James Kenneth Galbraith: “Cara Europa la strada non sono le armi così stai sbagliando tutto”
di Eugenio OccorsioJames K. Galbraith (Photo by Stanislav Krasilnikov\TASS via Getty Images)
«Sono cortocircuiti della storia: Trump ha fatto chiudere il Kennedy Center. Pensi che John Fitzgerald Kennedy era il discendente di una delle famiglie più ricche d’America, eppure è stato colui che più si è battuto per i diritti dei neri e delle minoranze. Anche Trump è ricchissimo, solo che immigrati e minoranze sono i suoi nemici. Quando mai potevano figurare appaiati i loro nomi sulla facciata?». James Kenneth Galbraith conosce bene tutti i protagonisti di questa storia: suo padre, considerato uno dei maggiori economisti del XX secolo, era il più stretto collaboratore di John Kennedy. Anche Galbraith junior, 74 anni portati garibaldinamente, è un economista, docente alla University of Texas, oltre che membro di diverse commissioni Onu che si occupano delle disuguaglianze, una delle quali si riunisce in questi giorni a Roma, «finché Trump ci permetterà di tenerla in piedi, l’Onu», sorride mentre mangia pasta alla gricia nello splendido sole di Trastevere. Galbraith firma la prefazi…
«Sono cortocircuiti della storia: Trump ha fatto chiudere il Kennedy Center. Pensi che John Fitzgerald Kennedy era il discendente di una delle famiglie più ricche d’America, eppure è stato colui che più si è battuto per i diritti dei neri e delle minoranze. Anche Trump è ricchissimo, solo che immigrati e minoranze sono i suoi nemici. Quando mai potevano figurare appaiati i loro nomi sulla facciata?». James Kenneth Galbraith conosce bene tutti i protagonisti di questa storia: suo padre, considerato uno dei maggiori economisti del XX secolo, era il più stretto collaboratore di John Kennedy. Anche Galbraith junior, 74 anni portati garibaldinamente, è un economista, docente alla University of Texas, oltre che membro di diverse commissioni Onu che si occupano delle disuguaglianze, una delle quali si riunisce in questi giorni a Roma, «finché Trump ci permetterà di tenerla in piedi, l’Onu», sorride mentre mangia pasta alla gricia nello splendido sole di Trastevere. Galbraith firma la prefazione di Se l’Europa va alla guerra (a cura di Mario Pianta , il volume si presenta oggi, ore 18, alla facoltà di Economia della Sapienza di Roma) con un messaggio incontrovertibile: la politica europea di riarmo è un errore.
Perché? È innegabile che fossimo rimasti indietro...
«Non è questo il modo di recuperare, anche perché una vera strategia comune deve ancora essere elaborata. Inoltre, nei conflitti militari la tecnologia ha spostato il vantaggio a favore della difesa in Cina, Russia, Usa, in modo irreversibile. L’Europa non può più approntare difese adeguate. Le guerre in Ucraina e in Iran, insieme all’evoluzione militare della Cina, dimostrano che le operazioni offensive su larga scala appartengono al passato. I carri armati sono diventati bersagli. Le portaerei possono affondare. Gli aerei non possono volare contro un avversario di pari livello, i velivoli che li riforniscono sono vulnerabili e le basi sono bersagli facili. Le nuove tecnologie della guerra digitale – droni, missili balistici tattici, moduli di pianificazione universale – trasformano vecchie bombe in munizioni a guida di precisione. Senza contare le armi nucleari e i missili ipersonici. Infine, c’è l’aspetto energetico: l’Europa, ennesimo segnale di ritardo, non ha riserve petrolifere degne di una guerra».
Come utilizzare i maxi-bilanci in via di approntamento?
«Me lo chiede? Scuole, ospedali, servizi sociali, infrastrutture, riassetto idrogeologico. Tutte cose per le quali in America c’è molta meno sensibilità».
Negli Usa qual è il vero sentimento verso Trump e le sue trovate: Venezuela, il Canada, la Groenlandia?
«Il nostro Paese è cresciuto per fusioni e acquisizioni: la Louisiana dai francesi, l’Alaska dai russi...Non mi stupirei di nulla».
Trump perderà le midterm? La guerra con l’Iran influirà?
«Credo di no. La guerra? Certo, è impopolare ma al contrario della maggior parte degli economisti, penso che gli americani non siano pregiudizialmente contrari alla guerra, una situazione peraltro che perdura fin dagli anni Quaranta. Certo, stavolta è dura perché stanno combattendo un conflitto, quello in Iran, già perso. Gli iraniani hanno già vinto perché è impossibile rovesciare il regime: eppure gli americani non sembrano dare grande attenzione alla cosa, forse perché è una guerra lontana. Certo, aspettiamo altri sei mesi di crescita dei prezzi dei combustibili e dei generi alimentari, e qualcosa forse accadrà».
Paura dell’isolamento?
«L’America non ha paura, non ha mai avuto paura di niente. Anzi, solo una volta ha tremato, l’11 settembre. Ma è passata presto. Fra sei mesi le elezioni di metà mandato saranno passate, si penserà a quelle del 2028. Anzi è tempo che ci pensi anche l’opposizione, mettendo in campo candidature serie e personaggi carismatici: o si pensa che Ocasio-Cortez avrà una sorte diversa da Kamala Harris? Significa consegnare il dopo Trump a JD Vance. O a qualcuno di ancora peggiore».
Il libro – Se l’Europa va alla guerra a cura di Mario Planta, prefazione di James K. Galbraith (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli euro 21)