Per tutti noi, comuni mortali, Donald scese in campo per le Presidenziali il 16 giugno del 2015. E si noti che stavolta il verbo scendere è più che mai calzante, perché quel giorno egli convocò i giornalisti nell’atrio della Trump Tower e su una musica travolgente comparve in alto, sopra tutti, realmente scendendo fra di loro su una scala mobile, come una divinità incarnata. Con questa coreografia ebbe inizio l’imprevedibile capitolo della sua vita da settantenne, capitolo intitolato con l’ormai celeberrimo slogan “Make America Great Again” che in realtà è copiato. A inventarselo fu Ronald Reagan, fra il 1979 e il 1980, con l’aggiunta però di un “Let’s” iniziale che rendeva il motto un’appassionata missione collettiva più che quel trumpiano imperativo all’elettore, da realizzarsi ovviamente con la preferenza al “migliore candidato che Dio abbia mai creato” (testualmente, parole sue). Ma facciamo un passo indietro.
A dire il vero, le smanie presidenziali di The Donald erano iniziate mo…
Per tutti noi, comuni mortali, Donald scese in campo per le Presidenziali il 16 giugno del 2015. E si noti che stavolta il verbo scendere è più che mai calzante, perché quel giorno egli convocò i giornalisti nell’atrio della Trump Tower e su una musica travolgente comparve in alto, sopra tutti, realmente scendendo fra di loro su una scala mobile, come una divinità incarnata. Con questa coreografia ebbe inizio l’imprevedibile capitolo della sua vita da settantenne, capitolo intitolato con l’ormai celeberrimo slogan “Make America Great Again” che in realtà è copiato. A inventarselo fu Ronald Reagan, fra il 1979 e il 1980, con l’aggiunta però di un “Let’s” iniziale che rendeva il motto un’appassionata missione collettiva più che quel trumpiano imperativo all’elettore, da realizzarsi ovviamente con la preferenza al “migliore candidato che Dio abbia mai creato” (testualmente, parole sue). Ma facciamo un passo indietro.
A dire il vero, le smanie presidenziali di The Donald erano iniziate molto prima di quella teofania, come certifica il deposito ufficiale proprio del suddetto slogan, di cui egli si assicurò l’esclusiva cinque anni in anticipo sul fatidico annuncio. Era il 2012, e il nome di Trump era già emerso, nei rumors, come uno dei possibili avversari alla riconferma di Obama, solo che i sondaggi non gli assicuravano il tripudio e preferì lasciare la partita. Strano.
All’apparenza era una rinuncia, intollerabile per un asso come lui, ma alla prova dei fatti quel passo indietro si rivelò un vero colpo da maestro: corroborato dalla linfa del successo televisivo, Trump aveva intuito – prima e più di chiunque altro – che la fucina dei social ingenerava ormai una nuova forma di mitologia, una sacralizzazione dal basso cementata dai like e dal tifo irrazionale di milioni di follower che anche in politica reclamavano condottieri dal profilo ultra-pop, più simili a divi che a uomini di Stato. Bene, questi requisiti Obama li possedeva, innegabilmente, era in questo senso un Trump ribaltato, la traduzione in essere umano di valori, idee, principi e soprattutto desideri di legioni di elettori che in lui e nella sua storia riponevano la propria, mentre Donald sentiva di poter sintetizzare in sé, con analoga forza narrativa, l’opposto versante delle paure sociali, della rabbia identitaria, della frustrazione e della sete di riscatto.
Su sponde antitetiche, i due erano comunque le facce del nuovo contest di una politica d’assalto che ora correva sugli schermi degli smartphone, rimbalzando fra i link, i post, i tweet e i video di Youtube: due fuoriclasse troppo potenti per scontrarsi direttamente. In attesa quindi che Obama terminasse i suoi mandati, si prestassero pure alla mattanza i Mitt Romney e i Rick Santorum, espressioni di quella politica novecentesca di cui Donald si pregustava giustiziere al giro successivo, quando finalmente il match sarebbe stato il suo contro i relitti di una classe dirigente preistorica.
