L’universo Artemide tra limite e sintesi: parole chiave e matrici progettuali da riscoprire, sono al centro dei recenti lavori ma anche di storiche creazioni che hanno lasciato il segno. «Quello che mi ha sempre colpito, nella mia vita, è il limite. Lo considero una dimensione fondamentale, ma anche una prospettiva da sfidare». A dirlo è Carlotta de Bevilacqua che racconta da vicino Idyllium, uno dei suoi ultimi progetti. Si tratta di una lampada a sospensione che riflette sul concetto di dinamismo e infinito a partire dalla continuità di una geometria tridimensionale che alterna vuoti a curvature. De Bevilacqua precisa: «Il limite, in questo caso, è nell’intento di superare la rigidità tipologica della luce: l’essere esclusivamente lampada da tavolo, da parete, da terra o a sospensione. Direi un limite di configurazione spaziale, perché, se da un lato la luce esiste nello spazio in modo libero, dall’altro progettarla significa farla appartenere a quello spazio secondo regole precise. I limiti, certo, sono diversi tra loro, da quelli meccanici fino agli energetici, non ultimi quelli etici, ma sono tutti parametri affascinanti e carichi di valore. Eppure, l’assenza di limite, l’idea di infinito e di ciò che non è rigidamente definibile – pur mantenendo un’identità chiara – rappresenta per me una sfida straordinaria».
La volontà di pensare alla luce a partire non da una direzione imposta, ma dalla sua molteplicità tra limen (confine) e infinito è ciò che ha dato vita a Idyllium e alla sua geometria che, oltre alla grande versatilità, permette alla struttura di auto sostenersi e sopportare lo stress meccanico in ogni angolazione. In Artemide, il tema della versatilità non è solo estetica o funzionalità ma un comune denominatore verso la sintesi, aggiunge de Bevilacqua «in fondo, togliere è bellezza, permette di arrivare all’essenziale, ed è ciò che abbiamo fatto: sintetizzare l’idea di universalità nella nostra attitudine».
In questo contesto, la ricerca della sintesi come innesco progettuale riporta alla figura di Ernesto Gismondi e alla creazione che, cinquant’anni fa, ha segnato un’epoca, appunto, Sintesi. Primo prodotto Artemide firmato da lui, risale al 1975, quando «la lampadina alogena e il led erano ancora lontani da come li conosciamo» ricorda de Bevilacqua, «l’intuizione fu quella di accogliere una sorgente luminosa con il minimo impiego di materia». Un’intuizione che va oltre il suo tempo: Sintesi, infatti, introduce il colore – rosso, blu, verde, bianco e nero – quando ancora il mercato non lo ritiene una scelta vincente.
La riedizione di Sintesi, prima opera di Ernesto Gismondi per Artemide, nel 1975, aggiunge al design originale degli aggiornamenti tecnici come l'illuminazione a led ad alta efficienza energetica
Ma Ernesto Gismondi ha una visione precisa: Sintesi non è solo una lampada, è «un progetto dinamico, tra i primi a creare una relazione diretta con le persone: chiunque poteva interagire con essa, aprirla, chiuderla, trasformarla». Anche il concetto di appoggio é rivoluzionario «un flat pack che poteva essere semplicemente appeso a un chiodo, adattandosi allo spazio». Artemide attraversa così il tempo, alle prese con un’idea di illuminazione che interagisce fluidamente con l’ambiente senza rigidità.