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Discontinuità

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Discontinuità. Al centrosinistra, parlare di parole piace. Si capisce che piace perché si nota che la missione viene svolta con impegno zelante ma anche con il sorriso intento con cui monaci e suore adempiono alle loro mansioni, anche le più umili, per la maggior grazia di Dio. La parola-chiave di cui si discute, almeno a Milano, è ora «discontinuità». Trattandosi di preparare la candidatura di coalizione a sindaco ed essendo l'uscente (e non ricandidabile) Giuseppe Sala, detto Beppe, controverso nella reputazione degli alleati (ma fermo, e permaloso, nella propria), succede che diviene difficile difenderne l'operato mentre si invoca qualche cambiamento di rotta.

Viene spontaneo quindi impugnare l'agevole utensile lessicale della «discontinuità», uno degli esempi più chiari di come l'eufemismo sia principe della retorica elocutiva politica: specie se, come in questo caso, lo si ottiene per litote, cioè per negazione del contrari. «Non è che vogliamo cambiare, è che non vogliamo contin…

Discontinuità. Al centrosinistra, parlare di parole piace. Si capisce che piace perché si nota che la missione viene svolta con impegno zelante ma anche con il sorriso intento con cui monaci e suore adempiono alle loro mansioni, anche le più umili, per la maggior grazia di Dio. La parola-chiave di cui si discute, almeno a Milano, è ora «discontinuità». Trattandosi di preparare la candidatura di coalizione a sindaco ed essendo l'uscente (e non ricandidabile) Giuseppe Sala, detto Beppe, controverso nella reputazione degli alleati (ma fermo, e permaloso, nella propria), succede che diviene difficile difenderne l'operato mentre si invoca qualche cambiamento di rotta.

Viene spontaneo quindi impugnare l'agevole utensile lessicale della «discontinuità», uno degli esempi più chiari di come l'eufemismo sia principe della retorica elocutiva politica: specie se, come in questo caso, lo si ottiene per litote, cioè per negazione del contrari. «Non è che vogliamo cambiare, è che non vogliamo continuare nello stesso modo!». Così come i ciechi non è che siano ciechi: è che non vedono (e si sa cosa faccia Dio a coloro che vuole che si perdano). Ma a Sala, che appunto sulla propria reputazione non tollera grandi rilievi, non va bene neppure quello. E come se non si aspettasse altro, il confronto passa dal possibile piano dei fatti a quello delle parole e occorre stabilire se «discontinuità» sia offensivo o meno.

Ora è difficile non solo crederlo ma persino scriverlo, però ci fu un tempo in cui «handicappato», «mongoloide», «di colore» e «vù cumprà» erano considerate etichette del tutto rispettose. Tempi che sarebbe insensato rimpiangere, perché sono irrimediabilmente e anzi fisiologicamente cambiati. Una collaudata e del resto evidente fisiologia semantica vuole infatti che gli eufemismi durino poco, soprattutto quelli di cui si tende ad abusare. Quindi è probabile che prima o poi persino l'utensile della «discontinuità» non sia più di agevole impiego in certe dispute.

La «discontinuità» aveva sostituito la molto più scomoda «soluzione di continuità», che nessuno ha mai capito molto bene cosa fosse di preciso, con quella «soluzione» né enigmistica né chimica. Non mi ricordo di preciso se sia uno di quei modi di dire su cui si fosse esercitato a suo tempo il sarcasmo di Alberto Arbasino, che richiedeva: «Disegnami un dimenticatoio!». Però è probabile. Fra i servigi resi della «discontinuità» è da annoverare l'equilibrio fra le connotazioni positive e quelle negative: cioè fra il «finalmente si cambia» e il «di te non ci si può fidare», perché discontinuo è appunto chi ne fa due giuste e tre sbagliate.

E sui fasti e i nefasti della discontinuità si erge la figura del più insidioso coniatore di motti di spirito destinati a diventare luoghi comuni positivi e incrollabili nell'opinione pubblica già progressista. Nanni Moretti, ovviamente, e il suo «Continuiamo così, facciamoci del male». In Bianca trovava che si perseverasse nell'ignoranza di cosa sia la Sachertorte che, come sarebbe poi successo nel film invece americano Oltre il giardino con i motti del giardiniere Chance, diventava subito metafora e anzi allegoria, se non simbolo, di lacune politiche gravissime ancorché indeterminate. Prima del grossolano Tafazzi, quell'invocazione di discontinuità si fece format di una mentalità dolente e sfiduciata di mezzo elettorato, pronto ad adottare il punto di vista di un personaggio di finzione caricaturalmente nevrotico e individualista. E, proprio per questo, prontissimo a farsi ancor più male di prima. Sempre trovato curioso che oltre che nome della torta Sacher fosse l'altro cognome di quel barone, reso famoso dall'inclinazione a cui ha dato il suo nome: Leopold von Sacher-Masoch.

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