Considerando che è persino la vigilia dell'8 settembre, data perlomeno scabrosa della memoria storica nazionale, e ripensando a quali nelle ultime settimane sono state le notizie dominanti (ma adesso per anglofilia si ama chiamarle «storie») tocca concludere così: siamo un Paese che si trova a fare i conti almeno parziali con sé stesso non durante le elezioni, non sui libri, né in alcun altro momento e luogo che inviti alla riflessione e la favorisca, ma soltanto quando muore un'altra delle sue celebrità ad audience maggioritaria. Il fenomeno è destinato a perdurare almeno un poco, poiché la longevità è tendenza sempre crescente e il catalogo dei viventi divenuti famosi quando la fama esisteva ancora (e non si era tramutata nella generica «famosità» che oggi può arridere davvero a chicchessia) non si è affatto esaurito. Hanno ormai almeno settant'anni e meno sono «grandi» (d'età) meno lo sono anche nella statura professionale o morale. Ma pensiamo all'ultimo terzetto di carissimi esti…
Considerando che è persino la vigilia dell'8 settembre, data perlomeno scabrosa della memoria storica nazionale, e ripensando a quali nelle ultime settimane sono state le notizie dominanti (ma adesso per anglofilia si ama chiamarle «storie») tocca concludere così: siamo un Paese che si trova a fare i conti almeno parziali con sé stesso non durante le elezioni, non sui libri, né in alcun altro momento e luogo che inviti alla riflessione e la favorisca, ma soltanto quando muore un'altra delle sue celebrità ad audience maggioritaria. Il fenomeno è destinato a perdurare almeno un poco, poiché la longevità è tendenza sempre crescente e il catalogo dei viventi divenuti famosi quando la fama esisteva ancora (e non si era tramutata nella generica «famosità» che oggi può arridere davvero a chicchessia) non si è affatto esaurito. Hanno ormai almeno settant'anni e meno sono «grandi» (d'età) meno lo sono anche nella statura professionale o morale. Ma pensiamo all'ultimo terzetto di carissimi estinti: Pippo Baudo; Emilio Fede; Giorgio Armani. Rispettivamente: il Kitsch, il Trash, lo Chic. Rispettivamente: massima popolarità nazionale (e prestigio quasi indiscusso); rilevante popolarità nazionale (prestigio discutibilissimo); grande popolarità internazionale (prestigio indiscusso).
Nelle rispettive carriere nessuno degli oggi quarantenni o cinquantenni o anche sessantenni potrà essere salutato allo stesso modo, lo si può dire già adesso. Anche questo definisce l'epoca che abbiamo attraversato, diciamo dalla fondazione di Repubblica (1976), e la definisce anche nel senso che la dichiara conclusa. «E da mo'», come si dice («mo'» con apostrofo di elisione e non segno d'accento, per favore). Un'epoca di fama centripeta, in cui esistevano arene su cui si concentravano tutti gli sguardi. La copertina di Time con Giorgio Armani, nel 1982, oggi viene esibita come prova della celebrità raggiunta da quello che allora non era mica tanto conosciuto in patria, e comunque aveva già 48 anni (cioè in quella che allora si chiamava terza età). Ora la fama è centrifuga, scappa via da qualsiasi centro. Fare paragoni del genere Baudo-De Martino, Carrà-Belén, Totò-Brignano, Battisti-Fedez e persino Fede-Cerno sarebbe totalmente ozioso - e poi non è che fra chi scrive si intravedano dei nuovi Arbasino, Aspesi, Valli (e neppure Berselli). Loro saranno pure stati i Gattopardi e i Leoni , e noi gli sciacalletti e le iene, si potrebbe dire seguendo i sospiri del Lampedusa (riferiti però a un passato più remoto: sono sospiri ricorsivi nella Storia).
Meno ozioso sarebbe riscontrare come quella generazione che va esaurendosi (e ai cui membri che scompaiono spesso si dedicano pagine e pagine di articoli memoriali, e minuti in tv, e poi docufilm e podcast) ha attraversato un mondo in cui notorietà e rilevanza individuale si determinavano e misuravano in un modo che ora semplicemente non esiste più. È imploso, o esploso; si è perso nell'etere o si è inabissato: certo si è letteralmente disintegrato, ha perso cioè la sua integrità, torta servita non più a fette ma a briciole. Quella della «polvere di stelle» non è più una metafora: è divenuto lo stato pressoché reale della materia di cui è fatta la notorietà. Per essere davvero famosi, oggi, bisogna disporre di miliardi o di bombardieri: meglio se di entrambi.