“Vi disegniamo come comportarvi”

Erwan Bouroullec seduto sul nuovo Abalon Sofa progettato per Vitra. Il suo schienale ricurvo permette di inserirlo in ogni contesto. Domestico e lavorativo
Erwan Bouroullec seduto sul nuovo Abalon Sofa progettato per Vitra. Il suo schienale ricurvo permette di inserirlo in ogni contesto. Domestico e lavorativo 
Erwan Bouroullec spiega il metodo con cui lavora insieme al fratello Ronan: l’idea si conclude, l’oggetto si completa solo quando entra in relazione con le persone
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Una coppia, o forse, “uno in più di uno”. Perché ormai i fratelli Bouroullec, Erwan e Ronan, designer francesi nati nella bretone Quimper, che, poco più che ventenni, sono stati capaci di irrompere con fresca audacia nelle gallerie d’arte come nelle maison del design “istituzionale”, alle interviste non si presentano più insieme. «Abbiamo molti impegni e in alcuni momenti preferiamo fare cose differenti, ma una certa autonomia è servita anche a stemperare l’atteggiamento ipercritico che avevano nei confronti del nostro lavoro. In un mondo, quello del design, dove sembrano mancare del tutto feedback oggettivi, noi li abbiamo portati al nostro interno, ed è successo un po’ come in quelle band rock che, affiatatissime, per non implodere imparano a lavorare in équipe».

Parole di Erwan Bouroullec, il “minore” si direbbe oggi, classe 1976: è lui a raccontare la storia di una fratellanza progettuale iniziata in un periodo, gli anni Novanta, in cui forse si respirava un’aria più leggera. E ora che il tempo dell’innocenza è finito, si può provare a tirare le prime somme. Vedere ciò che è cambiato, ciò che è rimasto. «Erano tempi, e una società, profondamente diversi. Ma se mi guardo indietro, credo di poter dire che in fondo, abbiamo sempre voluto fare cose con cui testimoniare la nostra presenza nel mondo. Forse, nelle nostre prime espressioni, c’era un linguaggio più esplosivo che negli anni è diventato più calmo, più sottile, ma il metodo, l’approccio, lo sguardo, c’erano già. C’era, anche allora, la volontà di creare forme universali, senza alcun segno di ricchezza o elitarismo, senza decorazioni attribuibili all’una o l’altra cultura. Forme comprensibili a tutti nella loro costruzione, anche ai non addetti al settore. Certo, nel tempo abbiamo affinato la capacità di pensare a un oggetto che deve essere prodotto in grandi quantità, ma quello che mi piace di più del design è che, al contrario dell’arte, si completa solo quando viene usato dalle persone. E noi non sappiamo mai quali persone lo utilizzeranno».
Un design che si conclude nell’ambiente, quindi, un design, per dirla con le parole di Erwan, “non finito”; il che spiegherebbe il perché i progetti dei Bouroullec, più che semplici oggetti, appaiano come paesaggi domestici, come il tentativo di disegnare comportamenti.

Joyn 2, la versione 2023 di Joyn, la nuova tipologia di tavoli da ufficio concepita nel 2002 per Vitra, e che ha rivoluzionato il concetto di scrivania
Joyn 2, la versione 2023 di Joyn, la nuova tipologia di tavoli da ufficio concepita nel 2002 per Vitra,
e che ha rivoluzionato il concetto di scrivania 
«La verità è che abbiamo sempre lavorato più sull’ergonomia dello spazio che sull’ergonomia della persona. Questo è successo in particolare con Vitra, quando abbiamo cominciato a pensare al tavolo Joyn. Era un periodo di grande transizione perché esistevano ancora computer voluminosi e mobili specifici per ufficio, ma noi abbiamo intuito che presto sarebbero arrivati portatili e schermi piatti. Una rivoluzione che avrebbe cambiato il modo in cui lo spazio, anche di lavoro, sarebbe stato distribuito e utilizzato: la vera domanda a cui rispondere allora, non riguardava più la persona o l’oggetto, ma come equilibrare e dare qualità allo spazio. Uno spazio in cui gli oggetti non dovevano imporsi, ma partecipare, ovvero, ancora una volta, completarsi in esso».
Alcova, introdotto in Vitra nel 2006 come divano,con i suoi pannelli laterali e le diverse combinazioni, oggi è un vero sistema di organizzazione dello spazio di lavoro costantemente aggiornato
Alcova, introdotto in Vitra nel 2006 come divano,
con i suoi pannelli laterali e le diverse combinazioni, oggi è un vero sistema di organizzazione dello spazio di lavoro costantemente aggiornato 
Dice Erwan che questo è in fondo il risultato del loro modo di progettare: mai procedere per regole sistematiche e ripetitive, coltivare invece un approccio intuitivo e manuale. Nel loro studio possono realizzare artigianalmente ogni oggetto che hanno firmato, e l’hanno fatto, apprendendo contemporaneamente nuove tecniche. «Anche quando si trattava di progettare un televisore per Samsung, abbiamo imparato a scrivere codici informatici, e assemblare la parte elettronica. È una cosa che si evince dalla forma finale: che non è così astratta, ma riconoscibile, quasi tradizionale. Penso che se qualcuno trovasse un nostro oggetto abbandonato per strada sarebbe in grado di smontarlo e riciclarlo». Professionali e insieme familiari, maestri di avanguardia e custodi di tradizione, i Bouroullec sfuggono a qualsiasi etichetta. Erwan ha scelto di vivere in campagna, in Borgogna, ammettendo che in questa dimensione rurale rintraccia l’origine di ogni cosa. L’archetipo.

«Quando abbiamo visto realizzato il Joyn 2 vi abbiamo riconosciuto un grande tavolo della nostra infanzia che vedevamo nella fattoria dei nonni. Un ampio piano di legno che accoglieva molte attività differenti durante la giornata, come spesso accadeva nelle case contadine: era esattamente ciò che volevamo da un tavolo di lavoro, un tavolo per cui non importa chi si siede, non importa per quanto tempo, non importa per cosa fare. Indifferente, e per questo universale». Ed è capitato, nella storia del design, che alcuni prodotti abbiano trasceso la loro specificità per diventare l’origine, e il significato, di un’intera famiglia di oggetti. Erwan cita il “frigidaire”, il nome di un’azienda di elettrodomestici che nell’uso comune ormai indica il frigorifero tout court. Ci si chiede se questo sarà il destino del “divano” Alcova. «Senz’altro abbiamo lasciato un’impronta importante con quel progetto, diventato negli anni una tipologia a sé. Personalmente non amo chiamarlo microarchitettura: mi sembra un concetto troppo astratto e filosofico. Preferisco pensare che sia un qualcosa che resterà nel futuro, come una nuova abitudine, una nuova idea, un nuovo modo di vivere e stare con gli altri nello spazio».
Ronan ed Erwan Bouroullec
Ronan ed Erwan Bouroullec