Josiah Ober: “Per salvare la democrazia ristudiamo Atene”
di Beniamino PagliaroJosiah Ober
Lo sguardo di Josiah Ober ha il privilegio del tempo: di fronte a pulsioni, crisi, squilibri, oppone la forza tranquilla della storia. Quella a cui ha dedicato una vita di studi, essendo, a 73 anni, uno dei maggiori esperti al mondo di democrazia ateniese, per questo scelto nel 2025 dal Premio Balzan per le Scienze dell’antichità. Lo studioso americano, cattedra in lettere classiche e scienze politiche a Stanford, ha iniziato ieri un piccolo tour in cinque università italiane per dialogare con gli studenti di democrazia, conoscenza, e di uno dei nodi del suo lavoro, il rapporto complicato ma necessario tra massa ed élite. Nel mondo del 2026 non mancano gli incidenti sul percorso, ma la prevalenza del modello democratico, dei suoi principi cardine, è ancora evidente, dice Ober rispondendo alle domande di Repubblica.
Professore, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio della democrazia, dall’Atene antica a oggi. Che cosa l’ha avvicinata al tema e quale domanda continua a g…
Lo sguardo di Josiah Ober ha il privilegio del tempo: di fronte a pulsioni, crisi, squilibri, oppone la forza tranquilla della storia. Quella a cui ha dedicato una vita di studi, essendo, a 73 anni, uno dei maggiori esperti al mondo di democrazia ateniese, per questo scelto nel 2025 dal Premio Balzan per le Scienze dell’antichità. Lo studioso americano, cattedra in lettere classiche e scienze politiche a Stanford, ha iniziato ieri un piccolo tour in cinque università italiane per dialogare con gli studenti di democrazia, conoscenza, e di uno dei nodi del suo lavoro, il rapporto complicato ma necessario tra massa ed élite. Nel mondo del 2026 non mancano gli incidenti sul percorso, ma la prevalenza del modello democratico, dei suoi principi cardine, è ancora evidente, dice Ober rispondendo alle domande di Repubblica.
Professore, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio della democrazia, dall’Atene antica a oggi. Che cosa l’ha avvicinata al tema e quale domanda continua a guidarla?
«Durante il dottorato, il mio relatore mi disse che il problema delle città-stato greche non era perché non fossero durate per sempre, ma perché fossero durate più di venti minuti. Era una battuta, ma la presi sul serio: mi interessavano le istituzioni democratiche. Atene aveva elaborato soluzioni a problemi profondi di azione collettiva: fare cose insieme in modo relativamente pacifico e produttivo. Mi sono chiesto come funzionassero e perché fosse così difficile mantenere società democratiche quando diventano più grandi».
L’esperienza dell’antica Atene può ancora insegnarci qualcosa?
«Sì, perché la democrazia, come ogni regime, attraversa crisi: non è certo una storia lineare. Una crisi può portare a un regime autocratico o tirannico, ma non significa necessariamente la fine della democrazia. Se siamo in grado di superare la crisi, i cittadini possono imparare, cambiare le istituzioni e migliorare il sistema. Oggi molti temono che la crisi significhi la fine, ma io penso invece che possa essere un’occasione per imparare e passare a una fase migliore, non per concludere che tutto crolla e non c’è speranza».
Uno dei suoi temi di ricerca tocca la capacità della democrazia di usare la conoscenza dei cittadini comuni. È possibile anche oggi?
«Pensiamo a un’organizzazione con qualche centinaio di persone. Se il capo decide tutto e dà ordini, il sistema è limitato a ciò che sa lui e chi gli sta vicino. Queste persone possono dirgli che è molto bravo per conservare il posto. È il problema di re, dittatori e oligarchi: vivono in una bolla e non sanno abbastanza di ciò che succede nel mondo. Nella Cina di Mao, per esempio, ci fu una carestia terribile anche perché Mao stesso era isolato da ciò che accadeva nelle campagne e si decideva per compiacerlo. In un’organizzazione democratica, invece, persone a ogni livello possono comunicare ciò che sanno e la loro esperienza. Se il sistema funziona, chi governa ascolta i cittadini comuni. Servono buone istituzioni, capaci di raccogliere e filtrare le informazioni. Così il sistema dispone di più conoscenze per risolvere problemi difficili. Ecco come una democrazia, pur sembrando inefficiente, può fare meglio di una struttura gerarchica».
