Splendida Vicenza fra ingegno e impresa

Mulini galleggianti sull’Adige vicino a Castelvecchioe al Ponte Scaligero in un quadro di Bernardo Bellotto, 1745 circa
Mulini galleggianti sull’Adige vicino a Castelvecchio
e al Ponte Scaligero in un quadro di Bernardo Bellotto, 1745 circa 
La felice collaborazione di ingegneri e architetti con illuminati imprenditori diede vita al boom economico vicentino del Cinquecento. Che una mostra per la prima volta racconta
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Nel ‘500 Andrea Palladio costruisce ville e palazzi che seducono l’Italia e l’Europa, oltre il Veneto (era nato a Padova nel 1508, da padre mugnaio e “birrettarius”, commerciante di berretti), e sviluppa una rivoluzione con la sua maniera di guardare all’antichità greca e romana, aggiornandola e rendendola “low-cost”, senza i marmi colorati e pietre preziose dei palazzi veneziani sul Canal Grande, bensì con mattoni ricoperti dall’intonaco bianco, inventato a marmorino che sembrava pietra. L’imitazione del suo stile varca per tre secoli i confini con il palladianesimo e l’influenza sul neoclassico, specie in Inghilterra e negli Stati Uniti. Dietro il genio di Andrea di Pietro della Gondola, questo il vero nome dell’architetto e scenografo, muove dell’altro, come rivela la mostra Acqua, terra, fuoco. L’architettura industriale nel Veneto del Rinascimento, curata da Deborah Howard, aperta fino al 12 marzo nel luogo idoneo: il Palladio Museum di Vicenza, a palazzo Barbaran da Porto, sede del Centro internazionale studi di architettura Andrea Palladio, che celebra con l’evento i suoi 10 anni. Frutto di tre anni di lavoro, finanziato dal Leverhulme Trust di Londra, esplora un fenomeno trascurato: il miracolo economico che nel Cinquecento conduce il Veneto di terraferma a diventare una delle aree più produttive d’Europa. Una Silicon Valley rinascimentale che si alimenta di natura, ingegno, operosità. E imprenditori straordinari, i vicentini aristocratici con ampie visioni di futuro. Non a caso Palladio di Padova viene chiamato a Vicenza per trasformarla nella capitale della cultura architettonica, erede della grande tradizione romana, al tempo sovversiva quando «i palazzi venivano chiamati fabbriche e viceversa», racconta il direttore del Cisa Guido Beltramini, che aggiunge: «fondamentale è l’energia, l’acqua che correva fluente, era la linea delle risorgive, aree ai piedi delle montagne, dove i corsi d’acqua erano forti e costanti così da alimentare i mulini.

Il meccanismo brevettato per una segheria idraulica in un’ illustrazione dell’ingegnere Agostino Ramelli, 1580
Il meccanismo brevettato per una segheria idraulica in un’ illustrazione dell’ingegnere Agostino Ramelli, 1580 
Altro fattore chiave: i brevetti stabiliti da Venezia nel 1474 con la legge per salvaguardare la proprietà dell’intelletto: si passa dai 30 entro il 1500 ai 486 nel periodo di Palladio».
Queste le ragioni del boom, con la scommessa di trasformare il moto circolare delle ruote dei mulini in meccanismi capaci di generare altri tipi di movimento, diverso e alternato, per battere e frantumare sassi per la ceramica. C’era gran competizione nella Repubblica veneta che consentiva qualche forma di libertà individuali; a Vicenza si sviluppano energie inventive e competenza, con il maggior numero di laureati del Veneto, che, non avendo Vicenza un ateneo, escono da quelli di Padova e Bologna. Si produce il 40 per cento di seta grezza per la Serenissima, inoltre filati di lana e seta, si macinano panni per la carta, si creano fucine per battere il ferro, attività minerarie con estrazioni di argento e caolino a Schio, si conciano pelli; c’è un’agguerrita imprenditoria femminile, donne toste che si trattengono la dote per diventare imprenditrici. La città gode della mirabolante rete di esportazione e vendita di Venezia. Una classe dirigente cosmopolita commercia fra Londra, Amsterdam, Madrid, Parigi, e vuole il contemporaneo in architettura, «e per questo chiama il Palladio», sottolinea Beltramini, «come oggi si scelgono Gehry o Jean Nouvel».
Un “cuoietto”, corsetto maschile in cuoio e seta, tipicodel Cinquecento vicentino
Un “cuoietto”, corsetto maschile in cuoio e seta, tipico
del Cinquecento vicentino 
La mostra rievoca il contesto in 80 opere, con dipinti di Tiziano, Bellotto, Bassano, una veduta del 1580 illustra la zona industriale, mulini alti fino a 4 metri a Schio, inoltre libri, mappe, oggetti rari come il “cuoietto”, corsetto maschile in cuoio e seta. Il boom dura fino alla peste del 1640, che piega la cittadinanza, ci vorranno 200 anni perché il fenomeno si ripeta, con l’Austria postnapoleonica, e solo verso gli anni Cinquanta del Novecento rinascerà l’industria del Nord Est. «Ma oggi», commenta Beltramini, «non c’è più l’alleanza fra cultura, arte e impresa. A ciò serve la rassegna: ritrovare matrici antiche, oggi importanti per il futuro».