore, non è un eterno ritorno, non è l’infinita ripetizione del già accaduto, ma qualcosa di possibile, d’inatteso e d’imprevedibile.

Questa è l’ultima puntata della serie “Bambini magici” in cui Marco Belpoliti ci ha raccontato i giovanissimi personaggi che, tra letteratura e cronaca, popolano l’immaginario. Mostrando l’evoluzione del nostro sguardo sull’infanzia. Gli articoli precedenti sono usciti: il 19 e il 30 luglio; il 20 agosto; il 4 e il 22 settembre

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