Luce. Spazio. Storia. Spiritualità. Geometria. Queste tracce si ritrovano distillate con costanza nell’opera di Mario Botta. «Senza luce non c’è spazio», sintetizza nel video che accompagna la sua mostra al Maxxi (regia di Francesca Molteni, prodotto da Muse Factory of Projects). E continua, «L’architettura vive perché c’è luce e ombra. La luce è la sola vera generatrice dello spazio». Proporzioni, quindi, armonia, misure, ma anche introspezione e poi il linguaggio del tempo sedimentato nel nostro immaginario. Come ricorda Botta con intensità: «La contiguità con la cultura italiana, che viene da lontano, dal Medioevo al Rinascimento, è una grazia che m’illumina ogni giorno». Parole che riecheggiano negli spazi da lui concepiti in una mostra con l’obiettivo di trasferire l’essenza stessa della sua architettura. Il passato è un tema costante, a partire da uno dei suoi edifici più noti, il Mart di Rovereto, le cui proporzioni nella corte vetrata vastissima evocano quelle del Pantheon. Senza neppure abbracciarlo tutto con lo sguardo, la mente ne ricostruisce la forma, perché perfetta. Dall’8 aprile al 4 settembre, si raccontano diffusamente 11 progetti. La mostra ha forma di autoritratto ed è parte di una serie, ormai di lungo corso, dal titolo “Nature”, che ha già visto protagonista Michele De Lucchi e in futuro Maria Giuseppina Cannizzo Grasso.
A parete scorrono fotografie, schizzi e disegni. Botta concepisce quei fogli come strumenti di conoscenza, indagini dello spazio, più che semplici descrizioni di progetto. Al centro però, l’architetto svizzero, fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio, pone un’esperienza spaziale avvolgente, una vera e propria architettura. L’installazione, che dovrebbe condurci a un grado di comprensione più immediato e profondo dei principi che governano la sua opera, è scandita in due momenti.