Angelo Mangiarotti: il suo abc creativo? Modulo e incastro

La chiesa di Nostra Signora della Misericordia, a Baranzate, progettata da Mangiarotti con Bruno Morassutti e Aldo Favini nel 1957
La chiesa di Nostra Signora della Misericordia, a Baranzate, progettata da Mangiarotti con Bruno Morassutti e Aldo Favini nel 1957 
La mostra della Triennale "restituisce al grande maestro la sua complessità e la sua vena espressiva tra architettura, design e arte"
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Un architetto deve prima di tutto saper ascoltare. Angelo Mangiarotti lo diceva apertamente: “se parliamo per metafore, la figura che meglio rappresenta l’attività progettuale dell’architetto non è quella dell’inventare ma quella di un paziente ascolto”. L’architetto deve cioè saper comprendere e interpretare i vincoli posti dalle caratteristiche dei materiali utilizzati, quelli derivanti dalle tecniche costruttive adottate, ma anche i vincoli determinati da un attento ascolto del sociale e dei bisogni in esso latenti. Angelo Mangiarotti lavorava così: “materialista” per sua stessa autodefinizione, convinto che “non è il pensiero che usa la materia per esprimersi, ma è la materia che usa il pensiero”, è stato uno degli esponenti più rappresentativi della generazione dei Maestri del design italiano della seconda metà del Novecento. Vent’anni fa, nel 2002, la Triennale di Milano gli aveva dedicato una bella mostra, curata da Beppe Finessi con Italo Lupi. Ora Palazzo dell’Arte apre di nuovo le sue porte all’architetto e designer milanese per una nuova personale monografica (Angelo Mangiarotti. Quando le strutture prendono forma, dal 27 gennaio al 23 aprile 2023), curata da Fulvio Irace.

Angelo Mangiarotti osserva il lampadario a intreccio Giogali che ha disegnato nel 1967 per Vistosi, ancora oggi il best seller dell’azienda
Angelo Mangiarotti osserva il lampadario a intreccio Giogali che ha disegnato nel 1967 per Vistosi, ancora oggi il best seller dell’azienda  
«Ci sono due aspetti», ci dice il curatore, «che abbiamo cercato di mettere in luce: da un lato la capacità di Mangiarotti di lavorare su scale diverse (architettura, design, scultura, arte) adottando il medesimo approccio progettuale. Dall’altro lato, abbiamo cercato di far emergere l’espressionismo tecnologico presente in quasi tutti i suoi lavori, che non possono essere catalogati e liquidati sotto l’etichetta semplificatoria e riduttiva di un algido razionalismo». In effetti, Mangiarotti eccede sempre le formule con cui la critica e la storiografia hanno cercato di definirlo. Ritenuto a volte il progettista della prefabbricazione, per la 14a Triennale del 1968, accanto al suo giovane assistente Renzo Piano, propone un progetto – che poi non verrà realizzato ma che resta sorprendente – in cui usa la “tecnica del guscio” per realizzare forme organiche vagamente uterine – ellissi ed ellissoidi – realizzate con le nuove fibre plastiche colate negli stampi.
La Poltroncina In 301 progettata per Zanotta nel 1969
La Poltroncina In 301 progettata per Zanotta nel 1969 
Anche nei suoi progetti di design c’è sempre una sorta di utopia organicista: come se la sua volontà progettuale mirasse a ricomporre le singole componenti costitutive di un oggetto in un unicum organico e coeso. Nel suo linguaggio progettuale, il modulo costituisce la voce–chiave del lessico, mentre l’incastro è la figura strategica della sintassi.
Mangiarotti lavora su elementi modulari (spesso desunti dai tipi architettonici), li declina in dimensioni e scale diverse e poi li assembla senza ricorrere a ganci, supporti o collanti che non siano intrinseci alle potenzialità costitutive, statiche e dinamiche, dei materiali prescelti. Si pensi anche solo alla serie di tavoli Eros (1971): Mangiarotti – in collaborazione con Bruno Morassutti – la realizza applicando alcuni principi costitutivi dell’edilizia prefabbricata in voga in quegli anni, e progetta un piano in marmo con una sorta di asola in cui va a incastrarsi perfettamente la sezione tronco-conica della gamba, in modo da garantire un appoggio e una stabilità assolutamente soddisfacenti (il nome Eros, non a caso, rinvia del resto alla perfezione del giunto maschio-femmina). Ma si veda anche il modo davvero originale con cui assembla – di volta in volta a grappolo, a tenda o a pannello – il modulo–base dell’anello di vetro (tagliato, schiacciato manualmente e ripiegato su se stesso) con un incastro a cascata di fortissima suggestione nella lampada a sospensione Giogali del 1966. In piena coerenza con questo metodo progettuale, la lampada da tavolo Lesbo (1967) riunisce in un unico pezzo fungiforme (un involucro di opalino) almeno tre differenti funzioni (quella di piede d’appoggio, di fusto e di globo diffusore), in una visione organica che riesce a concentrare tutti gli elementi frammentari di cui l’oggetto è costituito in un insieme armonico di plastica continuità. In questa chiave, sottolinea Irace, «l’esposizione è un’occasione per restituire alla figura di Mangiarotti quella complessità che è stata per lungo tempo rimossa e quella vena espressiva di grande potenza plastica e scultorea che lo colloca nel dominio dell’arte oltre che dell’architettura e del design».
Il progetto di allestimento, sviluppato da Ottavio Di Blasi &Partner, con “lo sguardo” di Renzo Piano, è composto da una serie di piattaforme che ospitano i nuclei tematici della mostra: dal nodo al giunto, dalla scultura all’assemblaggio, dall’astrazione alla sensualità. Nel percorso, lo spettatore è circondato da grandi stampe di fotografie fuori scala che riprendono vari dettagli, sia interni che esterni, dei suoi progetti, quasi a dare la sensazione di muoversi all’interno di uno spazio organico in cui risuona una lezione dagli esiti assolutamente originali.