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La Buchmesse cambia meno affari, più idee

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La fiera libraria più grande al mondo chiude con 236 mila presenze. E si interroga sull’IA
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FRANCOFORTE. Da quando gli affari si fanno soprattutto online, la Buchmesse di Francoforte sta cambiando faccia: più dibattiti, più idee. Forse anche meno feste, ma con quello che sta accadendo nel mondo è pure normale. La fiera editoriale rimane comunque la più grande al mondo: quest’anno ha accolto 236 mila visitatori da 137 Paesi, tra cui 119 mila operatori professionali e 117 mila del pubblico. Più o meno gli stessi numeri della scorsa edizione.

La moltiplicazione dei palchi dove si dibatteva di intelligenza artificiale ha fotografato lo spirito dei tempi. Come possono difendersi i libri dalle Big Tech? Lo spauracchio vero è il saccheggio del pensiero. Dalla Buchmesse è partito un appello firmato da 140 editori per chiedere alle società AI di dichiarare quali opere sono state usate per il training.

FRANCOFORTE. Da quando gli affari si fanno soprattutto online, la Buchmesse di Francoforte sta cambiando faccia: più dibattiti, più idee. Forse anche meno feste, ma con quello che sta accadendo nel mondo è pure normale. La fiera editoriale rimane comunque la più grande al mondo: quest’anno ha accolto 236 mila visitatori da 137 Paesi, tra cui 119 mila operatori professionali e 117 mila del pubblico. Più o meno gli stessi numeri della scorsa edizione.

La moltiplicazione dei palchi dove si dibatteva di intelligenza artificiale ha fotografato lo spirito dei tempi. Come possono difendersi i libri dalle Big Tech? Lo spauracchio vero è il saccheggio del pensiero. Dalla Buchmesse è partito un appello firmato da 140 editori per chiedere alle società AI di dichiarare quali opere sono state usate per il training.

In una serie di interviste Repubblica ha cercato di fare il punto interpellando i protagonisti dell’editoria mondiale. L’editore americano Morgan Entrekin ha raccontato che la sua casa editrice, la mitica Grove Atlantic, ha inserito una clausola contrattuale in cui l’autore dichiara di non aver scritto la sua opera usando l’IA. Apprezzabile fiducia nella sincerità dell’essere umano, molto anglosassone. Nigel Newton, fondatore della britannica Bloomsbury, ha ammesso di aver siglato un accordo con Google per le attività di backoffice. In Italia tre case editrici su quattro hanno rivelato all’Associazione italiana editori di usare l’intelligenza artificiale nel lavoro redazionale e di editing. Ma è solo la punta dell’iceberg. Il paradosso rischia di essere quello evidenziato da Jill Lepore. Che l’IA diventi una nuova fede. Una fede che non ha più bisogno di noi, che cancella ciò che è umano. Se così sarà non servirà andare su Marte come auspica Elon Musk. Marte è già qui. Ma se la Buchmesse mette in campo ancora i corpi, allora forse c’è spazio per resistere.

La conclusione è stata emozionante. Il premio della pace degli editori e librai tedeschi a Philippe Sands ha ricordato come i libri nutrano le democrazie. Durante la cerimonia di ieri nella chiesa sconsacrata di San Paolo, Sands ha scelto di dire alla platea, tedesca perlopiù, una cosa forte: «La Germania ha denunciato e contrastato numerosi orrori: quelli contro gli yazidi e gli uiguri, dalla Siria all’Iran, dal Myanmar al Sudan e all’Ucraina. Eppure, quando si tratta di Israele, Gaza e Cisgiordania, il silenzio tedesco è stato assordante». Anche a questo servono i libri: a rompere il silenzio.

Anne Carson, che ha da poco vinto il Nobel per la letteratura, non è venuta alla Buchmesse. Ha preferito rimanere in Islanda ad ascoltare il vento. I suoi libri in fiera non si trovavano, sarebbe rimasta male forse. O forse no, chi è devoto ad Omero e al vento si preoccupa poco di queste cose. Circola in rete un suo video eccezionale, cercatelo. Lo ha ripubblicato la London Review of Books. Carson indossa i guantoni da boxe. Racconta di allenarsi tre volte a settimana. Spiega che è facile infilarsi il primo guanto da soli, ma per il secondo c’è bisogno di un aiuto. Fantastica. Gli altri sono indispensabili, anche su Marte.

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