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Il museo si rinnova con una nuova selezione di oggetti e un nuovo allestimento progettato da Paolo Giacomazzi. Tra quelli esposti la Nuova 500 D di Dante Giancosa, Fiat. Nell'articolo altri pezzi novità (foto Gianluca Di Ioia) 

Triennale, un viaggio nel centenario

Il nuovo allestimento del museo parte dallo storico compleanno per raccontare l'intreccio fra l'istituzione e il design. "Un allestimento", dice il direttore Sammicheli, "pensato per tutti" Guarda la gallery con le mostre e le installazioni organizzate in occasione della settimana del design
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1923-2023: è trascorso un secolo da quando a Monza nasceva Triennale Milano, allora Biennale di arti decorative. Ed è proprio con questi cento anni di storia che si intreccia il racconto che oggi, fino a primavera 2025, propone il nuovo Museo del design italiano. In occasione del centenario dell’istituzione, il museo di Milano si presenta infatti in una veste rinnovata con un percorso che parte dal 1923 e arriva ai giorni nostri.

Prima, invece, l’allestimento copriva dal 1946 al 1981. «È una storia del design italiano che rimbalza nella storia di Triennale», spiega il direttore Marco Sammicheli. «Un percorso in cui il visitatore trova i cento anni di Triennale e i cento anni di una disciplina che nel frattempo si è evoluta con Triennale, facendo entrare la vita quotidiana negli spazi del museo e utilizzando il museo come piattaforma per riflettere sull’evoluzione dei comportamenti».
Marco Sammicheli, direttore del museo, si augura che la mostra aiuti a comprendere che il design è anche costruttore di comunità (foto Luca Caizzi) 
Karelia di Liisi Beckmann, Zanottta (foto Gianluca Di Ioia) 
Organizzato su 1.300 metri quadrati, il percorso segue un ordine cronologico in cui pezzi di design della collezione di Triennale incontrano documenti, foto, opere d’arte e progetti grafici in prestito da collezioni private e altri musei. «Lungo il percorso cronologico ci sono anche degli affondi verticali, delle installazioni dedicate alle diverse decadi, che orientano ulteriormente», continua Sammicheli: «torri di vetro che accolgono riproduzioni di interni che testimoniano i cambiamenti dell’ultimo secolo». Come la ricostruzione di casa Minerbi di Piero Bottoni e quella di casa Albonico di Carlo Mollino. «Ma c’è anche un ufficio che testimonia come l’innovazione tecnologica ha cambiato i ritmi e i modi di lavoro», aggiunge Sammicheli. «O un bagno di Antonia Campi che ricorda come non ci siano prodotti più nobili di altri e come invece ci siano tecnologia, materiali e manifattura anche in un sanitario. Tutto, compreso l’ingresso del museo allestito come una piazza, è il segno di come il design sia una disciplina pervasiva che si occupa di diversi aspetti e che ha a che fare con il quotidiano e i comportamenti».
Serie Pezzati di Fulvio Bianconi, Venini (foto Gianluca Di Ioia) 
Arrivati agli anni Ottanta e Novanta, i visitatori trovano poi un grande ziggurat con oggetti di quei decenni: «anni di grandi avanguardie come Alchimia e Memphis», continua a spiegare Sammicheli, «e dell’esplosione del professionismo del design e la nascita dei designer del futuro; dagli italiani Piero Lissoni, Rodolfo Dordoni e Ferruccio Laviani ai tanti stranieri, tra cui Philippe Starck, Marc Newson e Konstantin Grcic, che hanno trovato nell’Italia una piattaforma fondamentale per la loro creatività». Infine, dopo un corridoio dedicato alla contemporaneità con mappe realizzate da storici e designer, si termina nella Design Platform, un nuovo spazio destinato a mostre temporanee sul design di oggi.
Sedia n°47 di Paolo Pallucco, Galleria Emilio Mazzoli (foto Gianluca Di Ioia) 
«Dall’inizio alla fine, è un racconto alla portata di tutti», precisa Sammicheli. Nell’esposizione come anche nelle didascalie, «che sono scritte con un linguaggio che semplifica senza banalizzare, hanno un font adatto anche a un visitatore miope o ipovedente e sono attente all’inclusività». Un racconto che, oltre a informare, vuole dare consapevolezza. «Mi auguro che il visitatore vada a casa orgoglioso di aver compreso che la cultura materiale è un’eccellenza del nostro Paese», conclude il direttore del museo, «e che il design italiano, oltre che bello e funzionale, è anche costruttore di comunità e di relazioni tra le persone e gli spazi».
Margherita di Franco Albini e Gino Colombini, Vittorio Bonacina (foto Gianluca Di Ioia)