È in questo costrutto che si può cogliere il capolavoro mediatico di un uomo che in tarda età riesce a imporsi come figlio dei tempi, alfiere della contemporaneità, e come tale ingaggia una battaglia frontale al passato, non soltanto massacrando come un caterpillar promettenti governatori ben più giovani di lui, ma perfino dichiarando di essere superiore a Abramo Lincoln «che non aveva i miei voti e non seppe usare la diplomazia».
A tutto ciò si aggiunga che gli otto anni della presidenza Obama, dal 2009 al 2017, furono una gestazione fondamentale per plasmare e affinare il vangelo politico di Donald, per assurdo commisurato a quello del predecessore come un calco inverso. Per usare la definizione di Oprah Winfrey, Obama era stato infatti l’avverarsi dei sogni più inattuabili del popolo democrat, che in lui trovò - dopo il clamore di un afroamericano alla Casa Bianca (per l’appunto White…) – svolte epocali sui diritti degli omosessuali, sulle politiche ambientali, sul welfare, senza considerare l’orgoglio di un presidente che riceve il Premio Nobel per la Pace. Per paradosso, tutti questi traguardi innescarono il progetto di una analoga riscossa per l’ultra-destra, i cui obiettivi più radicali e repressi diventarono per la prima volta esplicite promesse di un programma politico, con l’effetto a catena per cui contenuti e toni del candidato Trump destavano sempre più scandalo ad ogni sua uscita, aumentandone esponenzialmente la popolarità e la fama di dinamitardo del politically correct.
Nel disperato tentativo di sottrargli la nomination, i repubblicani arrivarono addirittura a contrapporgli il senatore Ted Cruz, estremista texano noto fra le altre cose per essere uno sfegatato sponsor dell’iniezione letale, per aver implorato di bombardare senza pietà gli Stati islamici e soprattutto per aver proposto di far entrare negli Usa solo immigrati di fede cristiana. Il risultato fu uno scontro quotidiano fra mastini da combattimento, i cui strali aizzavano online reggimenti interi di supporter, con gli editorialisti costretti a inorridire per sortite sempre più agghiaccianti come quella di un parco-safari lungo il confine, con premi in dollari per chi azzeccasse la mira su un clandestino messicano. Un festival dei decibel, peraltro completamente inutile, perché il derby era destinato ad essere comunque stravinto dall’eroe miliardario della tv, che un pezzo dopo l’altro cannoneggiava riti, liturgie e linguaggi dell’odiatissimo apparato (tanto più se dall’altra parte le primarie democratiche gli promettevano un ring con l’immarcescibile Hillary Clinton). Era il punto d’arrivo di un crescendo incontenibile, dove ormai i livelli erano stati abilmente confusi rendendo impossibile distinguere la persona Donald dal personaggio Trump, l’icona dal marchio, il mito dal brand, la realtà dal reality, lo show dalla politica, e infine la fantasia dalla verità, con l’aggravante che la mistificazione è in fondo legittimata dalla natura semidivina del suo aedo.
Nel pieno della campagna elettorale, ci sarà quindi spazio per fake news letteralmente incredibili, come il tragico Pizzagate che denunciava tratte di minori venduti nei retrobottega di certe pizzerie con l’avallo del Partito democratico. Rilanciata e diffusa sul web dalla galassia dell’ultradestra trumpiana, la leggenda crebbe fino a che un attivista ventottenne si presentò sul serio in uno dei locali in questione, a Washington, aprendo il fuoco con un fucile d’assalto «per vendicare i bambini».
Né più né meno il prezzo di questa pericolosa commistione fra fiction, cronaca, dramma e farsa, i cui fili stanno nelle mani del sommo burattinaio che veglia sornione dall’alto del suo attico, fiero di un’immunità che gli deriva, più che dalle leggi, dal suo status di protettore magnanimo della tribù. Egli è un padre padrone a cui si perdona tutto, comprese le intemperanze, gli eccessi, gli errori e le licenze più arbitrarie e intollerabili, ma poi alla fine chissà se sarà vero o farà parte della sceneggiatura.
A proposito: il copione riporta che il 9 novembre 2016 Donald stravinse le elezioni, e diventò Presidente. Da lì in poi, il film lo conoscete e stanno per girarne un seguito, intitolato “Donald 2, Ritorno alla Casa Bianca”. Speriamo non sia un dramma.
8. Fine