«Who are the champions, my friends?». L'ormai vieto inno alla vocazione alla supremazia anni Ottanta - la stessa velleità arrogante che all'epoca si chiamava confidenzialmente «la Vincenza» - potrebbe ricevere un'opportuna revisione e anzi un aggiornamento facendogli formulare non più un proclama ma una domanda. Chi sono i campioni? Cosa sono, come sono fatti, oggi? Le recenti vicende di Jannik Sinner ci danno l'occasione di chiedercelo. Non c'è bisogno di essere specialisti della materia per vedere come negli ultimi anni, con Sinner, l'Italia sportiva abbia acquisito un campione diverso da si può dire ogni altro. Non Federica Pellegrini, ma neppure Alberto Tomba hanno mai espresso lo stesso predominio nel proprio campo. Sinner è emerso giovanissimo e nella sua ascesa si è sempre mostrato un passo avanti alle attese che aveva suscitato fino a quel dato momento.
«Who are the champions, my friends?». L'ormai vieto inno alla vocazione alla supremazia anni Ottanta - la stessa velleità arrogante che all'epoca si chiamava confidenzialmente «la Vincenza» - potrebbe ricevere un'opportuna revisione e anzi un aggiornamento facendogli formulare non più un proclama ma una domanda. Chi sono i campioni? Cosa sono, come sono fatti, oggi? Le recenti vicende di Jannik Sinner ci danno l'occasione di chiedercelo. Non c'è bisogno di essere specialisti della materia per vedere come negli ultimi anni, con Sinner, l'Italia sportiva abbia acquisito un campione diverso da si può dire ogni altro. Non Federica Pellegrini, ma neppure Alberto Tomba hanno mai espresso lo stesso predominio nel proprio campo. Sinner è emerso giovanissimo e nella sua ascesa si è sempre mostrato un passo avanti alle attese che aveva suscitato fino a quel dato momento.
Da un torneo all'altro, da una stagione all'altra, a ogni comparsa risultava essere migliorato in qualche suo punto debole (il servizio, la resa sulla terra rossa, eccetera). Oggi Sinner sembra non dover perdere mai. A fermarlo può essere o Carlos Alcaraz (l'unico che al momento è al suo livello) o qualcosa di strano. La vicenda della possibile squalifica per un errore veniale e non suo (ma che comunque lo ha fatto apparire come un privilegiato) oppure improvvisi malesseri dalla ragione imprecisata, una serie di cui l'ultimo parigino è stato soltanto l'episodio più inaspettato, forse anche quello più intempestivo. Già le vicende olimpiche di Naomi Ōsaka e Simone Biles avevano evidenziato come la consistenza apparentemente marmorea della stoffa di campioni alla Carl Lewis o alla Martina Navratilova si era ormai consunta. Ma il caso di Sinner sembra poter diventare ancor più significativo. Nessuna delle spiegazioni dei commentatori, anche di quelli qualificati a commentare, sembra essere esauriente. Attacchi di panico (ma sarebbero una diagnosi o un sintomo?); i capelli rossi e la carnagione, che renderebbero Sinner sofferente per il caldo prima e più di ogni altro; ragioni psicosomatiche varie; black out e altre analogie in campo energetico. Qualcuno dice pure che non è nulla di speciale, sono cose che capitano a tutti i tennisti.
Sui social, quelli «che lo sapevano» opinano invece che non doveva presentarsi a Montecarlo o a Roma o a entrambi i tornei. Per qualcuno si tratta di una «bolla» pronta a esplodere o già esplosa. Lui dice che ci sono giorni in cui si sente diverso, ripete quanto ha bisogno di dormire bene. Il suo caso sembra illustrare perfettamente quello che un personaggio di David Foster Wallace dice, memorabilmente, sui tennisti. È il capo degli istruttori dell'accademia tennistica narrata in Infinite Jest : «C'è sempre e solo l'io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall'altro lato della rete: lui non è il nemico; è più il partner della danza. Lui è il pretesto o l'occasione per incontrare l'io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l'io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro al gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliori: vinci». Ma, tenendo questo fermo, nel tennis contemporaneo «là fuori» non c'è soltanto l'io: ci fosse soltanto quello c'è da credere che Sinner dormirebbe bene alla vigilia di qualsiasi match. Invece c'è anche la cornice di quella che lo stesso Wallace chiamava «la spettazione»: lo spettacolo, e quindi le interviste, le conferenze stampa, gli sponsor, i commenti, i fan, i detrattori. Nello sport-spettacolo la parte dello spettacolo, che è la cornice dell'agonismo, si è inspessita, appesantita e preme sui bordi del campo. Lo sorvola a bassa quota con le sue camere volanti, ad alta quota coi suoi droni, lo invade coi suoi zoom minuziosi. Impone ai campioni di primeggiare anche fuori dal campo, in simpatia (oggi detta empatia: non una qualità propria che si esprime con gli altri ma un'inclinazione che si deve avere nei confronti degli altri), disponibilità, fair play ma anche cattiveria, arguzia ma anche sex appeal. I «champions» gorgheggiati da Freddie Mercury dicono «we'll keep on fighting till the end». Ma quella «end» oggi non è il finale di partita, o la partita di finale, poiché include il secondo lavoro dei campioni. Il primo è quello di vincere. Il secondo è appunto quello di essere campioni: e a volte risulta ancora più oneroso, poiché è un campo da cui non si esce neppure smettendo di giocare.