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Naturalmente

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Con il nostro modo di parlare facciamo intendere che per noi esiste un andamento naturale del mondo, a cui si oppone ciò che è innaturale
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Sarebbe bello poterlo stabilire in modo se non proprio certo almeno ben approssimato. Quando diciamo o ascoltiamo «naturalmente» avvertiamo, lì «dentro», come il mare nella conchiglia, la «natura»? Credo che no, che non ce lo sentiamo tanto, anche se più di quanto sentiamo la «via» dentro «ovviamente» (l'ovvio è qualcosa che ti viene in contro sulla tua via). E molto di più di quanto sentiamo nella «natura» ciò che nasce e ciò che è innato.

La natura si genera, ciò che è naturale fa parte dell'ordine delle cose del mondo e quindi non ci sorprende più: «naturalmente». Ma allora con il nostro modo di parlare facciamo intendere che per noi esiste un andamento naturale del mondo, a cui si oppone ciò che è innaturale. La natura diventa una norma, con l'aggravante che la norma ha una derivazione umana mentre la natura è per sua nat…

Sarebbe bello poterlo stabilire in modo se non proprio certo almeno ben approssimato. Quando diciamo o ascoltiamo «naturalmente» avvertiamo, lì «dentro», come il mare nella conchiglia, la «natura»? Credo che no, che non ce lo sentiamo tanto, anche se più di quanto sentiamo la «via» dentro «ovviamente» (l'ovvio è qualcosa che ti viene in contro sulla tua via). E molto di più di quanto sentiamo nella «natura» ciò che nasce e ciò che è innato.

La natura si genera, ciò che è naturale fa parte dell'ordine delle cose del mondo e quindi non ci sorprende più: «naturalmente». Ma allora con il nostro modo di parlare facciamo intendere che per noi esiste un andamento naturale del mondo, a cui si oppone ciò che è innaturale. La natura diventa una norma, con l'aggravante che la norma ha una derivazione umana mentre la natura è per sua natura sovrumana. L'innaturale è insomma messo peggio dell'anormale. Questo trasgredisce, quello non dovrebbe esistere proprio, non si sa cosa lo abbia generato.

Uno dei fondatori della semiotica moderna, Roland Barthes, ha dedicato molte pagine alla missione di smascherare la «naturalità» come mitologia borghese e reazionaria riprodotta incessantemente dalla cultura di massa. Polemica che data tre quarti di secolo ma non ha perso di attualità: anzi, il discorso pubblico è ormai tanto consunto e immiserito che gli appelli alla natura non hanno più neppure il bisogno di mascherarsi e su temi come l'omosessualità o la condizione femminile ci siamo abituati a sentir ripetere a cosa la natura avrebbe destinato le diverse anatomie. E così il poter generare diventa un dover generare; e il non poter generare diventa il dover astenersi dalla sessualità. Lo dice la natura. Il povero Roland Barthes probabilmente non sospettava che il suo programma fosse tanto vasto.

Un altro fondatore della semiotica moderna, Umberto Eco, nel 1980 ha scritto un famoso romanzo: Il nome della rosa, poi diventato film, serie tv, opera lirica e ultimamente graphic novel (con l'arte di Milo Manara). Questo romanzo comincia si può dire tre volte.

La sua vicenda comincia con le parole «Era una bella mattina di fine novembre». Un gioco con le convenzioni narrative, con lo Snoopy che comincia il proprio romanzo con «Era una notte buia e tempestosa». Ma qui a scrivere non è Eco: è un frate medioevale che può cominciare così senza essere in un cliché.

Prima di cominciare così, il narratore ha scritto un prologo che comincia con le parole: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio». È l'inizio del Vangelo di Giovanni, perché nel Medioevo qualsiasi cosa si scrivesse (tanto più da parte di un religioso) doveva rientrare nell'ambito dell'auctoritas: e nessuna auctoritas era superiore alle Sacre Scritture.

Arretrando ancora, prima di questo prologo c'è un'introduzione e questa parrebbe riportare la voce di Eco: «Il 16 agosto 1968 mi fu messo fra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet…», e qui prende l'avvio una storia intricata, già romanzesca, in cui Eco si descrive come il traduttore dal latino di questo misterioso libro. È questa la voce di Eco? L'Eco fino ad allora noto saggista, studioso, giornalista ironico e anche umorista qui sta già facendo letteratura. E allora bisogna arretrare ancora al titolo di questa introduzione, in cima alla pagina che precede tutte le altre. Il titolo è «Naturalmente, un manoscritto». La voce con cui Eco aveva scelto di presentarsi come narratore è tutta in quel titolo, anzi nel solo «Naturalmente» con cui strizza l'occhio al lettore che ha ben presente il tòpos letterario del «Manoscritto ritrovato a Saragozza» e dell'Anonimo manzoniano. Da «un manoscritto» in poi è finzione letteraria pura. Il «naturalmente» invece è il passaggio di testimone dal semiologo al narratore: un testimone arguto per chi ne coglie l'ironia, misterioso per chi non possa coglierla.

A meno di vent'anni dalla sua fondazione moderna, la semiotica aveva così generato ironia sulla «naturalità» di quelle che sono invece convenzioni. Chissà, infine, se Eco avesse in mente proprio quel passaggio di testimone quando affrontò la domanda ricorrente (in parte stupida, ma in parte anche imbarazzante) sul personaggio con cui lui si identificava (Guglielmo da Baskerville? Adso da Melk?). Eco rispose: «Con chi si identifica un autore? Ma con gli avverbi!». Forse pensava a «Naturalmente., un manoscritto», forse no, e allora il caso e l'improvvisazione gli hanno suggerito una risposta più profonda della semplice battuta paradossale. Io una volta ho anche provato a chiederglielo, ma lui ha scantonato: naturalmente.

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