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Il suo ragionamento sui vertici isolati e sui troppi yes men forieri di sole buone notizie fa pensare alla Casa Bianca. Questo può aiutarci a capire la crisi nel consenso di Donald Trump?
«Sì. Studiare un sistema antico aiuta a elaborare una teoria generale: l’amministrazione Trump va male perché si isola dai cittadini, non necessariamente per il carattere o l’ignoranza di Trump. Più un sistema è autocratico, più è probabile che produca risultati catastrofici».
Si può essere ottimisti sugli Stati Uniti? A pochi giorni dalle elezioni di midterm, senza chiederle certo di fare il sondaggista, lei è ottimista sul suo Paese?
«Io dico spesso che sono ottimista il martedì, giovedì e sabato; preoccupato il lunedì, mercoledì e venerdì, agnostico la domenica. Ma nel complesso sì. Penso che l’America sia ancora una democrazia: Trump non correrebbe disperatamente per il Paese a tenere comizi se non fosse preoccupato per l’esito delle elezioni. Putin non deve certo preoccuparsene. Le recenti follie della Casa Bianca possono aver spinto molti americani, anche repubblicani, a dire: “Non va bene, serve un vero cambiamento”. Ma la democrazia può cambiare le cose, a differenza dei sistemi autocratici».
In Europa e anche in Italia, alle manifestazioni pacifiche per il diritto alla casa o per la precarietà del lavoro si sono affiancate violenze di gruppi piccoli ma rumorosi. Che cosa rivela questa violenza sul rapporto tra protesta popolare e istituzioni democratiche?
«È una questione complessa: non sappiamo chi sia responsabile delle violenze in Francia, Spagna o a Milano. Protestare, presentare petizioni e manifestare rabbia contro il sistema è salutare: così i cittadini dicono ai rappresentanti eletti che qualcosa non va. Ma qualcuno può approfittarne».
Chi ne trae un vantaggio?
«Gli estremisti di destra e di sinistra vogliono la fine della democrazia e la dittatura della propria parte. E potrebbero esserci anche persone sostenute da potenze nemiche della democrazia. È difficile capire cosa accada quando manifestazioni pacifiche si accompagnano a incendi e distruzioni, ma temo l’opportunismo di chi vuole abbattere il sistema democratico».
A Milano e Torino alcuni dei giovani coinvolti nelle violenze sono giovanissimi, 12 o 13 anni. È legittimo dubitare che sappiano davvero che cosa stanno facendo?
«Sì, certo. Molto del mio lavoro recente riguarda l’educazione dei cittadini. Negli ultimi trenta o quarant’anni, in Europa e negli Stati Uniti, abbiamo fallito: non insegniamo ai giovani perché preferire la democrazia all’autocrazia, né quanto sia difficile farla funzionare. Sono frustrati, ma non capiscono le conseguenze della distruzione del sistema».
Una parte rilevante del suo lavoro si è concentrata sul rapporto tra élite e cittadini. Sembra che chi protesta dica: «Ma io che cosa ci guadagno? Perché non dovrei essere arrabbiato». E l’educazione, certo, è una risposta, ma richiede tempo.
«È una soluzione, ma solo nel lungo periodo. Oggi c’è un vero problema di comunicazione tra élite e cittadini comuni. Alcuni super ricchi si sono allontanati: non amano la democrazia, la considerano un vincolo e finiscono per sostenere gli elementi peggiori della società. Dobbiamo ricreare un modo di comunicare e un sistema educativo che spieghi come funziona la democrazia e quanto peggiore sia l’alternativa. Non so dire se accadrà in fretta, e spero di non vivere una catastrofe, ma credo che la democrazia possa rinascere anche dopo periodi catastrofici».