Viaggio alla ricerca dell’empatia perduta
di -Un po’ come quando, usciti da due ore e mezza di cinema d’azione e lasciando la poltrona, viene la sensazione di doversi coprire le spalle, guardinghi come spie, anche uscire dalla lettura dell’ultimo libro di Mario Calabresi può provocare la pericolosa illusione di guardare con fiducia alle cose di questo mondo complicato. Non è buonismo, va detto subito, perché tra le pagine de Le voci degli altri (Mondadori) incontriamo sofferenze, fatiche, dolore, lutti, storie e Storia. Ma la fiducia nel domani, o almeno nel tentativo di immaginarlo, è la linea che tiene assieme i racconti degli otto capitoli. L’unico altro collante è Calabresi stesso: la sua vita, la sua storia, e il suo mestiere.
E così è bene chiarire cos’è e anche cosa invece non è questo libro, ora che l’autore, a pochi giorni dall’uscita, ha annunciato che si candida a sindaco di Milano. Il libro non è un programma elettorale per la città, non è un curriculum politico, né un bilancio dell’esperienza da imprenditore dei pod…
Un po’ come quando, usciti da due ore e mezza di cinema d’azione e lasciando la poltrona, viene la sensazione di doversi coprire le spalle, guardinghi come spie, anche uscire dalla lettura dell’ultimo libro di Mario Calabresi può provocare la pericolosa illusione di guardare con fiducia alle cose di questo mondo complicato. Non è buonismo, va detto subito, perché tra le pagine de Le voci degli altri (Mondadori) incontriamo sofferenze, fatiche, dolore, lutti, storie e Storia. Ma la fiducia nel domani, o almeno nel tentativo di immaginarlo, è la linea che tiene assieme i racconti degli otto capitoli. L’unico altro collante è Calabresi stesso: la sua vita, la sua storia, e il suo mestiere.
E così è bene chiarire cos’è e anche cosa invece non è questo libro, ora che l’autore, a pochi giorni dall’uscita, ha annunciato che si candida a sindaco di Milano. Il libro non è un programma elettorale per la città, non è un curriculum politico, né un bilancio dell’esperienza da imprenditore dei podcast, nonostante la forma d’onda che c’è in copertina. Una voce può infatti essere persino muta: più che le voci qui conta la ricerca dell’altro, il diverso, quello che appare un nemico, così distante e così in verità vicino.
Il lavoro di Calabresi nasce come un’inchiesta sull’empatia in una fase storica in cui ogni argomento del quotidiano sembra volerci convincere che la coperta è corta, che le risorse scarseggiano, figurarsi se c’è spazio per l’altro. La risposta più banale, spesso la più rapida da digitare, è una difesa dei diritti acquisiti, muri contro le pretese altrui, dalla scuola in cui mandare i figli al degrado di un quartiere. Di fronte alla faciloneria con cui una certa sinistra ha provato a dribblare la complessità in nome dell’inclusione, c’è stata persino una rivendicazione forse non così ragionata ma decisamente fiera: Elon Musk sostiene infatti che l’empatia sia «la debolezza fondamentale della civiltà occidentale», come ricorda l’autore. È una tesi che rivendica spazio, ma che in verità si scontra con limiti sia ideali che concreti. Poche pagine dopo, Calabresi elenca alcune delle conseguenze della fine improvvisa dei programmi di Usaid. Se a Washington un uomo decide la fine degli aiuti, a Rumbek, nel Sud Sudan, un bambino con la febbre non può essere curato. Una madre deve fare un cesareo senza anestesia. Un’ambulanza è ferma perché non c’è più il gasolio. È troppo semplicistico collegare causa ed effetto? Però è vero, e la verità, alla fine, conta. «Se il grande non ci parla, allora proviamo ad ascoltare il piccolo. A riconoscere i segni», dice Calabresi.
La ricerca delle voci degli altri diventa una lente sul mondo: due ragazze che vorrebbero notizie sul padre scomparso. Una famiglia senza verità per decenni su un attentato dell’Eta. Ancora, il coraggio del ragazzo accoltellato a Milano per pochi euro che abbraccia i suoi aggressori in tribunale. O il lavoro impervio del cardinale Pizzaballa, consapevole che entrambi i suoi interlocutori - israeliani e palestinesi - difficilmente lo capiranno: «Vorrebbero partecipazione totale al loro dolore; se cerco di fare qualcosa per l’altro, è come se tradissi». La strada delle incoerenze, del compromesso, delle sfumature, non andrà di moda ma è anche l’unica ragionevole.
Contano le storie, ma conta anche il metodo, il mestiere di ascolto e curiosità, che è la cifra del lavoro di Calabresi, che da un appunto o un numero di telefono scopre una fortuna da raccontare. Avendo fatto i conti con la sua, di storia, Calabresi riesce a essere larger than life e sinuoso al tempo stesso. Così quando in una casa a San Siro, a Milano, incrocia per caso una persona che gli cita “Pino” Giuseppe Pinelli e il “quartiere sconvolto” dopo la morte dell’uomo, Calabresi non devia, non omette. Bastano poche sillabe. «Si ferma, ci guardiamo un attimo». La vita continua, la storia continua. Nella biblioteca della sua scuola elementare, Calabresi ricorda i pomeriggi con Topolino, poi la scoperta di Robinson Crusoe: «Lo rileggevo in continuazione, incantato dalla capacità di quell’uomo di cavarsela su un’isola deserta dopo il naufragio. Era come mi sentivo io dopo la morte di mio padre: un naufrago».
La consecutio temporum non lascia dubbi rispetto all’ipotesi che la candidatura a sindaco fosse precedente alla scrittura di questo libro. Nasce prima il libro, ma si può quasi intuire che la cura messa su queste storie, su queste persone, spesso proprio a Milano, la sua città, abbia finito per coltivare le ambizioni del percorso immaginato ora, dove l’ascolto è merce rara: forse non la chiave per la vittoria, ma l’inizio di ogni possibilità.
IL LIBRO
Le voci degli altri di Mario Calabresi, Mondadori, pagg. 156, euro 18,50