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Crash, le magie di Peer con il marmo

Hannes Peer è noto per l'orientamento concettuale dei suoi progetti, spesso legato all'idea di "nostalgic utopia", termine da lui coniato (foto Alexender D Hiet)

Hannes Peer è noto per l'orientamento concettuale dei suoi progetti, spesso legato all'idea di "nostalgic utopia", termine da lui coniato (foto Alexender D Hiet)

 
Progettista e artista: il creativo altoatesino parla della sua originale installazione per Margraf. Di cui non ha voluto anticipare immagini
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Crash. Un nome che evoca immagini infinite: dall’erotismo cronenberghiano e i suoi fotogrammi alle schegge disperse dopo uno scontro. È un ampio corredo iconografico, in continuo arricchimento, a cui da poco si è aggiunto un ultimo tassello che porta la firma di Hannes Peer. Crash è la sua weltanschauung del marmo: dicotomia tra rottura e rivelazione tradotta in un’installazione per Margraf, leader nella lavorazione del marmo e delle pietre naturali dal 1906.


Nella nostra conversazione, Peer racconta: «Il marmo è spesso associato alla monumentalità di Michelangelo o di Bernini, oppure relegato a semplice rivestimento. Ma è molto di più, è un materiale straordinario, che merita di essere ripensato. Crash nasce proprio da questa volontà, da un’inversione di paradigma che opera su più fronti, a partire dallo spazio espositivo. Via Santa Marta 10, nel cuore delle Cinque Vie, ospita una galleria che abbiamo traghettato verso un’atmosfera simile a quella della David Zwirner di New York. Qui il marmo sfugge al controllo. Si frantuma contro una vetrata, diventa addirittura una sorta di carta da parati. Ci siamo spinti al limite del paradossale, rischiando, perché, riprodurre fuori dal digitale un glitch», malfunzionamento tecnico, interferenza che causa sovrapposizione, «è una sfida complessa, ma ci siamo riusciti. Due elementi si infrangono davvero, generando una frattura tangibile, ed è proprio qui che si gioca il significato del progetto, un lessico concettuale che attraversa lo schianto, la distorsione, l’anomalia».
Robot ultrasofisticati al lavoro nelle cave di marmo, uno degli scatti "iperralistici" (definizione Peer) di Danilo Pasquali, fotografo ed esperto di intelligenza artificiale

Robot ultrasofisticati al lavoro nelle cave di marmo, uno degli scatti "iperralistici" (definizione Peer) di Danilo Pasquali, fotografo ed esperto di intelligenza artificiale

 

Un debutto unico nella Settimana del design milanese, dove più di cento anni di storia aziendale si uniscono ad uno sperimentalismo dalle citazioni callimachee che toccano Luciano Fabro, Isamu Noguchi, fino ad Arcangelo Sassolino. La stessa scelta dei marmi, infatti, diventa elemento di significazione. «La nostra non è una ricerca puramente estetica. Ogni marmo racconta una storia, e nel nostro caso, la policromia del Notre Dame di Margraf, unita alla sua matericità, amplifica il senso di collisione, trasformandolo in un’esperienza visiva e concettuale. Un misto tra sfumature dorate e venature verdi davvero impressionante».
La storia di Crash, però, va oltre la tradizione artigiana e la ricerca teorica. È una semiotica del marmo: sovversiva, disgregatrice e provocatoria, l’istanza di un materiale che sfida la sua solidità stoica. Una sfida che a tratti assume il carattere del rifiuto della rigidità imposta. È il marmo come elemento di innesco verso l’esplorazione di una dialettica tensionale della materia.

Peer ci tiene a sottolineare: «L’obiettivo è operare una rottura, senza compromessi, sfruttando la mediaticità dell’evento e svelando pochissimi dettagli. Per questo ho insistito affinché i rendering non fossero diffusi. Se vogliamo, un invito ad essere presenti, un “crash” tra realtà e social media. Ma il merito va a Danilo Pasquali, fotografo ed esperto di IA, che ha realizzato contenuti iperrealistici nei quali robot ultra sofisticati sono al lavoro nelle cave di marmo. Una provocazione perfetta per i social media e, insieme, uno scenario improbabile per chi almeno una volta ha messo piede nelle cave». Crash, fino al 13 aprile, vedere per (non)credere.

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