Marguerite Yourcenar lo definiva “grande scultore”. Il tempo che costruisce, che toglie, che di nuovo aggiunge e agisce sul mondo materiale e immateriale. La patina del tempo è l’altra faccia dell’intelligenza delle cose, eppure, coperti dal rumore incessante delle nuove produzioni, non ci siamo accorti che il design, storico o datato che sia, cominciava a mostrare i primi segni del passare del tempo, e soprattutto, che qualcuno in silenzio stava cominciando a occuparsene. «Due anni fa, insieme a Fondazione Cariplo, abbiamo dato il via al progetto Design I Care: Milano ha un grande patrimonio industriale che va conservato, oggetti di ormai 80 anni bisognosi di cura», dice Salvatore Amura, amministratore delegato di Valore Italia. Con la Scuola di Restauro di Botticino, il centro internazionale di formazione e ricerca studia nuovi metodi da applicare al restauro del patrimonio contemporaneo e, per primi, del design.
La Scuola di Restauro di Botticino, fondata nel 1974 a Milano, è stata una delle prime a occuparsi degli oggetti di design, di recente produzione e con problematiche proprie. Il titolo che rilascia dopo cinque anni di studio è equiparato alla laurea magistrale (foto Nicola Marfisi - Agf)
La Scuola di Restauro di Botticino di Valore Italia offre un corso per Restauratore di beni culturali
Quasi una new entry nel mondo della tutela, che necessita competenze ad hoc e specializzazioni che si stanno costruendo sul campo e nei laboratori di Milano Bovisa e di Mind, il Milano Innovation District che sta nascendo nell’ex area dell’Expo 2015. «C’è stata una prima fase diagnostica che ci ha consentito di analizzare anche con nuove tecnologie la composizione chimica dei materiali, capirne le criticità, stilare un condition report. Una seconda per concordare, insieme agli enti coinvolti, aziende, fondazioni o musei, gli interventi più adatti a seconda che si tratti di pelle, alluminio, plastica o legno. E ci sarà una terza fase operativa, che inizierà entro ottobre».
Tra le istituzioni che partecipano al progetto, la Fondazione Achille Castiglioni. «Un archivio non è solo carte, ma anche oggetti e prototipi», dice il presidente Carlo Castiglioni. «Tutto deve essere mantenuto vivo. Alcuni pensano che i materiali nati negli anni Sessanta o Settanta non si degradino, e invece è necessario intervenire, come per l’imbottitura in schiuma poliuretanica che tende a sgretolarsi delle poltrone Sanluca e Sancarlo, o della sedia Lierna. Lo stesso vale per la plastica. L’aspirapolvere Spalter, per esempio, ha un guscio in moplen molto resistente, ma un tubo di aspirazione flessibile che si fessura.
L’aspirapolvere a spalla Spalter dei fratelli Castiglioni per Rem (1956) ha un guscio a zainetto in moplen e un tubo in materiale plastico che tende a sgretolarsi. È uno degli oggetti della
Fondazione Castiglioni che sarà restaurato
Discorso a sé va fatto per la parte elettrica, in genere non più a norma: se per le riedizioni si procede a una reingegnerizzazione, i pezzi storici conservati in fondazioni o musei devono mantenere elementi e costruzione originali. Ma le prime lampadine per l’Ipotenusa del 1975, o la Gibigiana del 1980, non si trovano più, e quando si romperà il circuito stampato del radiofonografo RR126 o 226, dovremo rinunciare al suo funzionamento».
Il radioricevitore in bachelite disegnato per Phonola nel 1939 da Livio e Pier Giacomo Castiglioni, e Luigi Caccia Dominioni. Dotato di un circuito a cinque valvole, oggi può essere ancora messo in funzione grazie a valvole conservate da collezionisti
E se il tempo non si può fermare, studiare la sua patina aiuta a comprendere a fondo la struttura, i materiali e i metodi di costruzione di un oggetto, per far sì che, oltre al restauro, anche le riedizioni siano filologicamente corrette. «Sulla raccolta dell’archivio storico di Cassina, pezzi destinati allo studio e all’esposizione, operiamo in modo esclusivamente conservativo», dice la responsabile Barbara Lehmann. «Rispettare le caratteristiche primigenie dell’oggetto, anche quando le tecniche di produzione originali non sono più in uso, è fondamentale.
Per il restauro delle due sedie 699 Superleggera di Gio Ponti, datate 1957 e proprietà dell’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, i maestri falegnami di Cassina hanno scelto un intervento conservativo rifacendo l’incannatura della seduta e ripulendo la struttura in legno (foto Luciano Romano)
Nel caso delle due sedie 699 Superleggera di Gio Ponti restaurate per l’Istituto italiano di cultura di Stoccolma, ad esempio, è stata utilizzata la canna d’india di cui ci serviamo ancora oggi per riparare le sedute». Ripercorrere la storia di un oggetto, quindi, significa di fatto comprenderlo. Un complesso processo di conoscenza fatto attraverso nuove tecniche diagnostiche, i disegni, gli appunti, gli scritti dei designer in cui magari si rintracciano le scelte formali. Se infatti Vitra ha un laboratorio di conservazione che collabora con istituti di ricerca e università internazionali per rimediare all’invecchiamento delle plastiche; Kartell, tra i fondatori della Plastics Heritage European Association impegnata nella conservazione dei materiali polimerici, collabora con la Fondazione Plart di Napoli per valutare la manutenzione della sua collezione. Va dato atto che mentre Triennale Milano partecipa al progetto Design I Care, il London Design Museum, interpellato sul tema, dice che la sua attività di tutela si “limita” a conservare gli oggetti in un seminterrato climatizzato senza finestre per evitare i danni della luce del sole. «Questa ricostruzione storico-tecnica sta cambiando anche il modo di concepire la scheda prodotto», conclude Amura. Come dire che quello che sta avvenendo è più di una semplice “riparazione”, lavoro di consolidamento, di incollaggio o pulitura. È una sorta di cambio culturale che entra dentro i musei aziendali, istituzioni, e archivi in genere. E che soprattutto ci consegna una riflessione: il tempo, nel design del prodotto, non è mai stato per gli occidentali un’unità di misura, un elemento descrittivo. Chi ha letto il Libro d’Ombra di Junichiro Tanizaki, una sorta di bibbia per gli architetti, sa invece che nell’estetica giapponese il termine sabi, la patina del tempo che ricopre un oggetto, custodisce anche il legame con la memoria e i sensi di quella materia. È il tempo che non passa, ma che dura; il valore di ciò che fluisce, non la perdita. Per evitare di cadere in una performance dell’immutabile permanenza a tutti i costi, anche questo sarebbe da conservare.