Nel ‘500 Andrea Palladio costruisce ville e palazzi che seducono l’Italia e l’Europa, oltre il Veneto (era nato a Padova nel 1508, da padre mugnaio e “birrettarius”, commerciante di berretti), e sviluppa una rivoluzione con la sua maniera di guardare all’antichità greca e romana, aggiornandola e rendendola “low-cost”, senza i marmi colorati e pietre preziose dei palazzi veneziani sul Canal Grande, bensì con mattoni ricoperti dall’intonaco bianco, inventato a marmorino che sembrava pietra. L’imitazione del suo stile varca per tre secoli i confini con il palladianesimo e l’influenza sul neoclassico, specie in Inghilterra e negli Stati Uniti. Dietro il genio di Andrea di Pietro della Gondola, questo il vero nome dell’architetto e scenografo, muove dell’altro, come rivela la mostra Acqua, terra, fuoco. L’architettura industriale nel Veneto del Rinascimento, curata da Deborah Howard, aperta fino al 12 marzo nel luogo idoneo: il Palladio Museum di Vicenza, a palazzo Barbaran da Porto, sede del Centro internazionale studi di architettura Andrea Palladio, che celebra con l’evento i suoi 10 anni. Frutto di tre anni di lavoro, finanziato dal Leverhulme Trust di Londra, esplora un fenomeno trascurato: il miracolo economico che nel Cinquecento conduce il Veneto di terraferma a diventare una delle aree più produttive d’Europa. Una Silicon Valley rinascimentale che si alimenta di natura, ingegno, operosità. E imprenditori straordinari, i vicentini aristocratici con ampie visioni di futuro. Non a caso Palladio di Padova viene chiamato a Vicenza per trasformarla nella capitale della cultura architettonica, erede della grande tradizione romana, al tempo sovversiva quando «i palazzi venivano chiamati fabbriche e viceversa», racconta il direttore del Cisa Guido Beltramini, che aggiunge: «fondamentale è l’energia, l’acqua che correva fluente, era la linea delle risorgive, aree ai piedi delle montagne, dove i corsi d’acqua erano forti e costanti così da alimentare i mulini.
Queste le ragioni del boom, con la scommessa di trasformare il moto circolare delle ruote dei mulini in meccanismi capaci di generare altri tipi di movimento, diverso e alternato, per battere e frantumare sassi per la ceramica. C’era gran competizione nella Repubblica veneta che consentiva qualche forma di libertà individuali; a Vicenza si sviluppano energie inventive e competenza, con il maggior numero di laureati del Veneto, che, non avendo Vicenza un ateneo, escono da quelli di Padova e Bologna. Si produce il 40 per cento di seta grezza per la Serenissima, inoltre filati di lana e seta, si macinano panni per la carta, si creano fucine per battere il ferro, attività minerarie con estrazioni di argento e caolino a Schio, si conciano pelli; c’è un’agguerrita imprenditoria femminile, donne toste che si trattengono la dote per diventare imprenditrici. La città gode della mirabolante rete di esportazione e vendita di Venezia. Una classe dirigente cosmopolita commercia fra Londra, Amsterdam, Madrid, Parigi, e vuole il contemporaneo in architettura, «e per questo chiama il Palladio», sottolinea Beltramini, «come oggi si scelgono Gehry o Jean Nouvel».
del Cinquecento vicentino