Un architetto deve prima di tutto saper ascoltare. Angelo Mangiarotti lo diceva apertamente: “se parliamo per metafore, la figura che meglio rappresenta l’attività progettuale dell’architetto non è quella dell’inventare ma quella di un paziente ascolto”. L’architetto deve cioè saper comprendere e interpretare i vincoli posti dalle caratteristiche dei materiali utilizzati, quelli derivanti dalle tecniche costruttive adottate, ma anche i vincoli determinati da un attento ascolto del sociale e dei bisogni in esso latenti. Angelo Mangiarotti lavorava così: “materialista” per sua stessa autodefinizione, convinto che “non è il pensiero che usa la materia per esprimersi, ma è la materia che usa il pensiero”, è stato uno degli esponenti più rappresentativi della generazione dei Maestri del design italiano della seconda metà del Novecento. Vent’anni fa, nel 2002, la Triennale di Milano gli aveva dedicato una bella mostra, curata da Beppe Finessi con Italo Lupi. Ora Palazzo dell’Arte apre di nuovo le sue porte all’architetto e designer milanese per una nuova personale monografica (Angelo Mangiarotti. Quando le strutture prendono forma, dal 27 gennaio al 23 aprile 2023), curata da Fulvio Irace.
Mangiarotti lavora su elementi modulari (spesso desunti dai tipi architettonici), li declina in dimensioni e scale diverse e poi li assembla senza ricorrere a ganci, supporti o collanti che non siano intrinseci alle potenzialità costitutive, statiche e dinamiche, dei materiali prescelti. Si pensi anche solo alla serie di tavoli Eros (1971): Mangiarotti – in collaborazione con Bruno Morassutti – la realizza applicando alcuni principi costitutivi dell’edilizia prefabbricata in voga in quegli anni, e progetta un piano in marmo con una sorta di asola in cui va a incastrarsi perfettamente la sezione tronco-conica della gamba, in modo da garantire un appoggio e una stabilità assolutamente soddisfacenti (il nome Eros, non a caso, rinvia del resto alla perfezione del giunto maschio-femmina). Ma si veda anche il modo davvero originale con cui assembla – di volta in volta a grappolo, a tenda o a pannello – il modulo–base dell’anello di vetro (tagliato, schiacciato manualmente e ripiegato su se stesso) con un incastro a cascata di fortissima suggestione nella lampada a sospensione Giogali del 1966. In piena coerenza con questo metodo progettuale, la lampada da tavolo Lesbo (1967) riunisce in un unico pezzo fungiforme (un involucro di opalino) almeno tre differenti funzioni (quella di piede d’appoggio, di fusto e di globo diffusore), in una visione organica che riesce a concentrare tutti gli elementi frammentari di cui l’oggetto è costituito in un insieme armonico di plastica continuità. In questa chiave, sottolinea Irace, «l’esposizione è un’occasione per restituire alla figura di Mangiarotti quella complessità che è stata per lungo tempo rimossa e quella vena espressiva di grande potenza plastica e scultorea che lo colloca nel dominio dell’arte oltre che dell’architettura e del design».
Il progetto di allestimento, sviluppato da Ottavio Di Blasi &Partner, con “lo sguardo” di Renzo Piano, è composto da una serie di piattaforme che ospitano i nuclei tematici della mostra: dal nodo al giunto, dalla scultura all’assemblaggio, dall’astrazione alla sensualità. Nel percorso, lo spettatore è circondato da grandi stampe di fotografie fuori scala che riprendono vari dettagli, sia interni che esterni, dei suoi progetti, quasi a dare la sensazione di muoversi all’interno di uno spazio organico in cui risuona una lezione dagli esiti assolutamente originali.