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Utopian Hours, le nuove soluzioni per fare e disfare le città

Per progettare la Central Library Oodi di Helsinki gli Ala Architects hanno coinvolto la cittadinanza. Situata di fronte al parlamento, è il simbolo del valore civico di cultura e apprendimento

Per progettare la Central Library Oodi di Helsinki gli Ala Architects hanno coinvolto la cittadinanza. Situata di fronte al parlamento, è il simbolo del valore civico di cultura e apprendimento

 
Maltrattata dalle cronache, eppure più necessaria che mai,

la progettazione degli spazi metropolitani è al centro del festival

Utopian Hours, con i protagonisti del city making

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Scriveva Le Corbusier nel suo Urbanistica del 1924: “Non si rivoluziona facendo le rivoluzioni, si rivoluziona presentando soluzioni”. Dopo un secolo, se i timori non sono gli stessi che animavano Le Corbu sulle pagine de L’Esprit nouveau, la necessità di trovare soluzioni alle sfide poste dalle città resta. A proporle ci prova Utopian Hours, il festival che da nove anni chiama a Torino le punte di diamante del city making, ma come dice Luca Ballarini, fondatore insieme a Giacomo Biraghi: «Non liquidiamo con la parola utopia quello che è invece una manifesta possibilità a impegnarsi per costruire città migliori. Se qualcosa in queste edizioni abbiamo imparato, è che bisogna cominciare a rispondere sì, anziché no. Provarci, a rendere i fiumi balneabili, a progettare ostelli che siano anche senior living, a disegnare quartieri in legno completamente carbon free, per esempio... Spesso l’urbanistica con la U maiuscola e la politica oppongono un facile “no”: una sorta di rinuncia alla progettualità. E invece è necessario sperimentare ed è necessario farlo ora. Sperimentiamo nella medicina, nella chimica, nel automotive, nella tecnologia, nell’alimentare, perché non nelle città? Il che non significa costruire e costruire, ma ripensare le modalità di intervenire sul disegno urbano». Del resto, gli sperimentatori, nella tre giorni torinese, non mancheranno.

Portlantis, la “macchina per le storie” che Mvrdv ha creato per raccontare il porto di Rotterdam

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A partire da Kara Meyer di Friends of Plus Pool, l’organizzazione che sta riportando la balneazione pubblica a New York grazie al progetto di una piscina galleggiante nell’East River: la data è fissata per il 2026; il direttore della Central Library Oodi di Helsinki Robert Seitovirta, esempio di come trasformare una biblioteca in un centro civico; o la scrittrice keniota Natasha W. Muhanji, che mostrerà come la letteratura può diventare motore di micro-utopie e trasformazione. «Siamo diventati il festival sulla città più partecipato al mondo proprio per la forza anticipatrice delle voci sul palco», continua Ballarini. «Architetti e urbanisti, in fondo, sono solo il 10 per cento. C’è il pubblico, il privato, gli attivisti e gli innovatori sociali, c’è il settore immobiliare e chi si occupa di mobilità, transizione ecologica o comunicazione. La città è una questione che riguarda tutti, e per affrontarla serve uno sguardo multidimensionale. Alla fine, il festival è una grande call to action per attingere alle migliori esperienze in Europa e nel mondo».

La piscina pubblica +Pool creata nell’East River, New York, con acqua pulita filtrata dal fiume

La piscina pubblica +Pool creata nell’East River, New York, con acqua pulita filtrata dal fiume

 

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Lo farà senz’altro chi parteciperà, 25 professionisti tra amministratori, consulenti e dirigenti di aziende, studi e urban designer, ai sette tavoli tematici a porte chiuse che si confronteranno su temi specifici, dall’attrattività dei territori al placemaking, dal data urbanism alla mobilità sostenibile. A conferma che la progettazione urbana coincide spesso con il disegno di relazioni sociali, traiettorie di vita, economie. Tanto più che oggi appare prioritario riuscire a liberare la città dalle logiche del profitto e della rendita. «Direi che anche per questo aspetto il festival è un invito a tenere la mente aperta ed evitare automatismi», dice Giacomo Biraghi, anima economica della curatela. «Chi verrà potrà ascoltare per esempio la lettura inconsueta che Des Fitzgerald, professore di scienze sociali all’University College Cork, fa del mito della città verde, che a suo parere nasconde una pacificazione delle esigenze delle classi più povere e rischi di gentrificazione. Oppure Jan Kattein, architetto di Londra, sostenitore della progettazione urbana come processo collaborativo radicato nel territorio, rigenerazione inclusiva a cui partecipano professionisti e cittadini comuni».

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