E così sono ormai dieci anni da quella notte, perché il tempo passa veloce anche quando non ci si diverte, almeno non quanto una volta: la notte, dico, in cui i telefoni si illuminarono sui comodini per chiedere a chi poteva saperlo se era proprio vero, e Umberto Eco se n'era andato.
Non come aveva raccontato che avrebbe voluto fare, nel planetario in cui gli avevano proiettato il cielo della notte della sua nascita. Non come ha immaginato di far finire l'uno o l'altro dei protagonisti dei suoi romanzi o in uno dei molti modi in cui della morte aveva parlato sovente. L'ultimo: convincersi che al mondo sono tutti coglioni, per non lasciarsi dietro dei rimpianti. A volte mostrava di crederlo davvero, ma era soltanto una posa. Ma intanto che se ne fosse andato era vero.
Il giorno dopo, su Twitter e su Repubblica (di cui non ne era più il direttore da un mese), Ezio Mauro calibrò la sintesi più eloquente, un ritratto di Eco fatto con un solo tratto di matita: «La cultura come passione». E…
E così sono ormai dieci anni da quella notte, perché il tempo passa veloce anche quando non ci si diverte, almeno non quanto una volta: la notte, dico, in cui i telefoni si illuminarono sui comodini per chiedere a chi poteva saperlo se era proprio vero, e Umberto Eco se n'era andato.
Non come aveva raccontato che avrebbe voluto fare, nel planetario in cui gli avevano proiettato il cielo della notte della sua nascita. Non come ha immaginato di far finire l'uno o l'altro dei protagonisti dei suoi romanzi o in uno dei molti modi in cui della morte aveva parlato sovente. L'ultimo: convincersi che al mondo sono tutti coglioni, per non lasciarsi dietro dei rimpianti. A volte mostrava di crederlo davvero, ma era soltanto una posa. Ma intanto che se ne fosse andato era vero.
Il giorno dopo, su Twitter e su Repubblica (di cui non ne era più il direttore da un mese), Ezio Mauro calibrò la sintesi più eloquente, un ritratto di Eco fatto con un solo tratto di matita: «La cultura come passione». E di lì cominciò la vicenda postuma che Eco stesso, nelle sue disposizioni testamentarie, volle priva proprio per dieci anni di iniziative e riconoscimenti pubblici. I dieci anni scadono giovedì 19 febbraio.
Del fatto di avere come cognome il nome di una sciagurata ninfa, romantica ante litteram, non mi pare abbia parlato mai. Sì, invece, dell'omonimia con quel fenomeno naturale di riflessione e propagazione del suono che diventa poi facilmente modello della diffusione di voci, notizie, nozioni nell'universo culturale.
Aveva parlato del gioco di parole tipico da professore di scuola media, poi per tutta la vita ascoltato, appunto, rifrangersi: «Ah, Eco, tu sei quello che risuona nelle valli». E poi rideva poiché il benemerito servizio dell'Eco della Stampa, a cui era abbonato, per errore gli inviava talvolta ritagli che parlavano non già di Umberto Eco bensì dell'Eco della Stampa medesimo.
Lavorando a classificare vecchi materiali che aveva donato alla biblioteca di istituto, a Bologna, si trovò l'estratto di una rivista di estetica anni Cinquanta, in cui si parlava di lui, giovanissimo studioso, con l'articolo determinativo, come si usava allora davanti al cognome degli autori: «Qui l'Eco sostiene...», «... non si può non concordare con l'Eco quando riporta...». La firma era quella di un altro giovanissimo studioso, Gianni Vattimo, che allora sarà stato detto il Vattimo.
In una rubrica come Lapsus dovrebbe però essere consentito interrogarsi su quella che per un eccentrico libro di alcuni anni fa andrebbe annoverata fra "Le piccole fonti dell'io”.
Se a determinare carattere e destino individuali concorrono in massima parte famiglia, appartenenza sociale, educazione, eccetera, pure esistono altre circostanze, a volte minime, che influiscono sulla nostra considerazione psichica di noi stessi. Per esempio, il significato del proprio nome. Avrà giocato qualche ruolo nel caso di Eco? Non si è mai avuto il coraggio di chiederglielo; o meglio si considerava intuibile l'energia persino rabbiosa con cui avrebbe spazzato via la sgradita ipotesi non appena gliela si fosse presentata. Ma dieci anni fa, in quei giorni di desta malinconia, venne proprio da pensare all'eco, minuscola e femminile, intesa come risonanza.
Ai funerali, in una corte del Castello Sforzesco di Milano, partecipò una ragguardevole quantità di cittadini; una dozzina di amici e conoscenti di Eco si alternarono al microfono per un breve ricordo, mentre il suo libro postumo, uscito proprio quel giorno, veniva presentato lì per lì a un programma tv che un'ironia mcluhaniana volle intitolarsi La vita in diretta. Era insomma cominciata la risonanza. Ma per come ce li si ricorda, in nessuno dei brevi interventi fu pronunciata la parola semiotica, cioè il nome della disciplina ora diffusa in tutto il mondo che nei primi anni Settanta fu fondata e fatta esistere da Eco assieme a pochi altri studiosi internazionali.
L'eco come risonanza funziona infatti in modo selettivo: il filtro dei media, isola infatti le frequenze più alte, ripete ciò che già è più ripetuto, risuona così nelle valli dell'opinione pubblica, detta anche senso quando non luogo comune. Oggi lo chiamiamo «algoritmo», ieri era il prodotto di istinto giornalistico e editoriale. Di fatto il sistema culturale ha da allora ripetuto il nome di Eco come quello di un autore di bestseller, di un protagonista estroso e anche scherzoso della scena della comunicazione e di quella accademica, come un commentatore dotto ma di scrittura agevole. Si espungono così dallo spettro della sua risonanza le frequenze basse e più profonde della critica culturale sistemica rappresentata dall'analisi semiotica e della trasmissione dei metodi di quell'analisi a generazioni di discenti, elettrizzati da uno sprone didattico incalzante e instancabile. Bustina di Minerva sì, semiotica molto meno, forse no.
Un buon programma per i prossimi dieci anni, ora che sono passati quelli del silenzio richiesto da Eco stesso (e quindi il decennio delle risonanze più casuali, commerciali, caduche): recuperare le frequenze profonde, con quello che hanno ancora da insegnarci, anche su sviluppi dell'ultimo decennio che lui non poteva conoscere e su cui, però, la sua teoria continua a potersi applicare e a stimolare riflessioni estensive. Andare a ripetizione da Eco, insomma.