Carlo Bartoli con Franco Dominici, titolare di Segis, ricevono il Compasso d'Oro nel 2008 per la sedia R606 Uno
Carlo Bartoli: “Quel mio sogno nel cassetto”
di
Francesca Gugliotta
Il designer Compasso d'Oro di recente scomparso amava particolarmente un oggetto, tanto da averlo disegnato, ma senza un committente. Lo raccontano per la prima volta i figli
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«Lui, un po’ come Vico Magistretti, era vicino al suo pubblico e lo soddisfaceva con la rotondità dei suoi prodotti», ha detto del suo segno progettuale Enrico Baleri.
Carlo Bartoli, architetto e designer Compasso d'Oro alla carriera, recentemente scomparso, «pensava che i prodotti non dovessero imporsi, dovessero piuttosto apparire come se fossero sempre stati presenti in casa, mantenendo tuttavia una precisa identità», raccontanoi figli Anna e Paolo. Progetti “morbidi”, privi di spigoli, accoglienti e giocosi, come la poltrona Gaia di Arflex, esposta al MoMA di New York e alla Triennale di Milano: «Gaia è stato un progetto emozionante, di lunga gestazione, una seduta sviluppata come una scultura tridimensionale, aggiungendo e togliendo gesso sul modello in scala 1 a 1, riempiendo di trucioli la casa! Nostro padre ricordava la soddisfazione alla presentazione in Arflex della versione messa a punto: una decina di pezzi in vetroresina colorata, lucenti sotto il sole nel piazzale dell’azienda, davanti a tutto il management. Io (parla Anna) sono stata protagonista dello shooting fotografico, come modella, ero una bambina, dipinsi di vernice rossa la poltrona bianca, fino a essere completamente imbrattata, con gran divertimento». Anna Bartoli da bambina posa per lo shooting della poltrona Gaia di Arflex
Numerosi i progetti di Carlo Bartoli che hanno scritto la storia del design, come la sedia 4875 di Kartell degli anni Settanta, la prima al mondo ad essere prodotta in polipropilene, inclusa nella collezione design del Centre Pompidou: «Kartell, reduce da precedenti esperienze non soddisfacenti con sedie prodotte in abs, chiese a nostro padre di progettarne una in polipropilene, materiale nuovo e poco costoso ai tempi. Rispetto a Gaia, la 4875 è stato forse un progetto più razionale e impegnativo, frutto di una ricerca orientata a trovare un equilibrio tra ergonomia, prestazioni strutturali, producibilità a basso costo e smontabilità delle quattro gambe cilindriche, tutte uguali, per la spedizione. Per questa sedia lui ha sviluppato, a mano, i calcoli di resistenza strutturale, rinforzando il sedile con nervature». I suoi progetti erano sempre delle invenzioni, dei progressi, basti pensare alla sedia R606 Uno per Segis, Compasso d'oro nel 2008, robusta ma flessibile, grazie all'anima in acciaio e al tecnopolimero elastico, o a Breeze, sempre per Segis, che già nel 1995 usava il polipropilene riciclabile, «una sedia che ha precorso di 25 anni il tema di riduzione dell’impatto ambientale». Carlo Bartoli, con i figli Anna e Paolo
Era esigente e autocritico: «Molti progetti non sono usciti dallo studio proprio perché ritenuti non sufficientemente interessanti, rimanendo modelli o schizzi. Tutti i suoi lavori nascevano come schizzi su carta o modelli. In particolare il modello è sempre stato il suo metodo prediletto di progettazione, inteso come strumento di sviluppo, quasi fosse uno schizzo tridimensionale. Solo successivamente si passava al tavolo da disegno, in seguito al computer, e ai prototipi fisici». Aveva una grande curiosità per l'arte: «L’arte visiva e la scultura erano una fonte d’ispirazione, consciamente o meno, come si vede nel recente Tango per Laurameroni. D’altra parte, i materiali plasmati dalle mani per capirne le potenzialità espressive e strutturali sono stati altri spunti di partenza, come per la sedia 1085per Kristalia, in cuoio a forte spessore dove le caratteristiche del materiale hanno stimolato la creatività generando al contempo i limiti del progetto».
I suoi prodotti hanno fatto il giro del mondo, dal Victoria&Albert Museum di Londra, allo Stadt Museum di Colonia, a New York, Praga, Hong Kong, Atene, Buenos Aires, ma Carlo Bartoli non si è mai atteggiato da archistar: «Non ha mai cercato la ribalta, pensava che una buona dose di umiltà, a livello personale e nei progetti di design, fosse dovuta. Questo modo di pensare era abbinato a caparbietà, determinazione, senso di responsabilità e grande impegno nello sviluppare progetti di sostanza, trovando una motivazione etica in ogni azione progettuale, interrogandosi sempre sul senso del progetto. Umiltà significava anche cercare la migliore collaborazione con imprenditori e tecnici aziendali, senza snobismi, anzi pensando che minore fosse l’iniziale cultura del design dentro all’azienda, più il nostro lavoro sarebbe stato utile anche se faticoso».
Con molti imprenditori ha instaurato rapporti di collaborazione e amicizia: «Come l'avventura con T70, poi Tisettanta, nata dalla richiesta dei fratelli Turati, diventati poi veri amici di nostro padre, che allora producevano mobili in stile, di avere una collezione di arredi dal design contemporaneo. Tra i primissimi progetti, il componibile Multiplo, unico nel suo genere, che fece la fortuna dell’azienda. A distanza di decenni, abbiamo terzisti che ricordano ancora le forniture memorabili, ogni giorno uscivano da T70 camion pieni di Multiplo. Più recentemente sono varie le amicizie con imprenditori con i quali abbiamo collaborato, aziende che sono nate o che hanno iniziato un corso totalmente nuovo grazie a questo incontro: Franco Dominici con Segis, i Colombo di Colombo Design, Ruggero Magrini di Kristalia, i Maggioni di Laurameroni, questi ultimi che hanno dichiarato: «Ci sembra ieri, quando abbiamo chiesto all'architetto Carlo Bartoli di aiutarci a realizzare un sogno che avevamo nel cuore da molto tempo. Nella nostra totale incoscienza non ci eravamo resi conto di cosa significasse partire da zero nel costruire una azienda. Carlo ha sicuramente contribuito in modo determinante a infonderci il coraggio e la perseveranza». Carlo Bartoli con l'amico artista Lucio Del Pezzo
Poi tanti gli amici designer e creativi, con i quali Bartoli ha collaborato a quattro mani, «come Lucio Del Pezzo, oppure l’amico pittore e scultore Lorenzo Piemonti: quando nostro padre presentò Piemonti a clienti giapponesi per gli interni di un golf club, passammo un giorno intero immersi nella casa-studio di Lorenzo in Brianza, con nostro padre che spiegava come quelle opere d’arte avrebbero dialogato con gli arredi, esprimendo insieme l’italianità del progetto… salame e vino completarono l’immersione culturale».
Oggi Anna e Paolo Bartoli continuano il lavoro del padre con lo studio Bartoli Design: «Abbiamo una miniera di progetti interessanti sviluppati insieme, in particolare ci piacerebbe concretizzare la sua ricerca sulle sedute relax ad alto comfort». Ma c'è un progetto che Carlo Bartoli aveva nel cassetto: «Ha sempre avuto la passione per la bicicletta, che usava come mezzo per spostarsi da casa all’ufficio. Era affascinato, tanto da disegnare una bicicletta pieghevole, senza committente, e proporla anche come tema di progetto ai suoi studenti al Politecnico di Milano».