Con Helgoland nasce la nuova fisica della luce

Carlotta de Bevilacqua, presidente e ceo di Artemide, foto di Lea Anouchinsky
Carlotta de Bevilacqua, presidente e ceo di Artemide, foto di Lea Anouchinsky 
La presidente di Artemide racconta le novità del marchio e l'impegno di tutelare le risorse naturali, ampliando famiglie di prodotti già esistenti. E soprattutto con una novità rivoluzionaria, brevettata
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«Nei miei quasi sessantasei anni di età, non ho mai vissuto un periodo così complesso», afferma Carlotta de Bevilacqua, presidente e ceo di Artemide. «Basti pensare alla guerra, all’aumento dei costi di materie prime ed energia, alla crisi ambientale, alla fragilità dell’Europa e alla dipendenza dalla Cina per l’elettronica». Per Carlotta de Bevilacqua non si può parlare delle novità del Salone del mobile, senza contestualizzarle nel momento storico attuale: «Le risorse sono esaurite, dobbiamo educare a un uso responsabile dell’illuminazione, e dobbiamo fare con meno, meno materiali, meno energia, anche condividendo componenti tra prodotti e famiglie a catalogo per non produrre oggetti sempre nuovi». Ecco perché quest’anno Artemide presenta numerosi ampliamenti di famiglie introdotte lo scorso anno: «Significa avere un approccio etico al progetto. Implementiamo la collezione Vine Light dei Big con lo chandelier, una sospensione in cui si possono orientare tutte le emissioni, diventando gli autori della propria luce.

Trilix, la lampada outdoor di Mario Cucinella per Artemide
Trilix, la lampada outdoor di Mario Cucinella per Artemide 
Della collezione Ixa di Foster+Partners, dove la particolarità è la testa libera collegata alla struttura tramite un magnete, senza snodi, con meno materiali e complessità ridotta, presentiamo la versione con diffusore formato xl largo 16 centimetri per fare più luce e illuminare punti lontani dall’attacco elettrico». Tra i nuovi prodotti, pensati sempre come piattaforme aperte, ci sono la lampada outdoor Trilix di Mario Cucinella, «come un traliccio su cui si possono arrampicare le piante, una struttura architettonica che si presta ad accogliere la crescita della natura; e Dreispitz di Herzog&de Meuron, la sospensione formata da un estruso triangolare in alluminio riciclato cui si possono incastrare a slitta, in modo facile e veloce, ottiche e sorgenti differenti, creando configurazioni sempre diverse».
Con l’emozione di chi sa di aver inventato qualcosa che cambierà il modo di fare luce, Carlotta de Bevilacqua racconta Helgoland: «È il progetto più importante della mia vita. Prende il nome dall’isola nel Mare del Nord, dove nel 1925 Werner Heisenberg elaborò il principio della fisica quantistica, una storia raccontata nell’omonimo libro di Carlo Rovelli, uno scrittore e fisico che amo». Per la proprietaria di Artemide, Helgoland è la nuova fisica della luce: «È un elemento piatto, che può essere inserito nei sistemi Artemide, formato da ottiche esagonali come le celle costruite dalle api, che collaborano tra loro per fare più luce a parità di energia consumata; le lenti non trattengono né deformano la luce, ma sono studiate per recuperare il cento per cento del flusso luminoso, qualcosa di incredibile, infatti è un brevetto di invenzione».
Helgoland di Carlotta de Bevilacqua per Artemide
Helgoland di Carlotta de Bevilacqua per Artemide 
Partecipare a Euroluce, la biennale del Salone del mobile dedicata all’illuminazione, non significa esporre nuovi prodotti, come sostiene Carlotta de Bevilacqua, «ma vuol dire portare il futuro nel presente, come diceva Ernesto Gismondi, con soluzioni intelligenti e poetiche progettate con i più grandi architetti, per migliorare la qualità di vita di tutti gli esseri viventi».
Un’edizione di Euroluce, quella di quest’anno, rivoluzionata nel layout e nell’offerta culturale, «ma ciò che conta sono i contenuti delle aziende che fanno cultura del progetto. Alle fiere si va per conoscere la ricerca dei marchi, ma trovo interessante la presenza delle mostre, tra cui quella di Hélène Binet che è illuminata da Artemide. Sono d’accordo anche sull’apertura di Euroluce alle realtà più tecniche, perché la miniaturizzazione dell’elettronica e delle ottiche ha eliminato i confini tra le lampade decorative e quelle architetturali, una separazione che non ho mai condiviso».